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28.1.16

La prevalenza del cretino

«È stato grazie al progresso che il contenibile “stolto” dell’antichità si è tramutato nel prevalente cretino contemporaneo, personaggio a mortalità bassissima la cui forza è dunque in primo luogo brutalmente numerica; ma una società ch’egli si compiace di chiamare “molto complessa” gli ha aperto infiniti interstizi, crepe, fessure orizzontali e verticali, a destra come a sinistra, gli ha procurato innumerevoli poltrone, sedie, sgabelli, telefoni, gli ha messo a disposizione clamorose tribune, inaudite moltitudini di seguaci e molto denaro. Gli ha insomma moltiplicato prodigiosamente le occasioni per agire, intervenire, parlare, esprimersi, manifestarsi, in una parola (a lui cara) per “realizzarsi”.
Sconfiggerlo è ovviamente impossibile. Odiarlo è inutile. Dileggio, sarcasmo, ironia non scalfiscono le sue cotte d’inconsapevolezza, le sue impavide autoassoluzioni (per lui, il cretino è sempre “un altro”); e comunque il riso gli appare a priori sospetto, sconveniente, «inferiore», anche quando − agghiacciante fenomeno − vi si abbandona egli stesso.»

La folgorante descrizione del Cretino, ritratto in tutta la sua imperturbabilità, è opera della premiata ditta Fruttero & Lucentini, che alla tipologia hanno dedicato un’apposita trilogia: La prevalenza del cretino (1985); Il ritorno del cretino (1992); Il cretino in sintesi (2003).

Carlo Fruttero e Franco Lucentini,
“La prevalenza del cretino”
Mondadori, 1985.

14.4.15

Palabras andantes

Le pulci sognano di comprarsi un cane 
e i nessuno sognano di non essere più poveri, 
che un giorno magico piova all'improvviso la fortuna, 
che piova a catinelle la fortuna; 
ma la fortuna non piove né oggi, né domani, né mai,
né come pioggerella cade dal cielo la fortuna, 
per quanto i nessuno la invochino
e benché pruda loro la mano sinistra, 
o scendano dal letto col piede destro, 
o comincino l'anno cambiando la scopa.
I nessuno: i figli di nessuno, i padroni di niente,
che non sono, nonostante siano.
I nessuno: i niente, gli annientati, affamati, morendo la vita, fottuti, fottutissimi:
Che non parlano lingue, ma dialetti.
Che non professano religioni, ma superstizioni.
Che non fanno arte, ma artigianato.
Che non praticano cultura, ma folclore.
Che non sono esseri umani, ma risorse umane.
Che non hanno viso, ma braccia.
Che non hanno nome, ma un numero.
Che non figurano nella storia universale, ma nella cronaca nera della stampa locale.
I nessuno che costano meno della pallottola che li uccide.

[Eduardo Galeano, 3.9.1940-13.4.2015]



30.3.15

“Noi siamo stati sconfitti, ma abbiamo vissuto una stagione straordinaria, che ha fatto crescere un'esperienza di milioni di persone che hanno fatto politica cambiando il paese, democratizzandolo. E, poi, il nostro orizzonte non guardava solo all'Italia: eravamo parte di un mondo e di una pratica collettiva alta e vitale in tante parti del pianeta. Quando sono andato in Vietnam e sono sceso nelle città sotterranee costruite per sfuggire ai bombardamenti americani, io in quei cunicoli bui divisi da muri di fango mi sentivo in uno spazio aperto e illuminato da una lotta creativa. Oggi, a volte, l'orizzonte della politica mi sembra diventato più piccolo e angusto e non vedo una risposta all'altezza degli eventi che sono maturati”.

Buon Centesimo Compleanno, Compagno Pietro!




28.2.14

Va bene tutto, ma...


...a me un titolo così fa venire in mente le commedie italiane anni '60:

Napoletano truffa anziana fingendosi veneto

(da "La Nuova Ferrara del 27.2.2014)




18.2.14

Piazza bella piazza




Nel centro storico della Cittadella, quello che è Patrimonio dell’Umanità, adesso che sono in corso lavori di riqualificazione, abbiamo sostanzialmente tre categorie di astanti, oltre a quelli che lavorano, ma che nel contesto diventano sostanzialmente marginali. Se non, come vedremo poi, vittime. Ma andiamo con ordine.

1. Gli sbiciclanti. Passano sulla loro bicicletta, col terrore che dai lavori emerga quel chiodo, quella scheggia, quella pietra appuntita che farà festa sulla malcapitata gomma. A volte, penso che vivano il passare a fianco del cantiere come una sfida: ma se chi passa è uno, le gomme due, chiodischeggiepietre sono centinaia. Quindi, secondo elementari leggi statistiche, le probabilità di forare non sono neppure quotate dagli scommettitori, data la certezza dell’evento. Ed il bestemmione è più scontato di un gemito in un film porno.

2. Gli indifferenti. Il cartello dice “bici a mano”? Loro passano nel pertugio tra muri e canriere senza scendere di sella. Magari nel passaggio lasciano mezzo giubbotto attaccato ai ferri sporgenti di recinzione: stessa cosa se, proprio mentre passano nel pertugio medesimo, devono, e solo e proprio in quel momento, tenere gli occhi sullo smartphone come se stessero messaggiando col Capo dello Stato, con Papa Francesco, con Marchionne o con Kate Moss. E neppure un bestemmione….

3. Gli umarells. Secondo il Masotti da Bologna, massimo esperto in materia, sono “individui in pensione e non solo che hanno ben poco da fare tutto il giorno e giustificano la loro esistenza importunando – o facilitando… – le esistenze altrui, così, tanto per sentirsi utili, forse”. Nella Cittadella, per vincere il complesso di inferiorità nei confronti della Dotta, se ne è sviluppata una variante ancora più tenace: veri professionisti. Muratori scalfiti a colpi di betoniera. Architetti honoris causa. Geometri forgiati dai duri cantieri edili. Gente a cui non scappa niente. Inutile cercare di camuffare lavori raffazzonati: gli umarells made in FE hanno occhi anche dietro la schiena. Provetti difensori dei lavori “a regola d’arte”: dal colore riescono a stabilire che una certa sabbia non va bene perché “si vede che è grassa”, un martello pneumatico è sempre o troppo o troppo poco inclinato, il fondo “si vede che ce ne voleva di più”, e via andare. Dei diversamente giovani che si ritrovano tutti i giorni, cascasse il mondo, in piazza. Sempre con l’argomento del giorno in canna. Quattro chiacchiere in attesa dell’evento dell’anno: che non è una festa, una mostra, la Spal, un incontro letterario. Nulla di tutto ciò: loro aspettano un bellissimo cantiere stradale. Puntuali come la multa se non hai il tagliando nelle strisce blu, al primo colpo di martello pneumatico loro arrivano. E da quel momento per gli operai è finita: giornate di osservazioni senza sosta e valanghe di domande, commenti o rimproveri per i lavoratori che non eseguono i lavori “come si faceva una volta”. E non esagero: durante i penultimi lavori sono dovuti intervenire perfino i vigili urbani per disperdere “gli esperti cantieristici” che intralciavano gli operai. Ed uno di questi “diversamente giovani” è pure caduto, di notte, nella buca dopo aver sollevato la recinzione. Ovviamente, indomito cavaliere del lavoro (altrui), la fedele “biga” con sé. “Il mio regno per una Umberto Dei”.

