Visualizzazione post con etichetta prima del diluvio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta prima del diluvio. Mostra tutti i post

29.3.16

La carta che frulla

Dopo troppe assenze da queste rive, una riflessione.
Cosa è cambiato, in tanti di noi?
Quei noi che si svegliavano in ore antelucane per avere tra le mani il quotidiano o la rivista fedele compagnia di viaggio.
Quei noi che arrivati nella località di villeggiatura chiedevano dove fosse l'edicola più vicina.
Quei noi che rischiavano multe, appellandosi alla autocertficazione delle quattro frecce, pur di non restare senza la propria carta stampata.
Quei noi che, se gli edicolanti dicevano "mi dispiace, esaurito" , era come ricevere una bastonata in pieno petto.
Ma oramai, con l' avvento del WorldWideWeb, nessuno ha più interesse nell'investire l'euroecinquanta per un giornale stampato al lunedì e acquistato il martedì.
 
Perché acquistare un formato cartaceo aggiornato a 48 ore prima?
 
Molto spesso, all' arrivo in edicola le notizie sono già scadute o già lette su internet direttamente dal proprio dispositivo.
Chiaramente molte riviste specializzate [tra cui quella che si occupa delle quattro ruote, di cui ancora fedele lettore per una questione di abitudine e di anzianità], hanno pochi introiti e poco stimolo nell' elaborare notizie che si diffondono comunque in modo virale e gratuito sulla rete.

E questo è il punto cruciale: il "www", segnando il declino oramai irreversibile della carta stampata, cioé di libri e giornali, rende indisponibili contenuti piú approfonditi ed analitici su cui soffermarsi.
La conseguenza, sotto gli occhi di ciascuno, é la perdita progressiva della capacitá analitica, della forza del ragionamento, dell'attitudine a confrontarsi con la complessitá, grande o piccola che sia.
Insomma, per usare un termine terra-terra, assistiamo ad una  collettivizzazione del rimbecillimento che, in alcuni casi isolati   - penso anche ai successi di certi "politicanti", o di  certi cantantuncoli da [a malapena] qualche spicciolo in locali di infimo ordine- assume contorni di cretineria drammatica.

Con tutte le conseguenze del caso.

4.6.15

Confessioni di un malandrino

Non parlo più di Politica, né sono in grado di fare una analisi politica accurata perché in realtà la Politica è morta.
C’è, al suo posto, un qualcosa che chiamano politica ma è altro: come confrontare la marmellata di amarene che si faceva in casa con quelle orride scatolotte tonde che trovi nella colazione degli alberghi.
E questo da quando la politica si è “calcizzata”, diventando un affare di tifosi anzichè di cittadini.
Il civis sta morendo, come la classe operaia e tanti altri luoghi comuni sociali del 900; l’astensionismo nelle ultime tornate elettorali (comprese le Europee dell’anno passato, se analizziamo a fondo i dati, al di là delle coppe alzate al cielo…) dimostra che solo un numero esiguo di appassionati vi partecipa con passione ed entusiasmo; del resto, basta leggere quelle gazzette dello sport che sono diventatati i giornali quando parlano di politica...ma parlano poi di politica, o di liturgia politica?
Chi va a votare nutre l'opinione che il voto dei cittadini conti malgrado l'esperienza di tutte le promesse tradite e referendum gabbati. Astenersi non è ignavia, è una scelta consapevole che può pesare più di un voto per governare. Già, non ci si appassiona: e sospetto che in fondo, a chi governa, alla fine vada bene sia la disaffezione che la disattenzione.
Scontiamo attraverso l'astensionismo il frutto dell'antipolitica, che dalla celebre “discesa in campo” in poi ha prodotto un nuovo modus pensandi ampiamente banalizzato, scordando che comunque qualcuno deve pur governare la gestione degli asili nido, della sanità regionale, dei trasporti et alia: e sarebbe buona cosa almeno tentare di scegliere il meno peggio.
I “tifosi” poi, come i fondamentalisti, non sono la maggioranza, ma ci sono; è invece quella massa amorfa facilmente illudibile e facilmente deludibile che si disaffeziona e non vota. Si, c’è chi ripone speranze sui ragazzi del Cinquestelle, politicamente “acqua e sapone”: anche se non credo sarebbero in grado di governare, mi accontento del loro essere, soprattutto in Parlamento, abili nel “dog watching.”
In questo quadro, due cose risultano palesemente ridicole: che i rappresentanti delle passate stagioni ancora in attività (vedi alla voce “la Ditta”) siano quelli che alzano i lamenti più alti sul dato astensionistico, invece di fare mea culpa e riconoscere le proprie gravissime responsabilità nell'aver creato questa frattura con gli elettori; e che si ignori l'astensionismo quando fa comodo - tipo esaltare Podemos senza dire che in Spagna ha votato il 49% degli aventi diritto - e lo si agiti come spettro di una crisi della democrazia, quando invece si tratta di coprire le proprie responsabilità nell'averlo creato. Anche da questi espedienti di piccolissimo cabotaggio passa il giudizio di una classe politica fallimentare da cui i cittadini, non votandola, prendono le distanze.

