28.2.14

18.2.14

Piazza bella piazza




Nel centro storico della Cittadella, quello che è Patrimonio dell’Umanità, adesso che sono in corso lavori di riqualificazione, abbiamo sostanzialmente tre categorie di astanti, oltre a quelli che lavorano, ma che nel contesto diventano sostanzialmente marginali. Se non, come vedremo poi, vittime. Ma andiamo con ordine.

1. Gli sbiciclanti. Passano sulla loro bicicletta, col terrore che dai lavori emerga quel chiodo, quella scheggia, quella pietra appuntita che farà festa sulla malcapitata gomma. A volte, penso che vivano il passare a fianco del cantiere come una sfida: ma se chi passa è uno, le gomme due, chiodischeggiepietre sono centinaia. Quindi, secondo elementari leggi statistiche, le probabilità di forare non sono neppure quotate dagli scommettitori, data la certezza dell’evento. Ed il bestemmione è più scontato di un gemito in un film porno.

2. Gli indifferenti. Il cartello dice “bici a mano”? Loro passano nel pertugio tra muri e canriere senza scendere di sella. Magari nel passaggio lasciano mezzo giubbotto attaccato ai ferri sporgenti di recinzione: stessa cosa se, proprio mentre passano nel pertugio medesimo, devono, e solo e proprio in quel momento, tenere gli occhi sullo smartphone come se stessero messaggiando col Capo dello Stato, con Papa Francesco, con Marchionne o con Kate Moss. E neppure un bestemmione….

3. Gli umarells. Secondo il Masotti da Bologna, massimo esperto in materia, sono “individui in pensione e non solo che hanno ben poco da fare tutto il giorno e giustificano la loro esistenza importunando – o facilitando… – le esistenze altrui, così, tanto per sentirsi utili, forse”. Nella Cittadella, per vincere il complesso di inferiorità nei confronti della Dotta, se ne è sviluppata una variante ancora più tenace: veri professionisti. Muratori scalfiti a colpi di betoniera. Architetti honoris causa. Geometri forgiati dai duri cantieri edili. Gente a cui non scappa niente. Inutile cercare di camuffare lavori raffazzonati: gli umarells made in FE hanno occhi anche dietro la schiena. Provetti difensori dei lavori “a regola d’arte”: dal colore riescono a stabilire che una certa sabbia non va bene perché “si vede che è grassa”, un martello pneumatico è sempre o troppo o troppo poco inclinato, il fondo “si vede che ce ne voleva di più”, e via andare. Dei diversamente giovani che si ritrovano tutti i giorni, cascasse il mondo, in piazza. Sempre con l’argomento del giorno in canna. Quattro chiacchiere in attesa dell’evento dell’anno: che non è una festa, una mostra, la Spal, un incontro letterario. Nulla di tutto ciò: loro aspettano un bellissimo cantiere stradale. Puntuali come la multa se non hai il tagliando nelle strisce blu, al primo colpo di martello pneumatico loro arrivano. E da quel momento per gli operai è finita: giornate di osservazioni senza sosta e valanghe di domande, commenti o rimproveri per i lavoratori che non eseguono i lavori “come si faceva una volta”. E non esagero: durante i penultimi lavori sono dovuti intervenire perfino i vigili urbani per disperdere “gli esperti cantieristici” che intralciavano gli operai. Ed uno di questi “diversamente giovani” è pure caduto, di notte, nella buca dopo aver sollevato la recinzione. Ovviamente, indomito cavaliere del lavoro (altrui), la fedele “biga” con sé. “Il mio regno per una Umberto Dei”.

14.2.14

(In)utilities/2 anzi 3

- Adesso che sono guarito dall'ipocondria ho il terrore di ammalarmi.

- Spero che R., che ha una relazione intensa con una ragazza rumena, finisca presto di "consumare": non si perdonerebbe mai di fare tardi per festeggiare il San Valentino con la sua amatissima sposa.

- Stamattina tutti i miei colleghi "con l'aria vagamente di sinistra" giurano che non voteranno mai per il sindaco di Firenze; dato che nessuno votava DC negli anni 70/80, nessuno votava per il pregiudicato negli anni 90/10, men che meno per Grillo (che infatti ha preso un quarto dei voti) mi sa che alle prossime elezioni il Renzi stravince. Festeggerà camminando scalzo sull' Arno?    


10.2.14

(In)utilities/1

La mia autostima era a livelli infimi. Aria perennemente afflitta, persino i gatti neri al mio passaggio si toccavano. Non ero niente, non mi prendeva sul serio nessuno, parlavo al vento, che ci fossi o meno nessuno se ne accorgeva. Una caricatura semivivente.
Allora mi sono iscritto ad un corso tenuto da un illustre professore: ma quale corso, ma quale illustre...una presa per i fondelli. Quella faccia da beccamorto mi viene a dire che devo credere in me. Ma chi, io? IO? Ma chi cavolo si crede di essere quel miserabile pezzente per parlare così a ME? E poi, tutti quei soldi che pretendeva: per quattro cazzate che dice...IO sarei bravo, anzi, senza alcuna ombra di dubbio, il più bravo di tutti a far accrescere l'autostima in quei poveri, umili reietti. Credetemi: i corsi non servono a nulla, straccioni che non siete altro. Tsè.