3.2.14

Le Mura del pianto




Uscire dalla doccia e vedersi riflesso nello specchio grande non ha prezzo. Come vedere uno dei primi film di Dario Argento alle tre di notte e sei da solo in casa. Ma il dramma è che qui sono le 9 del mattino e di gente per casa ce n’è, e magari in attesa che tu finisca di occupare militarmente il bagno stesso. L’ orror vacui diventa horror allo stato puro quando vedo quella specie di colle toscano che spinge prepotente verso l’uscita dall’accappatoio: solo che sul colle toscano neve, vegetazione, boschi, terrapieni, ecc. sono sopra la crosta terrestre; nel mio colle personale invece ciò che fa spessore è sotto la crosta, un po’ come un ripieno di pasta sfoglia in cui uno chef approssimativo abbia cacciato dentro mezzo frigorifero.
Mumble mumble: che fare?
Ci provo. Io ci provo. Io ci provo seriamente questa volta. Vado a correre camminare sulle Mura. Che nella cittadella sono il miglior centro relax possibile: volete mettere un bello stare all’aria aperta, in mezzo a tigli ed altri alberi profumati, in estate le cicale col loro frinire a segnarti il tempo del passo?
La prima decisione dolorosa è il tirare fuori dal fondo della scarpiera le scarpe da ginnastica, praticamente nuove dato che in anni di possesso –ed è già grassa che sulla scatola non ci sia ancora il prezzo in lire- avranno percorso si e no due/tre chilometri ed un’ora scarsa di utilizzo. Ma ho la conformazione fisica da divano, non posso farci niente. In casa mi guardano tra lo sbigottito e [forse] il preoccupato, mentre gli sghignazzi sono malcelati da incitazioni sicuramente di facciata. Il Fantozzi che abita in me opta poi per una vecchia tuta in felpa con ancora le macchie di quando avevo dato il bianco in casa, uno smanicato che, prima, ho scoperto con sommo stupore persino-ancora- chiudersi, salvo poi crollare alla notizia che era quello di mio figlio, notoriamente un paio di taglie più di me;  una vecchia sciarpa di pregevole stampo cinese [€. 3 sulle bancarelle del mercato] ed un paio di guanti della stessa dinastia [€. 2,50 poi scontati a €.2 dal venditore mosso a pietà] completano l’assetto. Attacco me al lettore mp3, una playlist che dia un ritmo adeguato alla mia fisicità extradivanea (si, insomma, Nick Drake, il primo Cohen, la soave Norah Jones, gli Eagles di “Desperado” che trovo fortemente calzante come epigrafe). Perché, sulle Mura, quasi tutti hanno auricolari et similia, ed a giudicare dal passo altrui ci devono essere onde di seguaci di AC/DC, balli latini, discomusic anni ’70. Io no, io mi muovo sul ritmo incalzante di “Halleluiah”, ed è già anche troppo.
Eccomi. Io parto. Anche se il termine “parto”, osservando la panzotta, mi conduce al senso alto (e grasso) dei sinonimi pericolosi. Sembra quasi come al mare che non sai quando e come buttarti in acqua: mentre penso e ripenso, passano i veri runners. Sembra di essere in un albo della Marvel: tutine super tecniche, attillatissime, termiche-traspiranti, fluorescenti, bastoni da passeggio che secondo me nascondono spade laser. Sono comunque abbastanza sicuro che non sia l’aerodinamicità del loro abbigliamento od i bastoni a farli andare come razzi. E mentre dopo solo tre canzoni mi trascino stancamente, il fiato è un optional non disponibile, un gruppetto mi supera a velocità supersonica, parlando tranquillamente a voce alta dell’andamento giornaliero della borsa. Ma cavolo, riescono a correre ed allo stesso tempo a parlare? Rimango basito e mi arrendo. Così, accasciato su una panchina fredda come un minestrone in freezer, quando mi passa accanto un cagnolino malmesso che porta a spasso il suo padrone e mi guarda con quegli occhi languidi che solo un cane può, capisco che gli sto facendo pena. Io a lui.
Orgoglio e dignità: si, certo, ma anche la necessità di recuperare la macchina parcheggiata ad un numero imprecisato di imprecazioni di distanza. In viaggio di ritorno al punto di partenza, vedo i runners della Marvel, stavolta a cavallo del dibattito sulle tette rifatte  o meno di quella delle Iene, arrivare da dove erano venuti prima: alias, mi hanno doppiato, sconfitto ed umiliato. E non posso neppure paludarmi dietro l’alibi anagrafico: il più ciarliero sembra una versione sgonfia di Briatore, un altro il fratello muscoloso di Peppino di Capri ed un terzo era un mio prof al liceo. Salgo in macchina, ho la mobilità di un robottino e nel flettere le gambe per raggiungere la pedaliera ed incastrarmi sul sedile emetto un rantolo sofferente. Volevo perdere almeno un etto, ed invece sembro un tetris [più o meno] vivente. E neppure colorato.

13.11.13

[Lupo] Alberto.

Alberto ha 76 anni. 
Anzi, a voler essere precisi ne ha 72 più 4. 
Nella sua prima vita Alberto era un veterinario: stimato, apprezzato, serio professionista. 
Ma con un debole, un debole che ha segnato anche gli ultimi giorni della sua prima vita. Diciamo che la passione per i mammiferi si era parecchio esplicata nei confronti delle mammifere bipedi con capacità riproduttive e pollici opponibili? 
Qualcuno lo definirebbe un puttaniere; qualcuno, più elegante, lo avrebbe definito un "utilizzatore finale". 
Conseguenze? che nella sua seconda vita, quella attuale, Alberto riceve, nella struttura che lo ospita, molte visite da figli più o meno legittimi e/o naturali, e nulla da quelli che comparivano legittimamente sul suo stato di famiglia. 
Cosi', quando 4 anni fa, al termine della carriera da veterinario fu trovato esanime in una stalla del forese, nessuno ha mai saputo se la zampata della vacca che lo aveva colpito e mandato per mesi in coma provenisse da una quadrupede o dal variegato (meglio, cornificato) mondo dei bipedi.
Al risveglio dal coma, Alberto non ricordava nulla: incredibile come il dr. Alzheimer lavori di fretta ed efficacemente, in certi casi.
Quando è arrivato in struttura, Alberto era rinato: nel senso che doveva ricominciare tutto daccapo. A leggere, a scrivere, a parlare anche solo attraverso frasi elementari, a tenere le posate. Certo, le manate che colpivano all'improvviso le, diciamo così, sporgenze delle Oss lasciavano intuire che una certa manualità non era andata persa.
Anzi.
Adesso, quando i figli lo vengono a trovare, il massimo che possano ottenere dal dialogo sono i commenti sulle qualità estetiche del personale sociosanitario; nel caso di una figlia femmina, il massimo possibile è la richiesta di informazioni sul fatto se lei sia più o meno zoccola della madre.
Ieri questa figlia, davanti ad una sigaretta rubata nell'attesa che le restituissero quel "padre davvero" dal rito del bagno, mi raccontava delle umiliazioni che aveva passato, figlia illegittima in un paese piccolo in cui notoriamente "la gente mormora". Degli sforzi vani a farsi accettare dai figli "veri", quelli che alla notizia del ricovero ospedaliero del padre prima, ed alla sua deportazione in struttura poi, avevano avuto come unica preoccupazione quella di intestarsi beni e proprietà in modo che nulla toccasse ai "bastardi".
"P. , ma come è stato, se posso chiederglielo, vivere in una situazione del genere?".
La sua risposta mi ha consolantemente spiazzato: "Lui, con me ed i miei fratelli, è sempre stato buono. Ci ha riempito di affetto che ci ha permesso di superare qualunque difficoltà, da quelle materiali alle malelingue del paese. Soprattutto le malelingue. Ma lui c'era tutte le volte che abbiamo avuto bisogno, ha preso anche le botte dal marito di nostra madre pur di vederci. Lui è buono".
Restituiscono un Alberto lavato, profumato, fascinoso quasi. P. gli sorride, e gli occhi lasciano capire quello che le stupide convenzioni soffocano.
Saluto P., saluto mia madre, saluto gli altri ospiti: Alberto intanto lancia "tirini" a Bernadette, la bella infermierina congobelga. 
Esco dalla struttura, l'aria è fresca. Ripenso ad Alberto, al suo "basic instinct", alle figlie e figli che non hanno avuto niente ma in realtà hanno avuto tanto. 
Differenza tra il buon padre di famiglia, ed un padre buono.
Dove avrò messo l'accendino?


26.8.13

noi che abbiamo nella testa un maledetto muro

Quelle che propongo oggi non sono parole mie [ho solo assemblato parole di....vabbè, non lo dico subito. La cosa che conta è che esprimono il mio pensiero molto meglio di quanto possa fare io in questo periodo].