20.3.15

Parole e pensieri/2


© Fotogramma da "Grand Budapest Hotel"

"Vedete, ci sono ancora deboli barlumi di civiltà lasciati in questo mattatoio barbaro che una volta era conosciuto come umanità. Infatti è quello che abbiamo a disposizione nel nostro modesto, umile, insignificante ... oh, fanculo"



[frase di Monsieur Gustave  -un grandissimo Ralph Fiennes-  nel film più bello che abbia visto negli ultimi tempi: ed il vantaggio di averlo potuto vedere nella quiete domestica è stato anche quello di aver potuto copiare sulla fedele Moleskine le frasi che ti entrano nella testa per non uscirne più.

17.4.14

"L'ozio come stile di vita" di Tom Hodgkinson.


Cito dalla prefazione: 
"Oziare significa essere liberi, e non soltanto di scegliere fra McDonald's e Burger King o fra Volvo e Saab. Significa essere liberi di vivere la vita che vogliamo fare, liberi da capi, salari, pendolarismo, consumo, debiti. Oziare significa divertimento, piacere e gioia. C'è una rivoluzione che sta fermentando, e la cosa grandiosa è che per prendervi parte non dovete fare assolutamente nulla."

Chi vive solo per lavorare quindi è un miserabile, chi ozia un rivoluzionario.

Paul Lafargue, genero di Karl Marx, scriveva nel suo libro "Il diritto all'ozio": 
"Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni in cui domina la società capitalistica. E' una follia che porta con sé miserie individuali e sociali che da due secoli stanno torturando la triste umanità. Questa follia è l'amore del lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta sino all'esaurimento delle forze vitali dell'individuo e della sua
progenie".

Il lavoro nobilita il capitalista, il manager, il finanziere e immiserisce il lavoratore dipendente, il precario, il co.co.co. che assomiglia sempre più ad una bestia in gabbia. 
Una bestia che deve sviluppare enormi quantità di lavoro per rimanere in vita.
Prendete la vostra ora di noia quotidiana, senza fare nulla, guardando fuori dalla finestra o il soffitto. E' la vostra ora d'aria, quella che viene concessa anche ai carcerati. Insegnatela ai vostri figli, spiegategli che non far niente, non avere nessuno che ti dica cosa devi fare è importante.
L'ozio è il padre e la madre di tutte le idee migliori. Andrebbe insegnato a scuola, come ora di meditazione. Siamo dentro a un meccanismo che ci impedisce di pensare, un tapis roulant dalla culla alla tomba. 

Fermi! 
Fatelo adesso: non fate nulla.


31.3.14

Poppolitik...