3.2.14

Le Mura del pianto




Uscire dalla doccia e vedersi riflesso nello specchio grande non ha prezzo. Come vedere uno dei primi film di Dario Argento alle tre di notte e sei da solo in casa. Ma il dramma è che qui sono le 9 del mattino e di gente per casa ce n’è, e magari in attesa che tu finisca di occupare militarmente il bagno stesso. L’ orror vacui diventa horror allo stato puro quando vedo quella specie di colle toscano che spinge prepotente verso l’uscita dall’accappatoio: solo che sul colle toscano neve, vegetazione, boschi, terrapieni, ecc. sono sopra la crosta terrestre; nel mio colle personale invece ciò che fa spessore è sotto la crosta, un po’ come un ripieno di pasta sfoglia in cui uno chef approssimativo abbia cacciato dentro mezzo frigorifero.
Mumble mumble: che fare?
Ci provo. Io ci provo. Io ci provo seriamente questa volta. Vado a correre camminare sulle Mura. Che nella cittadella sono il miglior centro relax possibile: volete mettere un bello stare all’aria aperta, in mezzo a tigli ed altri alberi profumati, in estate le cicale col loro frinire a segnarti il tempo del passo?
La prima decisione dolorosa è il tirare fuori dal fondo della scarpiera le scarpe da ginnastica, praticamente nuove dato che in anni di possesso –ed è già grassa che sulla scatola non ci sia ancora il prezzo in lire- avranno percorso si e no due/tre chilometri ed un’ora scarsa di utilizzo. Ma ho la conformazione fisica da divano, non posso farci niente. In casa mi guardano tra lo sbigottito e [forse] il preoccupato, mentre gli sghignazzi sono malcelati da incitazioni sicuramente di facciata. Il Fantozzi che abita in me opta poi per una vecchia tuta in felpa con ancora le macchie di quando avevo dato il bianco in casa, uno smanicato che, prima, ho scoperto con sommo stupore persino-ancora- chiudersi, salvo poi crollare alla notizia che era quello di mio figlio, notoriamente un paio di taglie più di me;  una vecchia sciarpa di pregevole stampo cinese [€. 3 sulle bancarelle del mercato] ed un paio di guanti della stessa dinastia [€. 2,50 poi scontati a €.2 dal venditore mosso a pietà] completano l’assetto. Attacco me al lettore mp3, una playlist che dia un ritmo adeguato alla mia fisicità extradivanea (si, insomma, Nick Drake, il primo Cohen, la soave Norah Jones, gli Eagles di “Desperado” che trovo fortemente calzante come epigrafe). Perché, sulle Mura, quasi tutti hanno auricolari et similia, ed a giudicare dal passo altrui ci devono essere onde di seguaci di AC/DC, balli latini, discomusic anni ’70. Io no, io mi muovo sul ritmo incalzante di “Halleluiah”, ed è già anche troppo.
Eccomi. Io parto. Anche se il termine “parto”, osservando la panzotta, mi conduce al senso alto (e grasso) dei sinonimi pericolosi. Sembra quasi come al mare che non sai quando e come buttarti in acqua: mentre penso e ripenso, passano i veri runners. Sembra di essere in un albo della Marvel: tutine super tecniche, attillatissime, termiche-traspiranti, fluorescenti, bastoni da passeggio che secondo me nascondono spade laser. Sono comunque abbastanza sicuro che non sia l’aerodinamicità del loro abbigliamento od i bastoni a farli andare come razzi. E mentre dopo solo tre canzoni mi trascino stancamente, il fiato è un optional non disponibile, un gruppetto mi supera a velocità supersonica, parlando tranquillamente a voce alta dell’andamento giornaliero della borsa. Ma cavolo, riescono a correre ed allo stesso tempo a parlare? Rimango basito e mi arrendo. Così, accasciato su una panchina fredda come un minestrone in freezer, quando mi passa accanto un cagnolino malmesso che porta a spasso il suo padrone e mi guarda con quegli occhi languidi che solo un cane può, capisco che gli sto facendo pena. Io a lui.
Orgoglio e dignità: si, certo, ma anche la necessità di recuperare la macchina parcheggiata ad un numero imprecisato di imprecazioni di distanza. In viaggio di ritorno al punto di partenza, vedo i runners della Marvel, stavolta a cavallo del dibattito sulle tette rifatte  o meno di quella delle Iene, arrivare da dove erano venuti prima: alias, mi hanno doppiato, sconfitto ed umiliato. E non posso neppure paludarmi dietro l’alibi anagrafico: il più ciarliero sembra una versione sgonfia di Briatore, un altro il fratello muscoloso di Peppino di Capri ed un terzo era un mio prof al liceo. Salgo in macchina, ho la mobilità di un robottino e nel flettere le gambe per raggiungere la pedaliera ed incastrarmi sul sedile emetto un rantolo sofferente. Volevo perdere almeno un etto, ed invece sembro un tetris [più o meno] vivente. E neppure colorato.