FEMMINICIDIO: terribile neologismo, non in sè  -il termine rende sin troppo l'idea- ma per le situazioni che ne hanno portato l'uso nel linguaggio comune.: l’uccisione di una donna in quanto donna, quale che sia l’età o l’estrazione sociale, etnica, religiosa della donna. In un paese che negli ultimi 20 anni ha visto quasi dimezzati gli omicidi, questo reato non decresce, anzi. E la violenza sulle donne, anche quando non arriva all’uccisione, mostra cifre che non possono lasciare indifferenti: soprattutto perché non si tratta di una “emergenza”, ma di una prassi costante. Una peculiare forma di violenza, rivolta non solo, ma anche, e con particolare accanimento, nei confronti delle donne è quella della diffusione di parole d’odio ["hate speech"], con modalità che ricordano quelle del bullismo e dello stalking (a volte sembrano esserne una nefasta sintesi).


Ci sono almeno due concetti che potrebbero essere evitati nelle cronache ormai quotidiane sulla violenza contro le donne.
Il primo è il concetto di “emergenza”. C’è infatti uno strano automatismo nel nostro Paese, secondo il quale se episodi analoghi e gravi si ripetono con una certa frequenza vuol dire che si deve rispondere con una logica emergenziale. Ed invece nel bollettino quotidiano dell’orrore contro mogli, fidanzate o amanti c’è una violenza stratificata e con radici profonde. Più aumentano i casi, più si dovrebbe ragionare in termini di problema strutturale e quindi culturale.
Il secondo concetto è quello di “raptus”, riportato spesso nei titoli dei giornali. Quando però si va a leggere il pezzo si capisce che di improvviso non c’ è stato proprio nulla. Ciò che è stato definito “raptus” era invece un gesto ampiamente annunciato. Penso ad uno degli ultimi casi: Rosaria Aprea, ventenne di Caserta, ridotta in fin di vita da un fidanzato geloso fino all’ossessione. Stordita dall’anestesia, ha avuto la forza di indicare il suo compagno come l’autore di quella violenza. Lo stesso che già due anni fa l’aveva mandata in ospedale, a furia di calci e pugni. Ed è stata forse improvvisa, la morte di Maria Immacolata Rumi qualche settimana fa a Reggio Calabria? È arrivata in ospedale in fin di vita per le percosse subite. Il marito ha raccontato di averla trovata dolorante e “intronata” una volta tornato a casa. Ma gli stessi figli hanno dichiarato: “Nostro padre l’ha picchiata per tutta la vita, era geloso, non voleva che lavorasse”. Ecco perché parlare di morti improvvise appare addirittura grottesco. Sette donne su 10, prima di essere uccise, avevano denunciato una violenza o avevano chiamato il 118. E allora perché non sono state protette? Dunque il più delle volte sarebbe meglio parlare di assassinii premeditati e di omissioni da parte di chi avrebbe potuto e dovuto tutelare le vittime. Il comitato “Se non ora quando” di Reggio Calabria dopo l’omicidio di Maria Immacolata si è chiesto: tutto questo si sarebbe potuto evitare se fossero state rifinanziati case-rifugio o centri antiviolenza? Non potremo mai sapere se Maria Immacolata si sarebbe rivolta a queste strutture, ma di certo sappiamo che sono troppo poche in Italia. E che sono ancora meno quelle in grado di offrire ospitalità alle donne. Si parla di un posto ogni 10mila abitanti. Dunque non c’è più tempo da perdere: i soldi per rifinanziare i centri antiviolenza devono essere trovati. Alcuni fanno notare che sarebbe utile introdurre un’aggravante per i casi di femminicidio. Altri, invece, sottolineano che non servono nuove norme, ma un’effettiva applicazione di quelle già esistenti. Se è così, allora bisogna capire dove e perché si inceppa il meccanismo dell’attuale legislazione. Si potrebbe dunque immaginare una sorta di monitoraggio dell’applicazione delle norme in materia di violenza alle donne.

C’è poi la questione della violenza via web. La Rete non è uno sconfinato spazio di libertà illimitata. Le finalità di molti tra i più popolari siti al mondo, ad esempio, sono in primis commerciali, mentre mettere in atto forme di tutela efficaci per gli utenti che divengono vittime di odio non è sempre una priorità. L’obiettivo principale, fra i colossi dell’industria di Internet, rimane quello di aumentare il numero degli utenti, delle cosiddette hit, numeri da rivendere poi alla pubblicità. [...] In passato le vittime di bullismo subivano gli attacchi di un gruppo circoscritto di persone che avevano deciso di prenderli di mira. Una situazione difficile e angosciante, che ha segnato e segna l’infanzia e l’adolescenza di tanti, soprattutto dei molti – la più parte – che non hanno trovato la forza di reagire. Oggi, però, le bugie, gli insulti, le minacce contro una persona possono raggiungere centinaia o migliaia di utenti, finendo per causare una pressione insostenibile. Ciò che mi sta a cuore è che si eviti l’equazione secondo cui, se le minacce, gli insulti sessisti, avvengono sulla rete, sono meno gravi. Non è così: la rete invece amplifica e pensare di minimizzare vuol dire non aver capito la portata del danno che dal web può derivare sulla vita reale delle donne. Le donne – anche se non figurano, a differenza delle minoranze etniche o razziali o delle persone omosessuali, tra le categorie ritenute oggetto di hate speech in molte legislazioni nazionali – sono tra le più esposte a questo fenomeno. Ne sanno qualcosa anche molte donne italiane, blogger, giornaliste, politiche, attiviste e cittadine, giovani e meno giovani, che si espongono su temi controversi e per questo sono spesso vittime di una forma di misoginia online. Questo non significa, lo ripeto, invocare un bavaglio. Semplicemente far sì che le norme già esistenti possano trovare effettiva applicazione anche per la rete. Oggi invece false identità o server collocati all’altro capo del mondo offrono un comodo riparo.
Infine, l’utilizzo del corpo della donna nella pubblicità e nella comunicazione. L’Italia è tappezzata di manifesti di donne discinte ed ammiccanti, che esibiscono le proprie fattezze per vendere un dentifricio, uno yogurt o un’automobile. In tv i modelli femminili che vengono proposti in prevalenza sono la casalinga e la donna-oggetto, possibilmente muta e semi-nuda. Da lì alla violenza il passo è breve. Se smetti di essere rappresentata come donna e vieni rappresentata esclusivamente come corpo-oggetto, il messaggio che passa è chiarissimo: di un oggetto si può fare ciò che si vuole. E invece è proprio a tutto questo che bisogna dire no. 
O siamo ancora dalle parti del "le femmine sono tutte grandi puttane, tranna mia mamma e mia sorella"?

Insomma, non sarebbe ora (e appunto, se non ora quando?) di mettere in discussione i nostri comportamenti e demolire quel maledetto muro che abbiamo nella testa?

Aggiornamento

Voglio pubblicare qui il commento di Ross che...beh, non aggiungo altro: dice tutto lei, ed al solito lo dice con estrema efficacia e grande profondità. Grazie, Ross.


Tema dei temi, questo.
Perché, alla fine, ogni volta che mi trovo a pensarci, arrivo sempre a una conclusione: ciò che succede al corpo femminile non è diverso da ciò che succede alla nostra coscienza. 
Ne abbiamo una?
Ma attenzione: coscienza è conoscenza. Non è data l'una senza l'altra perché sono la stessa cosa.
Allora, facendo ancora un gradino verso il fondo, mi accorgo che tutto fa capo alla svalorizzazione di una parola che oggi viene solo abusata, proprio come le donne, e come mille altre soggettività: etica.
L'etica sta in fondo, cioè in cima.
Perfino la morale viene dopo e di conseguenza.
L'oggettivazione del corpo, la manipolazione mediatica a scopo commerciale del corpo (perfino quando vendono un corso di Pnl o un libro, ci stanno dicendo che il "muscolo cerebrale" si può vendere come un prodotto), rende l'essere umano cosa, non più essere.
E sulle "cose", esprimiamo l'ultima traccia di potere che ci è rimasta: quela del dominio del più forte sul più debole, del duro sul morbido, del grande sul piccolo.
La violenza e l'omicidio sono una resa dei conti fra impari: si uccide per vendetta, fosse anche la vendetta che cova nella rabbia di scoprirsi ancora forti solo fisicamente, pur avendo perso ogni forza della ragione, della morale, dell'etica.
Appunto.
Se l'altro non è me, se è altro da me, determino con ciò stesso, nel dichiararlo "diverso" da me, la mia illusione di essergli superiore.
Migliore.
E se mi definisco migliore, per qualsiasi motivo, dalla scelta di un paio di scarpe, di un modo di camminare o fin giù nella più idiota delle banalità con cui mi identifico, dico insieme cosa ha valore.
E chi mi è minore, cioè inferiore (nei gusti così come in ogni altro aspetto per me identitario), posso dare lezioni, correggerlo, cioè pestarlo a sangue fino a ucciderlo.
Come facciamo con gli animali, no?
Mica ce li mangiamo perché sono carini, ma perché sono deboli.
Portiamo i bambini alle fattorie didattiche per far loro ammirare pulcini e galline per poi presentarglieli impanati e fritti.
Etica.
Senza non siamo esseri, solo cose.