Una delle cose che rimprovero maggiormente ai politici è il fatto di prendere in giro l’intelligenza dei cittadini, il ridurci a semplici dummies, quando fanno leva sulla ignoranza, sul basso istinto, su quello che sbrigativamente chiamiamo “populismo”.  La “guida pratica” per costoro è il “Mein Kampf” di Hitler, in cui si prescrive un linguaggio fatto di poche formule stereotipe, da ripetere in modo martellante (“fino a farle diventare verità”, come disse Goebbels)  e l’esaltazione dell’istinto e dell’intuizione contro il ragionamento. Cose già teorizzate da Gustave Le Bon, psicologo delle folle amato  -non a caso- da Mussolini e Hitler, il quale predica “la stimolazione della violenza e dell’eccitazione, nell’ottica dell’amico/nemico. Loro e Noi”.
Due sono gli esempi di questi ultimi giorni: il referendum (?) per l’indipendenza del Veneto e quello, ripetuto ad ogni piè sospinto dal Movimento 5 Stelle, sulla  uscita dell’Italia dall’Europa e dalla moneta unica ed il recupero integrale della propria sovranità politica ed economica. Sul primo, non aggiungo nulla all’eccellente post della amica Ross.
Sul secondo, invece mi fermo ad una semplice, elementare, quasi basica considerazione: è giuridicamente im-pos-si-bi-le.
Scrive Grillo: "Io non sono contro l’Europa e contro l’Euro, dico che a decidere devono essere i cittadini con un referendum propositivo senza quorum". E, ancora, nella recente intervista rilasciata a Mentana: "(…) la decisione di rimanere nell’euro spetta ai cittadini italiani attraverso un referendum, questa è la mia posizione. Io ritengo che l’Italia non possa permettersi l’euro, ma devono essere gli italiani a deciderlo e non un gruppo di oligarchi o Beppe Grillo”.
Cominciamo con il chiarire una cosa: dall’Euro l’Italia non potrebbe certo uscire tramite un referendum abrogativo. Non soltanto, infatti, l’art. 75 della Costituzione vieta esplicitamente che possa svolgersi un simile referendum sulle leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali ma, secondo una consolidata interpretazione della Consulta, non sarebbe mai possibile interferire, attraverso referendum, con l’ambito di applicazione delle norme comunitarie e con gli obblighi assunti dall’Italia nei confronti dell’Unione Europea. L’obiezione, molto intelligente, che fanno a questo i grillici è che “Grillo ha proposto un referendum propositivo e non abrogativo” (da un commento pubblicato sul blog del Verbo).  Peccato che nel nostro ordinamento non è possibile proporre lo svolgimento di referendum consultivi, al di là delle espresse previsioni della costituzione (articolo 132, ai sensi del quale tali consultazioni riguardano unicamente modifiche ai territori delle Regioni). Il Movimento, su questo punto, rischia di venir meno al suo impegno di “dire la verità” ai cittadini. Prende una posizione ambigua, equivoca, quella tristemente nota visti i precedenti italici di non dire la verità al popolo, per paura di perdere voti?
Secondo me Grillo non può non sapere che questa ipotesi non è attuabile, salvo una vittoria che, al momento, sembra andare al di là di ogni realistica previsione e che porti il Movimento 5 Stelle a diventare, da solo, partito di maggioranza assoluta in Parlamento. Verosimilmente, quindi, egli non avrà i numeri per far approvare una legge costituzionale che permetta di istituire un referendum consultivo sull’Euro (doppia votazione in entrambe le Camere, ed approvazione a maggioranza di 2/3 o, quantomeno, assoluta). Referendum che, peraltro, sarebbe – come scrive Grillo stesso – “meramente consultivo, ossia diretto semplicemente a rilevare il parere della cittadinanza e privo di effetti vincolanti”: la decisione resterebbe, pertanto, nelle mani del Parlamento, il quale sarebbe persino libero di ignorare il risultato della consultazione dei cittadini.
[Chè poi mi sarei anche un po’ stufato di sentire questa retorica sul richiamo alla “volontà dei cittadini”, buona per tutte le occasioni (ad es. per cancellare gli effetti di una condanna penale): li considero richiami per allocchi, illusioni per gonzi, ma in realtà formidabile spot elettorale da un lato, e dall’altro un modo di prender tempo, di evitare di rischiare. Già capito e mi sono rassegnato: moriremo democristiani].

4.11.13

Una storia sbagliata


Tre parole: Sardinia Gold Mining.