19.8.13

Italia spacciata/1


Una cosa che ho notato in questi lunghi mesi, dove si è passati senza soluzione di continuità, da giornate piovose a giornate afose [e chi conosce il clima della cittadella, sa quanto siano realmente afose] , è la corsa, da parte di alcuni automobilisti, all’occupazione del posto per portatori di handicap.
Qualcuno parcheggia e corre verso il luogo che deve raggiungere addirittura senza esporre nessun contrassegno: qualcun altro sosta sul proprio veicolo e, al legittimo titolare di contrassegno che nel frattempo è arrivato e reclama [giustamente] a colpi di clacson il proprio posto,  fa segno di aspettare qualche minuto. A volte vedi un contrassegno ben in vista su un macchinone da cui poi escono baldi giovani, di quelli con occhiale griffatissimo scuro e colletto della polo alzato, accompagnati da vistose signorine tacco 12 e mini short.
Insomma, la classica miscela "SUV & putanun" da cinepanettone [o programma di fascia pomeridiana da  rete mediaset].
A voler essere buoni. si può pensare alla abitudine, tipicamente italiana, di aggirare furbescamente, se non disattendere completamente, alcune regole di normale buona educazione; a pensarla male, invece, si può arrivare alla conclusione che chi usurpa e occupa posti riservati al parcheggio di disabili, lo faccia semplicemente per arroganza. Ipotesi avvalorata dal fatto che, quando parli e ti rivolgi a questi esseri, comunque hanno ragione loro: perche’ piove e ho le bambine piccole (con le gambine perfettamente funzionanti), perche’ ho mal di schiena, ma e’ soltanto per due minuti, non vede che sto telefonando, etc.etc.
Come succede troppo spesso, in questo nostro disastrato paese senza più etica, se osi far valere un tuo diritto, corri pure il rischio di sentirti apostrofare in malo modo. Quindi, bene ha fatto una mia collega affetta da poliomielite che ha lasciato un foglio sul tergicristallo del cafone, che ne aveva occupato il posto sotto l'ufficio, con questa frase: "ti sei preso il mio posto, prenditi anche il mio handicap".




7.9.12

Polli d'allevamento


Mi hanno assunto all’ E**l!
Il grido, legato al salto di gioia, risuona per casa. L’entusiasmo del ventenne che vorrebbe essere contagioso. Ma….Perché c’è, un ma. Alla base, la delusione del padre che, alla stessa età, ci aveva provato davvero, ad entrare nel prestigioso ente nazionale:  ed erano stati muri di gomma, nonostante titoli di studio più elevati ed anche una telefonatina del portaborse del segretario dell’oscuro deputato pentapartitico. Per cui, suonava strano che adesso il prestigioso Ente assumesse così, con inserzioni sulla Rete e sui giornalini locali. Presto detto: chi assume infatti non è l’Ente ex monopolista, ma una (più o meno oscura) società più o meno satellite e dal marchio molto simile che, ovviamente, non assicura uno stipendio, ma esclusivamente provvigioni.  La possibilità di utilizzo del marchio, dicono, è possibile proprio grazie alle cosiddette “liberalizzazioni” nel campo dell’energia. In pratica, cosa succede? Succede che frotte di ragazzotti vengano contattati da queste Premiate Ditte, vengano indottrinati a dovere nella ricerca e  -soprattutto -  nel convincimento dei polli da spennare. Perché, intendiamoci, le Premiate Ditte non offrono prezzi migliori  -quello che sarebbe il fine delle liberalizzazioni-  ma qualcosa di diverso.  Leggendo con attenzione i fogli che i patacchinati portano nella elegante borsa col marchio dell’ ex monopolista, ne saltano fuori delle belle.  Curiosamente, si tratta di contratti predisposti per due sole specifiche categorie di utenti: i polli attivi e i polli passivi.

I “polli attivi”: convinti di essere i più furbi, si rivolgono spontaneamente alle società che offrono energia nel mercato libero, implorando la possibilità di essere ammessi fra i loro clienti. Magari si sono fatti suggestionare da una insistente campagna promozionale in tv, dove tutti promettono tutto a tutti per niente o poco più. Alle prime bollette si accorgeranno di non aver risparmiato un bel nulla, e magari daranno al Governo la colpa dell’aumento dei costi.

I “polli passivi”: decisamente più numerosi, non si rivolgono a nessuno. Sono quelli, poveracci, che vengono braccati casa per casa da [non invitati] giovanotti col patacchino. Ovviamente non ci sono polli passivi dappertutto:  c’è una maggioranza di persone che quando danno udienza ai patacchinati, credendo che si tratti di dipendenti E**l , invece che disoccupati pagati a provvigione da società dai nomi simili, lo fanno per l’impossibilità di immaginare l’inghippo che si nasconde nelle parolone che ascolteranno, frasi in cui significati ambigui di parole conosciute, insieme con altre sconosciute, portano a conclusioni imprevedibili. Non sono polli ma è come se lo fossero. Uno dei fogli del mio figliuolo “patacchinato” , per dire, è titolato “Richiesta di Attivazione”, ed è formulato analogamente ad una supplica di un suddito in disgrazia. Stranamente, non è titolato “Contratto di Fornitura Energia ecc. ecc. ”.

Perché?
Perché in prima battuta non può esserlo. Dato che la società proponente non possiede una propria rete elettrica o del gas, non fornirà mai nulla. Vuole solo poter gestire i soldi delle bollette ricavandoci qualcosa. Così il documento contiene scaltrezze metamorfiche per mutarsi successivamente in Contratto. Infatti, la “Richiesta” sottoscritta dà mandato alla Premiata Ditta di rivolgersi agli effettivi gestori di reti, chiedendo di continuare a fornire energia al pollo, ma a nome suo. Se i veri gestori ci stanno, la Richiesta diventa automaticamente un Contratto in virtù di più firme apposte dal pollo in prima pagina, dove dichiara di accettare integralmente ciò che è scritto lì e nelle pagine successive non lette, sottoscrivendo implicitamente anche di essere un pollo fessacchiotto. Sta appunto qui la furbata malefica: la “Richiesta/Contratto” si dilunga in sette pagine stampate in caratteri minuti, con 25 articoli e 91 commi (il doppio di battute della Costituzione degli Stati Uniti, Emendamenti compresi), con numerose sigle incomprensibili anche ai lettori evoluti senza l’uso di glossari, e non è esaustiva (l’art. 1 – Definizioni, non spiega le sigle astruse, però cita 16 direttive dell’AEEG senza riportarle). Su due piedi, durante l’incursione dei patacchinati, é indigeribile un testo di 70.000 battute. La Legge non permette una cosa simile: c’è l’art. 1341 del CC che parla chiaro: “Le condizioni generali di contratto predisposte da uno dei contraenti sono efficaci nei confronti dell’altro, se al momento della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando l’ordinaria diligenza”. La Premiata Ditta cita tranquillamente quell’articolo nel punto dove il pollo deve firmare per l’accettazione del tutto, facendogli così ammettere di aver conosciuto le condizioni del contratto. La quadratura del cerchio non è mai stata un’operazione difficile. Quando i patacchinati se ne vanno con una richiesta/contratto firmata, un pollo s’è guadagnato un intermediario in più, che per contratto non muoverà un dito in caso di defaillance nelle erogazioni. Nonostante lui abbia già assolto oneri per cauzioni ed altro coi veri fornitori, l’intermediario pretenderà la corresponsione di “contributi in quota fissa” a copertura degli oneri amministrativi, esigendo che riparta da zero con un nuovo fornitore che fornitore non è, compresi i dati sensibili economici in deroga alla tutela della privacy opportunamente autorizzata dal pollo.
Ed il prezzo libero, il motore di tutto? Si tratta di una voce variabile fra altre che concorre al prezzo finale: esattamente come per il mercato “non libero”. Ciò permette al pollo che lo scopre, dopo attente letture e considerazioni del contratto firmato, una consapevolezza nuova: che sottoponendosi ad una limitante (e pure umiliante) burocrazia aggiuntiva non migliora per nulla la qualità dei servizi che riceverà, né aumentano le garanzie, anzi, diminuiscono; forse risparmierà qualche centesimo se i mercati internazionali si mostreranno benigni; però capirà con soddisfazione che aziende costruite ad hoc per fare da inutili passacarte prosperano con l’adesione dei polli. Sotto la vaga impressione dell’incombere di un sistema parassitario, potrebbe giungere alla conclusione che come al solito si stava meglio quando si stava peggio. Rimpiangendo la solida stolidità del solito poco tutelante sistema monopolistico standard, egualmente ipertassato ma un po’ meno farraginoso. Un salto evolutivo non da poco, passando dal ruolo di polli inconsapevoli a quello di normali stupidi che accettano docilmente quanto stabilisce una genia di filibustieri dominante l’Italia da decenni. Per cui, occhio se qualche suadente patacchinato busserà alla vostra porta.
[per la cronaca: mio figlio, resosi conto di tutto questo, ha restituito borsa, fogli, penne, gadgets ed ha preferito fare volontariato sulle ambulaznze: più povero in soldi, ma più ricco dentro. E pulito].