Per chi non conoscesse la storia, la riassumo brevemente: una società canadese [Buffalo Gold  Ltd.] dice che in Sardegna c'è l'oro.
Che bello, la corsa all'oro, il nuovo Eldorado, ce n'è a Furtei ed in tante altre zone.
Viene concesso un permesso di estrazione a Furtei, però in questo caso si può dire senza paura di smentite che non è tutto oro quel che luccica. L'oro c'è, ma in quantità infinitesimali: ma può il progresso, la fame di posti di lavoro, fermarsi di fronte a queste quisquilie? No di certo, la soluzione è semplice ma allo stesso tempo raffinata, davvero scientificamente avanzata: sciogliere intere montagne nell'acido solforico per ricavarne l'oro.
Particolare singolare: il presidente della società nel 2001 è un certo Cappellacci, divenuto successivamente presidente della regione per meriti sul campo.
Il risultato è questo: [da "La Stampa" di oggi -  Nicola Pinna]
Le guardie armate non si guardano alle spalle. E sul versante più nascosto del monte si può tentare l’irruzione: si indossa la mascherina, si striscia sotto la rete metallica e si attraversa un sentiero nascosto dagli alberi. L’odore arriva anche a distanza, ma per vedere quanto è grande la bomba ecologica bisogna superare la barriera di eucaliptus. Il mostro è tutto blu e fa molta paura. Il sole estivo lo ha reso scheletrico ma appena piove si rigonfia e continua a divorare le viscere di questo angolo nascosto di Sardegna. 
Siamo lontani dal mare e di un tesoro che doveva far diventare tutti ricchi è rimasto lo scarto puzzolente: un grande lago di cianuro. La ricerca dell’oro ha fatto ricchi solo gli australiani che hanno sventrato la collina di Santu Miali e agli abitanti di Furtei, Guasila e Segariu è rimasto in eredità un disastro ambientale. La Sardinia Gold Mining (controllata dalla canadese Buffalo Gold Itd, partecipata dalla Regione Sardegna e presieduta dal 2001 al 2003 dall’attuale governatore sardo Ugo Cappellacci) ha interrotto l’attività alla fine del 2008. E nel 2009 ha portato i libri in tribunale. Decretato il fallimento, gli operai sono stati licenziati e delle bonifiche nessuno si è preoccupato. A evitare l’esplosione ci pensa l’Igea, la società regionale che controlla le miniere dismesse, ma intanto il lago di acido nascosto dietro al monte diventa sempre più grande. 
Gli uccelli che atterrano per sbaglio non hanno scampo e le carcasse nascoste tra i cespugli lanciano lo stesso messaggio di un cartello giallo con il teschio: alle rive di questa distesa di acidi è meglio non avvicinarsi troppo. I rubinetti che scaricano sono sempre aperti. Grossi tubi neri partono dai pozzi dismessi e rilasciano a valle una valanga di metalli disciolti: mercurio, ferro, piombo, cadmio e zolfo. Non è acqua di sorgente e il colore lo dimostra. Il liquido che si espande in ogni angolo si presenta con lo stesso colore dell’oro, ma quando il sole picchia forte i metalli si cristallizzano e formano grandi zolle blu. La contaminazione si allarga ulteriormente e tutto quello che non si vede è già nel sottosuolo. Eppure, oltre le sponde del lago dei veleni c’è qualche agricoltore che produce grano e carciofi. «Ogni tanto scaricano acqua, ma è solo un depistaggio, un modo per mescolare le sostanze – racconta Onofrio Giglio, 68 anni passati quasi tutti in campagna – In questo terreno che apparteneva al Comune avevamo piantato decine di eucaliptus, ma da quando è iniziata l’attività nelle miniere si è creato il deserto». 
L’unico bel ricordo dell’oro di Furtei è il calice donato a Benedetto XVI. Per tutto il resto, questa è la storia di un fallimento e di un disastro. In dieci anni di scavi sono venute fuori meno di cinque tonnellate d’oro, sei d’argento e quindicimila di rame. Nel 1997 erano stati assunti in 110 ma pochi anni dopo erano solo 42. E così il sogno del nuovo Eldorado si è infranto. «La Regione deve spiegare perché dal fallimento a oggi nessuno ha bonificato la distesa di cianuro – denuncia il deputato Mauro Pili – E come se non bastasse non ha neppure riscosso le garanzie fideiussorie: ora che la società è sparita i sardi dovranno farsi carico di tutti i costi. È stata una grande operazione speculativa e l’indagine finanziaria internazionale lo dimostra». 
Il governatore Ugo Cappellacci, che della miniera di Furtei conosce bene la storia, affida al portavoce il compito di spiegare i progetti e il lavoro fatto finora: «Abbiamo già effettuato la caratterizzazione del suolo e sottoscritto due convenzioni con Igea (4,2 milioni la prima e 2,5 la seconda) per un impianto di depurazione delle acque acide. Da poco abbiamo stanziato altri 9 milioni per la bonifica integrale».