19.6.12

Time passages


“Posso chiederle un favore? Mi prende un tea alla pesca giù alle macchinette?”
Doretta.
Già, “la” Doretta, con quel vizio tutto nostrano di far precedere i nomi proprii femminili dall’articolo. Suona strano, rivederla là, dopo tanti anni, nel suo lettino d’ospedale. E pensare che quarant’anni fa era la cassiera del cinema dove il film era solo una delle attrazioni: perché, inutile nasconderlo, una di sicuro era lei. Avrà avuto, all’epoca, una trentina d’anni: bionda, minuta, ma molto ben proporzionata. Con le sue microgonne che suscitavano più che ammirazione, per noi giovani virgulti allora in piena tempesta ormonale e, come mai più, sensibili alle “giovani emozioni”. Una tipa alla Kylie Minogue, per capirci, anche se all’epoca non potevamo saperlo e neppure immaginarlo. Una sera l’avevamo anche aspettata, dopo la chiusura: tutti e quattro, noi inseparabili, quelli che si credevano moschettieri ma erano solo giovani allocchi. Quando poi la vedemmo salire su una Alfa sportiva, guidata da uno che puzzava di soldi a metri di distanza, fu un sottile sentimento di dolore, appena appena mitigato dalla visione celestiale dell’attimo tra il suo accomodarsi sul sedile e la chiusura della portiera.
E adesso è lì, sola, nessuno che la venga a trovare: quando la terapia glielo consentiva, i primi giorni, si allungava fino alla terrazzina del piano per fumarsi una sigaretta, ma negli ultimi giorni devono averci picchiato duro, coi sedativi.
Però….però il fascino rimane: anche a settant’anni lo sguardo, quegli occhi grandi e gli zigomi sporgenti portano i segni dell’antico splendore. Forse si è rimpicciolita, e mi viene da sorridere a ripensare a quel film di Troisi dove lui elabora una sua teoria secondo cui con gli anni certe ragazze “si fanno piccirille piccirille, quasi comm’ i criature”. Si, decisamente glielo farò, il favore: è un minimo ricambiare quello che, inconsapevolmente, lei fece anni fa a noi giovani allocchi.

10.6.12

Svegliarsi & risvegliarsi


Svegliarsi con la bocca come impastata.
Svegliarsi meno riposati di quando ci siamo addormentati; addosso, come una putrida pelle, la maledetta  sensazione che nulla più sarà come prima.
Svegliarsi la domenica ed avere come unica consolazione che, almeno oggi, siamo tutti a casa; e pensare al lavoro, e sentirsi come svuotati, con poca voglia di "fare", ma al tempo stesso tuffarcisi dentro, come per ubriacarsi e non pensare..
Svegliarsi e guardare i miei amatissimi cd, alcuni dei quali con la custodia rottasi quella maledetta notte, e non immaginarmi inebriato come al solito al loro ascolto; e pensare al concerto di Bruce a Firenze, a quel mezzo pensiero ai confini della follia di andarci, fatto alcuni secoli fa; e trovarsi ad invidiarne i partecipanti non tanto (e non solo) per la musica, ma quanto per l'allontanamento fisico e mentale.
Svegliarsi sentendosi tradito dalla mia terra tanto amata, svegliarsi, però, con un profondo senso di rabbia verso questi  “dotti medici & sapienti”, pseudo tecnici-burocrati che, forse solo per pararsi il culo, hanno rimesso in allarme una popolazione già fortemente provata (sia praticamente che anche “solo” psicologicamente), pensare a quale senso possa avere scrivere quelle cose e renderle pubbliche senza peraltro avere qualcosa di serio od un piano per evitare problemi, se non tutelarsi loro e basta.
Svegliarsi una mattina della nuova vita del "dopo" ed avere più stati d'animo tra loro contrastanti, un misto di disperazione, di tensione, di allarme, ma anche di forte irritazione e di enorme desiderio di mettersi tutto alle spalle il prima possibile e ricominciare la vita quotidiana: proprio quella banale quotidianità di cui a volte ci si vergognava..

Con questi stati d'animo saluto tutti, ed in particolare coloro che hanno un legame con persone, luoghi, affetti che vivono o hanno vissuto in questa parte della pianura padana. Siete tanti, siete forti, e questa stessa forza la distribuite a piene mani con le vostre parole: siate consapevoli di quanto siete importanti. Per la prima volta in tanti anni, ho stampato tutti i commenti dal 20 maggio in poi e li conservo nella mia moleskine: non ho parole per rappresentare degnamente quanto mi riempiano di energia.

30.5.12

Flash/3

Cosa aggiungere, quando le parole sembrano inadatte a raccontare? Credo sia sufficiente, al di là delle altre transenne, degli altri cornicioni crollati, del sentirsi ostile ogni muro fino a ieri confortevole per la vista, leggere tra le righe del burocratese di questo comunicato:
"Le nuove scosse di terremoto che hanno colpito l'Emilia il 29 maggio hanno indotto l'Amministrazione Comunale di Ferrara e Ferrara Arte a chiudere anticipatamente la mostra a Palazzo dei Diamanti, Sorolla. Giardini di luce.
È stata una scelta difficile, motivata innanzitutto dall'entità del fenomeno sismico. Per poter riaprire al pubblico la sede espositiva, sarebbe infatti indispensabile avviare una nuova istruttoria di verifica di agibilità dell'edificio storico, onde poter garantire la sicurezza dei visitatori, del personale in servizio, oltre che delle opere ivi allestite. La durata di tale processo, dall'esito incerto, non è prevedibile nella situazione attuale. A questo si aggiungono le legittime preoccupazioni dei responsabili dei musei e dei collezionisti privati che hanno generosamente prestato a Ferrara opere di grande valore e che, allarmati dalle notizie drammatiche diffuse dalla stampa internazionale, chiedono il rientro anticipato delle opere.
Il rammarico degli organizzatori è tanto più vivo, considerato il buon esito della mostra, che è stata accolta molto favorevolmente dal pubblico e dalla stampa e ha raggiunto il risultato estremamente significativo di circa 35.000 visitatori
".

Ci dicono di stare tranquilli, ma come si può, quando tutto intorno leggi, in occhi insolitamente sbarrati e cerchiati, l'esasperazione? Ed è già buona che non sia disperazione. Intanto, è stata deviata anche la linea dell'autobus che passava per il Centro; oggi era inaccessibile un tratto del Corso che porta all'Arcispedale; alle speculazioni politiche dei giorni scorsi si aggiungono quelle pseudoscientifiche sulla base di presunte conseguenze di trivellazioni, che stanno ad un siama come una pulce in groppa ad un toro. Stamattina ci hanno fatto rientrare in ufficio, e colpiva vedere colleghe e colleghi piangere come bambini ai primi giorni di scuola, arrivati là davanti non volevano più entrare.
Disarmati, in una guerra che nessuno avrebbe mai voluto combattere.

26.5.12

Flash/2

Intanto, un abbraccione affettuoso a tutti, non ho il tempo per rispondere singolarmente, si sono aggiunti anche problemi familiari ad assottigliare il già [scarso] tempo disponibile. Leggo tutto, assorbo tutto, mi fate bene.


Cosa dire, a sei giorni dal sisma?
Provo un senso di schifo, a vedere la reazione dei media di fronte alla vicenda. C'è anche chi davanti ad un fatto del genere pensa solo alla vuota polemica politica, non c’è un minimo senso di comunità e responsabilità civile. Deliranti articoli in cui sostanzialmente si accusano i capannoni industriali di essere caduti perchè costruiti dalle coop rosse (e quindi, capannoni comunisti...). Quanta miseria umana.
Non è passata neppure una settimana, in città più passano le ore più ci si rende conto della buona sorte che ci è toccata, considerando che davvero a dieci minuti di macchina dal Castello c'è la morte, l'angoscia, la disperazione. 
L'incognita del futuro, dato che bastano davvero due tuoni di quelli intensi per far tremare e sobbalzare. Ieri mattina, per spiegarmi, stavo per entrare in sede al lavoro quando un rumore di vetro in mille frantumi mi ha gelato il sangue. Invece era solo succeso che il vigilante si fosse chiuso fuori, con le chiavi lasciate dentro, ed avesse come unica possibilità immediata lo spaccare un vetro per entrare.
E’ passata neppure una settimana, mi pare che tutto il possibile sia stato fatto. La citta’ ha subito ferite importanti, ma ha retto: poi magari mi tocca leggere sui quotidiani locali le missive di gente che attacca il sindaco per il fatto che non sono passati a raccogliere il pattume.
Domenica pomeriggio, sotto la pioggia, verso le sei vagavo in macchina per le strade, e tutti i luoghi pericolosi dove erano caduti cornicioni, camini, fregi, et similia erano già transennati. Rispetto ai sei/settemila senza casa dei comuni limitrofi, in città abbiamo qualche evacuato, in certi casi è più la psiche ad avere crepe pericolose, che le abitazioni. E se l’esercito non è a Ferrara, mi sembra che a pochi chilometri da qui ci sia una situazione ben più drammatica, con grandi tendopoli e paesi che quasi non ci sono più. Ma non se ne parla più di tanto: a me è bastato leggere gli occhi di colleghi di Poggio, di San Carlo, di Scortichino per definirmi un privilegiato.
Intanto, in mattinata vado a comperare il Parmigiano terremotato: in breve, il Consorzio ha recuperato decine di migliaia di forme crollate dalle scaffalature e quindi ammaccate  -ne ha scritto anche Petrini su "Repubblica" mercoledi- che vengono vendute a prezzo "politico": per avere subito in cassa soldi freschi, e ricominciare quindi, sin da subito, a fare qualcosa per le aziende produttrici [e filiera ad esse collegata]. C'è la possibilita di comperare forme intere, ma anche tagli da un paio di chili, a prezzo prefissato per evitare distorsioni o speculazioni. Non è beneficenza o convenienza, mai come stavolta mi sembrano concetti lontani: la chiamerei una iniezione di fiducia. Quella di cui tutti abbiamo un po' bisogno, e non solo nelle zone del sisma.




27.5 - Aggiornamento.

Su un quotidiano locale c'è questa lettera/comunicato. Mi sembra un ottimo spunto di riflessione.

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Se  questo  è  il  terremoto

Ma in Rai, e a Roma, sanno che c’è stato il terremoto? Sanno cosa significa? Sanno che l’Emilia Romagna non è solo l’Emilia o solo la Romagna e oltre il Parmigiano Reggiano, che pure ci distingue nel mondo, c’è la manifattura o il comparto del biomedicale che trainano l’economia e rischiano di non ripartire?Come ufficio stampa della Confartigianato di Ferrara, sono stata contattata nei giorni scorsi dalla redazione della trasmissione di Rai Tre, Robinson, condotta da Luisella Costamagna. Mi è stato detto che la puntata di venerdì avrebbe dato spazio al terremoto con ospiti in studio e collegamenti esterni in diretta, da Ferrara appunto, nell’area adiacente al Castello estense. Mi è stata chiesta la disponibilità dell’associazione a partecipare, insieme anche ad alcuni imprenditori. Il mio ok è stato immediato, così come quello dei colleghi delle altre associazioni. E così, venerdì sera, i vertici di Confartigianato, Unindustria, Confcommercio, e alcuni sindaci e assessori del territorio si sono messi a disposizione.La faccio breve: la puntata non era evidentemente dedicata al terremoto, in studio si è parlato del successo del Movimento a 5 Stelle alle recenti elezioni amministrative, del microcredito, della legge elettorale, di Berlusconi. E ovviamente non sono mancate le battute di Antonio Cornacchione sul Bel Paese. I collegamenti con Ferrara sono stati due, tre con i saluti, per complessivi forse – e sono generosa – 10 minuti, distanziati oltre un’ora l’uno dall’altro. Gli ospiti – possono chiamarsi così in un simile frangente? –, peraltro in piedi, al freddo, come belle statuine, hanno cominciato a spazientirsi, alcuni ad andarsene. Confartigianato, rappresentata dal direttore Giuseppe Vancini e due imprenditori che hanno subito danni, è rimasta. Stessa cosa hanno fatto Unindustria, col direttore Roberto Bonora, e il sindaco di Poggio Renatico, Paolo Pavani. Gli altri no. Però dopo un po’, io che pure stavo dietro, sono sbottata con l’inviato, Flavio Soriga, che era in palese disagio ma probabilmente non aveva l’autonomia o la forza per dire in trasmissione che qui, a Ferrara, dove era lui, dove la terra trema da giorni, dove nel pomeriggio l’intera frazione di San Carlo era stata evacuata, la gente voleva parlare del terremoto. E se ne fregava bellamente di quel di tutto un po’ – non certo le nostre priorità immediate – di cui hanno trattato i big seduti in studio sollecitati da domande che nulla avevano a che fare con quanto si verifica qui, al Nord, e scusate l’ironia. Lì in piedi, per due ore, c’erano vertici delle associazioni e sindaci che avrebbero meglio impiegato il loro tempo a rispondere alle telefonate di imprenditori e cittadini che in questi giorni hanno bisogno di essere rassicurati. Sono rimasta sgomenta nel sentire che le poche parole dedicate al terremoto sono state di questo tenore, ‘Ci colleghiamo con Ferrara, terra di agricoltori e allevatori, dove sabato notte c’è stato il sisma, con 7 vittime, 4 delle quali in fabbrica’.
Scusate, ma è tutto qui? A chi ha organizzato la puntata chiedo se il terremoto è stato usato come riempitivo della trasmissione. Tutto questo fa riflettere.
E io, come giornalista, mi chiedo: come si fa a Torino o a Palermo a fare capire cosa è successo a Ferrara e nelle zone colpite, se la Rai, che prima e meglio degli altri dovrebbe fare informazione, tratta i terremotati come un’appendice dei mali dell’Italia? Persino le vittime – oggi i primi funerali – sono state trascurate, due parole e via. Forse in trasmissione hanno creduto che qui, venerdì, la vanità di apparire fosse superiore alla paura. Ma ribadisco, chi ha accettato la diretta lo ha fatto per poter dare un contributo concreto, anche di richieste al Governo, nella piena responsabilità del proprio ruolo. Ed è vero che alla fine, il povero inviato, è riuscito a dare la parola a chi di dovere per dire queste cose. Ma è stato alla fine, è stato per sfinimento, ed è stato ridicolo. Il collegamento si è rivelato una farsa che non ha reso onore a nessuno, neppure a chi ha perso la vita. Però come cittadina, come giornalista, come elettrice, mi preoccupa quanto si è verificato venerdì. Perché se questo è lo spaccato dell’interesse esistente per quanto è successo allora la situazione è drammatica, prima che economicamente moralmente. Il rischio (volontario?) è che si dimentichi che qui ci sono famiglie distrutte per la perdita dei propri congiunti, la gente è stata sfollata, l’arte ha subito danni, gli imprenditori hanno bisogno di risorse dallo Stato per ricominciare. Che qui servono soldi, non come ossigeno, ma come salvezza. E a chi, in studio, ha presentato l’Emilia Romagna come terra di agricoltori e allevatori, ricordo che c’è tanto altro. Qui la mattina non si mungono solo le vacche prima di andare al lavoro, qui c’è gente che piange famigliari e amici che non ci sono più, che ha le mani nere perché sta spostando i cocci dei muri crollati delle proprie case e aziende, ci sono i funzionari delle associazioni che vanno in ufficio con l’angoscia nel cuore per i loro imprenditori, ci sono sindaci e amministratori che vorrebbero non dovere passeggiare per i container per confortare le famiglie sfollate. Sarebbe stato bello che a Robinson ne avessero parlato. Oppure, non ne avessero parlato affatto, non ci avessero fatto credere che c’era interesse per l’Emilia piegata. Perché quello di venerdì, è stato un pessimo servizio. Un servizio credo costato qualcosa per la trasferta di inviato e operatori e macchinari. Oltre alla beffa, lo spreco.
Camilla Ghedini         