26.8.13

noi che abbiamo nella testa un maledetto muro

Quelle che propongo oggi non sono parole mie [ho solo assemblato parole di....vabbè, non lo dico subito. La cosa che conta è che esprimono il mio pensiero molto meglio di quanto possa fare io in questo periodo].

FEMMINICIDIO: terribile neologismo, non in sè  -il termine rende sin troppo l'idea- ma per le situazioni che ne hanno portato l'uso nel linguaggio comune.: l’uccisione di una donna in quanto donna, quale che sia l’età o l’estrazione sociale, etnica, religiosa della donna. In un paese che negli ultimi 20 anni ha visto quasi dimezzati gli omicidi, questo reato non decresce, anzi. E la violenza sulle donne, anche quando non arriva all’uccisione, mostra cifre che non possono lasciare indifferenti: soprattutto perché non si tratta di una “emergenza”, ma di una prassi costante. Una peculiare forma di violenza, rivolta non solo, ma anche, e con particolare accanimento, nei confronti delle donne è quella della diffusione di parole d’odio ["hate speech"], con modalità che ricordano quelle del bullismo e dello stalking (a volte sembrano esserne una nefasta sintesi).


Ci sono almeno due concetti che potrebbero essere evitati nelle cronache ormai quotidiane sulla violenza contro le donne.
Il primo è il concetto di “emergenza”. C’è infatti uno strano automatismo nel nostro Paese, secondo il quale se episodi analoghi e gravi si ripetono con una certa frequenza vuol dire che si deve rispondere con una logica emergenziale. Ed invece nel bollettino quotidiano dell’orrore contro mogli, fidanzate o amanti c’è una violenza stratificata e con radici profonde. Più aumentano i casi, più si dovrebbe ragionare in termini di problema strutturale e quindi culturale.
Il secondo concetto è quello di “raptus”, riportato spesso nei titoli dei giornali. Quando però si va a leggere il pezzo si capisce che di improvviso non c’ è stato proprio nulla. Ciò che è stato definito “raptus” era invece un gesto ampiamente annunciato. Penso ad uno degli ultimi casi: Rosaria Aprea, ventenne di Caserta, ridotta in fin di vita da un fidanzato geloso fino all’ossessione. Stordita dall’anestesia, ha avuto la forza di indicare il suo compagno come l’autore di quella violenza. Lo stesso che già due anni fa l’aveva mandata in ospedale, a furia di calci e pugni. Ed è stata forse improvvisa, la morte di Maria Immacolata Rumi qualche settimana fa a Reggio Calabria? È arrivata in ospedale in fin di vita per le percosse subite. Il marito ha raccontato di averla trovata dolorante e “intronata” una volta tornato a casa. Ma gli stessi figli hanno dichiarato: “Nostro padre l’ha picchiata per tutta la vita, era geloso, non voleva che lavorasse”. Ecco perché parlare di morti improvvise appare addirittura grottesco. Sette donne su 10, prima di essere uccise, avevano denunciato una violenza o avevano chiamato il 118. E allora perché non sono state protette? Dunque il più delle volte sarebbe meglio parlare di assassinii premeditati e di omissioni da parte di chi avrebbe potuto e dovuto tutelare le vittime. Il comitato “Se non ora quando” di Reggio Calabria dopo l’omicidio di Maria Immacolata si è chiesto: tutto questo si sarebbe potuto evitare se fossero state rifinanziati case-rifugio o centri antiviolenza? Non potremo mai sapere se Maria Immacolata si sarebbe rivolta a queste strutture, ma di certo sappiamo che sono troppo poche in Italia. E che sono ancora meno quelle in grado di offrire ospitalità alle donne. Si parla di un posto ogni 10mila abitanti. Dunque non c’è più tempo da perdere: i soldi per rifinanziare i centri antiviolenza devono essere trovati. Alcuni fanno notare che sarebbe utile introdurre un’aggravante per i casi di femminicidio. Altri, invece, sottolineano che non servono nuove norme, ma un’effettiva applicazione di quelle già esistenti. Se è così, allora bisogna capire dove e perché si inceppa il meccanismo dell’attuale legislazione. Si potrebbe dunque immaginare una sorta di monitoraggio dell’applicazione delle norme in materia di violenza alle donne.