4.5.12

Ne(cro)tiquette

Avevo già parlato, tempo fa, delle discussioni che avvengono, tra quei quattro o cinque (io, ovviamente, sono sempre l' "o cinque") personaggi che di mattina si trovano alla stessa ora a prendere il caffè nel nostro bar interno dando luogo a convegni flash in cui si discute di tutto senza arrivare poi a conclusioni certe, peraltro. 
E stamattina, mentre mi lambiccavo il cervello su cosa scrivere qui, è arrivato immediato lo spunto. Non occorre certo una laurea, neppure se conseguita in Albania, per afferrare al volo certi stimoli. L'argomento, affrontato con la consueta perizia di cui solo un consesso di esauriti scafati navigatori è capace, era il seguente:

"Usi e costumi nell'invio di posta elettronica e sms".

Primo relatore, il "forever young" E., il quale, come tutti i cinquantenni che "frequentano" ragazze molto (anzi, moooltooo) più giovani di lui, sostiene che nelle mail si può sostituire gran parte del testo con faccine et similia, e che negli sms è tanto più comodo usare le k, saltare una qualche virgola -ad onor del vero, anche a sentirlo parlare mi sembra avere più di un problema con le seppur elementari regole grammaticali, ma tant'è- e che nessuno al mondo userebbe una maiuscola in un sms, col rischio di disabilitare il T9 e la perdita di tempo del "tornare indietro".
Quindi, mia obiezione, se rispondi ad una mail non usare il maiuscolo è d'obbligo?

E. afferma che "è perchè il dialogo è iniziato ed è inutile la maiuscola come se si stesse iniziando una relazione". Roba superata, insomma.
Cosa? obietto perplesso, quindi aprire una mail con la lettera maiuscola è "roba da vecchi"? Al massimo, penso che risparmiare quel gesto di mettere e togliere il maiuscolo sia una forma di sciatteria, in cui a volte peraltro anche io cado, quando ho troppa fretta.

A. invece è una accanita sostenitrice della teoria che negli sms ci si debba firmare: anzi, fedele com'è alla forma, la sua tesi è che il maiuscolo ad inizio frase è fondamentale, nulla importa che si tratti di mail, di post o di sms: a scuola ci hanno insegnato  -poi, lei che è una ex prof calca la mano- che ad inizio frase, o dopo un punto, si usa sempre la lettera maiuscola; e quindi con il passaggio alla comunicazione elettronica il mezzo non fa la differenza. La persona corretta scrive sempre in italiano corretto, e questo è fondamentale, perchè le sembra che si sappia scrivere sempre meno.
Mentre la ascolto, ripenso che curiosamente, quando scrivo una mail, tendo ad utilizzare la medesima composizione che usavo per le lettere, magari al posto di "Caro XXX" scrivo "Ciao XXX" e non metto la data, ma al fondo, di solito, firmo anche se scrivo solo la mia iniziale puntata.

Allora, incuriosito dall'argomento, allargo la domanda a tutti quelli che passano da qui: esistono altre regole, più o meno implicite, che riguardano le comunicazioni via sms o via mail o via rete? E, sopratutto, quali possano essere i motivi, dato che "mi sono fatto persuaso" che alla fine della corsa sia un po' la pigrizia, un po' l'abitudine, spesso la mancanza di rispetto verso persone e regole a giustificare determinate norme ed usi nella comunicazione digitale.
Tutto deve essere fatto nel più breve tempo possibile, tornare indietro per mettere una lettera Maiuscola  o scrivere un "ch" come si deve viene ritenuto una fatica inutile.

Oppure mi sbaglio?

Ecco, vorrei avere delle opinioni anche le più svariate, in merito: alla fine, per motivi anagrafici non sono un nativo digitale, sono solo un adottato (o più probabilmente dis-adottato....)

21.3.12

Non è tutto oro ciò che luccica


Ilfenomeno è a dir poco impressionante: non ci avevo mai fatto caso prima, poi unincontro casuale [ed un commento di Leira nel post precedente] hanno dato ilvia alle considerazioni. Riassunte in una sola parola (in origine erano due, male necessità del marketing hanno compresso in una sola. E non solo le parole,sono compresse): i compraoro.
Spuntanocome funghi, se persino nella cittadella -che per quanto riguarda l’aperturamentale è in pratica una comunità Amish ma che ama girare in Suv- se ne contanoalmeno una decina. Uno di questi, ed ecco l’incontro casuale, è di proprietà diun tizio che è talmente convinto della propria avvenenza da riempire col suofaccione le fiancate dei bus e decine di minuti di televendita sulla tv locale.Ad occhio, non credo abbia profondi studi di fisiognomica, ma poco o nullaconta. Conta, invece, che il suo negozio sia sempre pieno. Così, mentre lo vedo“di pirzona pirzonalmente” , vestito di eccellente fattura, occhiale alla moda,orologio che è più oro che logio, sorbirsi avidamente un eccellente e riccoaperitivo, penso che dietro quel bicchiere ci siano storie di affitti,bollette, mutui, spesa alimentare, figli da crescere e far studiare.
Tuttequelle voci di bilancio, insomma, difficili da sostenere quando la crisicolpisce, e colpisce duro.
Per questo sempre più spesso si tende a far ricorso alla vendita dei gioielli edell’oro usato in cambio di denaro liquido. E dove c’è il miele, arrivano le api.In realtà, pare che aprire una bottega del genere non sia una impresa troppocomplicata: basta trovare una vetrina  odun insegna ben colorate, la scritta “compro oro” a caratteri cubitali[ovviamente dorati], un po’ di cartellonistica ed un passaparola nei postigiusti, ed il gioco è fatto . Il boom è generato anche da una normativa dallemaglie larghe: non si paga l'Iva perché l'attività è considerata "dirottamazione". Il registro di carico e scarico merce è l'unica"prova" del passaggio di proprietà dell'oggetto preso in carico. El'unico obbligo di legge, la registrazione dei dati del venditore, spesso vieneignorato. Non nel caso dell’ Avvenente, che invece è di una correttezzaesemplare: ci ho accompagnato, un po’ per curiosità un po’ per doverosaassistenza, mia madre che doveva vendere un po’ di cose legate a ricordi dacancellare.
Emi ha stupito la coda: tra dentro e fuori, almeno una decina di persone.
Persone,e le storie che si portano dietro.
Conmolto pudore, peraltro: ma non è difficile intuire che si tratta comunque dipersone cui il reddito o la pensione non bastano di fronte ad una spesaimprevista, e che cercano di far quadrare il bilancio senza intaccare i semprepiù risicati risparmi rinunciando a qualche oggetto ormai in disuso.
Come nelle banche del post precedente, ilrapporto è squilibrato: quelle che sembrano quotazioni alte, sono in realtà pieillusioni. Basta fare un rapido giro per rendersi conto che si possono trovaresostanziose differenze di prezzo d'acquisto tra un punto e l'altro.
Tamponiper ferite, tappi di plastica su un buco troppo grande.
Chivende è quasi sempre in forte difficoltà economica e ha ben poco poterecontrattuale, quindi finisce per accettare prezzi bassi. Inoltre l'oro ritiratodovrebbe essere fuso per legge, ma questo non avviene sempre. Spesso, invece,gli oggetti di maggior pregio sono reimmessi in commercio, con margini diguadagno maggiori.
Una curiosità riportata sul Rapporto Eurispes: la corsa all’oro del terzomillennio si incentra non tanto sull’estrazione, quanto sul recupero delmetallo prezioso da prodotti di largo consumo: le schede madri dei pc sono ilpiù ricco giacimento di “oro di seconda mano”, e dai cellulari si puòrecuperare una discreta fortuna (da 1 milione di cellulari si ricavano 37,5chili d’oro, 386 d’argento e 16,5 di palladio).
Insomma, se il mattino ha l’oro in bocca, spesso molte bocche mangiano propriograzie all’oro: e non mi riferisco, ahinoi, solo a chi lo compra.