C’è poi la questione della violenza via web. La Rete non è uno sconfinato spazio di libertà illimitata. Le finalità di molti tra i più popolari siti al mondo, ad esempio, sono in primis commerciali, mentre mettere in atto forme di tutela efficaci per gli utenti che divengono vittime di odio non è sempre una priorità. L’obiettivo principale, fra i colossi dell’industria di Internet, rimane quello di aumentare il numero degli utenti, delle cosiddette hit, numeri da rivendere poi alla pubblicità. [...] In passato le vittime di bullismo subivano gli attacchi di un gruppo circoscritto di persone che avevano deciso di prenderli di mira. Una situazione difficile e angosciante, che ha segnato e segna l’infanzia e l’adolescenza di tanti, soprattutto dei molti – la più parte – che non hanno trovato la forza di reagire. Oggi, però, le bugie, gli insulti, le minacce contro una persona possono raggiungere centinaia o migliaia di utenti, finendo per causare una pressione insostenibile. Ciò che mi sta a cuore è che si eviti l’equazione secondo cui, se le minacce, gli insulti sessisti, avvengono sulla rete, sono meno gravi. Non è così: la rete invece amplifica e pensare di minimizzare vuol dire non aver capito la portata del danno che dal web può derivare sulla vita reale delle donne. Le donne – anche se non figurano, a differenza delle minoranze etniche o razziali o delle persone omosessuali, tra le categorie ritenute oggetto di hate speech in molte legislazioni nazionali – sono tra le più esposte a questo fenomeno. Ne sanno qualcosa anche molte donne italiane, blogger, giornaliste, politiche, attiviste e cittadine, giovani e meno giovani, che si espongono su temi controversi e per questo sono spesso vittime di una forma di misoginia online. Questo non significa, lo ripeto, invocare un bavaglio. Semplicemente far sì che le norme già esistenti possano trovare effettiva applicazione anche per la rete. Oggi invece false identità o server collocati all’altro capo del mondo offrono un comodo riparo.
Infine, l’utilizzo del corpo della donna nella pubblicità e nella comunicazione. L’Italia è tappezzata di manifesti di donne discinte ed ammiccanti, che esibiscono le proprie fattezze per vendere un dentifricio, uno yogurt o un’automobile. In tv i modelli femminili che vengono proposti in prevalenza sono la casalinga e la donna-oggetto, possibilmente muta e semi-nuda. Da lì alla violenza il passo è breve. Se smetti di essere rappresentata come donna e vieni rappresentata esclusivamente come corpo-oggetto, il messaggio che passa è chiarissimo: di un oggetto si può fare ciò che si vuole. E invece è proprio a tutto questo che bisogna dire no. 
O siamo ancora dalle parti del "le femmine sono tutte grandi puttane, tranna mia mamma e mia sorella"?

Insomma, non sarebbe ora (e appunto, se non ora quando?) di mettere in discussione i nostri comportamenti e demolire quel maledetto muro che abbiamo nella testa?

Aggiornamento

Voglio pubblicare qui il commento di Ross che...beh, non aggiungo altro: dice tutto lei, ed al solito lo dice con estrema efficacia e grande profondità. Grazie, Ross.