14.3.12

Money, it's a crime


Avereconservato l’amicizia con un bancario può, a volte, essere un vantaggio.
Nontanto per chiedere eventuali favori (del resto con un magro salario da pubblicodipendente, a differenza di quanto avveniva una ventina di anni fa, erano i beitempi dei “pochi, maledetti ma sicuri”, adesso non ti vengono a cercare neanchei cani), ma per aver un osservatorio previlegiato su usi e costumi. Quindi,colgo la palla al balzo per andare a trovare il mio vecchio amico amicovecchio D., funzionario di banca sin da quando eravamo insieme alle elementari. Così, mentresiamo nel suo ufficio davanti ad una enorme tazza di caffè,  tutti intenti in complicatissime questioni dialta finanza (alias, la consultazione dei volantini dei centri commerciali perdecidere quale pc egli debba comperarsi) capita pure questo. Entra il giovanefunzionario, si pavoneggia col suo look che sarà anche costruito suibigliettoni lasciati nell’Emporio dello stilista con l’aquila, ma addosso a luisembra più rubato nel sonno ad un testimone di Geova, ed incurante dellaprivacy sghignazza con D. : “Lo sai cheTizio è in difficoltà, alla banca concorrente gli hanno revocato il fido?Adesso non c’è più il paparino a parargli il culo, anche lui è in sofferenza”.Poi mi guarda, e salta su: “Beati noipoveracci, almeno siamo abituati al nostro tenore di vita, questi tipi invecenon hanno capito che  a far la bella vitaprima o poi si paga. E poi, per non parlare dei commercianti che non fanno gli scontrini…”.
Poveracciosarai tu, penso.
Il mioamico lo fulmina. In mezzo secondo, ha infranto non so quante norme del codiceetico. 

Lo prenderei a calci in culo, sepotessi. Invece mi sa che  sarà lui aprendere a calci in culo me per il posto da direttore dell’agenzia”.
“madai, tu ormai sono trent’anni che sei qui”
Eh si, ma io pago lo scotto di non seguireil trend…
“Cioè?Spiegami”.
Più o meno, dobbiamo essere lecchini neiconfronti di chi versa, cani rabbiosi nei confronti di chi preleva o chiedetempo per rientrare dallo scoperto
“E achi chiede un mutuo?”
Ma chi, chiede un mutuo, oggi?”

Restosconfortato. Empatizzo. Del resto, masticandone un po’ e contando sullaamicizia disinteressata di D. [non mi ha mai neppure per scherzo proposto diaprire il conto nella sua banca, si riterrebbe in conflitto di interessi con lanostra antica e consolidata amicizia], ho avuto la prova provata di come certi “rampanti”bancar(ellar)i non sappiano davvero un emerito nulla di quello che sonoobbligati a consigliarti se si parla di investimenti e titoli in genere. Sfioranoil ridicolo arrampicandosi sugli specchi. La settimana scorsa hanno contattatomia mamma per proporle un qualcosa: lei ha un conto corrente del quale sono cointestatario; qualche migliaio di euro, non certo grosse cifre.
Allora misono finto interessato non alle loro proposte, ma allo swap della Grecia. Hoindossato una magnifica faccia di bronzo (non greco) sostenendo di avere pressoun’altra banca un dossier titoli di altrettante (poche) migliaia di euro che avreianche potuto trasferire da loro, e che al suo interno comprendeva anche titolidi Stato della Grecia. Fingendo una ignoranza abissale, mi sono fatto spiegarecosa sia uno swap, quali alternative potrebbero esserci non aderendo, cosa ciavrei rimesso delle mie obbligazioni senior subordinate, ed altre domandefintoingenue simili.  Quando mi sonosentito dire che ”le obbligazioni senior sonotitoli a lungo termine emessi tanto tempo fa che stanno per giungere a scadenza”ed al mio inevitabile “E quindi?” mi sono sentito rispondere “poi decide lei se e come reinvestire, ma non si aspetti grandi cifre proprio perchéroba vecchia” stavo scoppiando a ridere. Ma anche un po’ a piangere: perchése il sistema bancario, come diceva Greenspan “è come le vene del corpo umano,mentre i soldi sono il sangue”, allora devo arguirne che, con flebologi così, nonc’è da stupirsi se il sistema non stia in piedi.

[poialla fine D. l’ ha scelto, il computer:  lostesso che aveva in mente da un mese, non voleva pareri o consigli, ma soloconferme alla sua teoria. L’ho detto che a sei anni era già un bancario.]

6.3.12

Have a cigarette?


“Scusa, hai una sigaretta?”
Ineffetti, il ragazzo è malconcio, non occorre una gran scienza per capire chevorrebbe ben altro fumo, ma non riesco a dirgli di no. Una sigaretta non la sinega neppure ai condannati a morte, e tuttora a me è rimasto il rimpianto dinon aver potuto accontentare mio padre, che fino all’ultimo minuto di luciditàprima di andarsene ne reclamava, implorava, pietiva almeno una.
Daallora non riesco a dire no, a nessuno, voglio pensarlo come omaggio postumoalla memoria, ecco. Chè poi, a pensarci, la sigaretta è un simulacro. Un piaceresolitario, da consumare fra sé e sé, che rimane tale anche quando si fuma ingruppo, tipo fuori dal ristorante o quando un treno fa una sosta “tecnica”prolungata in una stazione. A differenza di altri tipi di fumo, come quello chemagari il malconcio auspicava, che invece hanno nella condivisione del piacereun mezzo ed al tempo stesso un fine.  Ognunoha un suo modo di celebrare il tabacco, fattori culturali ed ambientalifomentano le differenze. Dalle sigarette russe col filtro di cartone per esserefumate coi guanti, a quelle che io ho ribattezzato cotton fioc; dal modelloBogart, un’icona per molti di noi, alla sensualissima Marlene Dietrich; dalleatmosfere sognanti delle donne di Helmut Newton alle poverecriste cui ilparroco scaglia anatemi in quanto le loro sigarette sono la prova provata dell'esistenzadel Maligno. Per tacere dell’iconografia anni’50 (spero limitata nel tempo)della donna che fuma per strada e quindi è sicuramente un po’ zoccola…..
Enon tutte le sigarette sono uguali: e non certo per questione di marca. Quellada pausa pranzo è veloce, nervosa; lenta e gustosa è quella che ti gratificadopo uno sforzo fisico o mentale; ridanciana è quella che si fuma tra amicidopo un brindisi. C'è quella consolatoria, quella della rabbia, della noia,delle malinconie; c’è quella “irrinunciabile” dopo il caffè, quasi un rituale.C’è quella per “fare un po’ il figo”: ai tempi della mia gioventù erano unclassico, i ceffi con il pacchetto delle Marlboro nelle maniche arrotolatedella camicia. C’è quella usata con l’alibi del “fa digerire” dopo unaabbondante libagione; come quella un po’ ruffiana che offri per bendisporre l’interlocutoreo una ragazza.
Enon a caso l’unico luogo pubblico dove si possa ancora fumare legalmente, inItalia, sono le carceri: il legislatore ha avuto il buonsenso di non scatenare,con un eventuale divieto, rivolte inimmaginabili. Dopodichè, occorrerebberiflettere sul fatto che sia meglio essere schiavi di un vizio ed essereimpediti dal metterlo in pratica, oppure essere autorizzati ad attuarlo, ma incondizioni di prigionia. O se, alla fine, certe mura in realtà imprigionanoanche chi non si accorge di averne addosso incombenti ed evidenti: e sono,forse, quelle più difficili da abbattere.