Tema dei temi, questo.
Perché, alla fine, ogni volta che mi trovo a pensarci, arrivo sempre a una conclusione: ciò che succede al corpo femminile non è diverso da ciò che succede alla nostra coscienza. 
Ne abbiamo una?
Ma attenzione: coscienza è conoscenza. Non è data l'una senza l'altra perché sono la stessa cosa.
Allora, facendo ancora un gradino verso il fondo, mi accorgo che tutto fa capo alla svalorizzazione di una parola che oggi viene solo abusata, proprio come le donne, e come mille altre soggettività: etica.
L'etica sta in fondo, cioè in cima.
Perfino la morale viene dopo e di conseguenza.
L'oggettivazione del corpo, la manipolazione mediatica a scopo commerciale del corpo (perfino quando vendono un corso di Pnl o un libro, ci stanno dicendo che il "muscolo cerebrale" si può vendere come un prodotto), rende l'essere umano cosa, non più essere.
E sulle "cose", esprimiamo l'ultima traccia di potere che ci è rimasta: quela del dominio del più forte sul più debole, del duro sul morbido, del grande sul piccolo.
La violenza e l'omicidio sono una resa dei conti fra impari: si uccide per vendetta, fosse anche la vendetta che cova nella rabbia di scoprirsi ancora forti solo fisicamente, pur avendo perso ogni forza della ragione, della morale, dell'etica.
Appunto.
Se l'altro non è me, se è altro da me, determino con ciò stesso, nel dichiararlo "diverso" da me, la mia illusione di essergli superiore.
Migliore.
E se mi definisco migliore, per qualsiasi motivo, dalla scelta di un paio di scarpe, di un modo di camminare o fin giù nella più idiota delle banalità con cui mi identifico, dico insieme cosa ha valore.
E chi mi è minore, cioè inferiore (nei gusti così come in ogni altro aspetto per me identitario), posso dare lezioni, correggerlo, cioè pestarlo a sangue fino a ucciderlo.
Come facciamo con gli animali, no?
Mica ce li mangiamo perché sono carini, ma perché sono deboli.
Portiamo i bambini alle fattorie didattiche per far loro ammirare pulcini e galline per poi presentarglieli impanati e fritti.
Etica.
Senza non siamo esseri, solo cose.

19.8.13

Italia spacciata/1


Una cosa che ho notato in questi lunghi mesi, dove si è passati senza soluzione di continuità, da giornate piovose a giornate afose [e chi conosce il clima della cittadella, sa quanto siano realmente afose] , è la corsa, da parte di alcuni automobilisti, all’occupazione del posto per portatori di handicap.
Qualcuno parcheggia e corre verso il luogo che deve raggiungere addirittura senza esporre nessun contrassegno: qualcun altro sosta sul proprio veicolo e, al legittimo titolare di contrassegno che nel frattempo è arrivato e reclama [giustamente] a colpi di clacson il proprio posto,  fa segno di aspettare qualche minuto. A volte vedi un contrassegno ben in vista su un macchinone da cui poi escono baldi giovani, di quelli con occhiale griffatissimo scuro e colletto della polo alzato, accompagnati da vistose signorine tacco 12 e mini short.
Insomma, la classica miscela "SUV & putanun" da cinepanettone [o programma di fascia pomeridiana da  rete mediaset].
A voler essere buoni. si può pensare alla abitudine, tipicamente italiana, di aggirare furbescamente, se non disattendere completamente, alcune regole di normale buona educazione; a pensarla male, invece, si può arrivare alla conclusione che chi usurpa e occupa posti riservati al parcheggio di disabili, lo faccia semplicemente per arroganza. Ipotesi avvalorata dal fatto che, quando parli e ti rivolgi a questi esseri, comunque hanno ragione loro: perche’ piove e ho le bambine piccole (con le gambine perfettamente funzionanti), perche’ ho mal di schiena, ma e’ soltanto per due minuti, non vede che sto telefonando, etc.etc.
Come succede troppo spesso, in questo nostro disastrato paese senza più etica, se osi far valere un tuo diritto, corri pure il rischio di sentirti apostrofare in malo modo. Quindi, bene ha fatto una mia collega affetta da poliomielite che ha lasciato un foglio sul tergicristallo del cafone, che ne aveva occupato il posto sotto l'ufficio, con questa frase: "ti sei preso il mio posto, prenditi anche il mio handicap".




7.9.12

Polli d'allevamento


Mi hanno assunto all’ E**l!
Il grido, legato al salto di gioia, risuona per casa. L’entusiasmo del ventenne che vorrebbe essere contagioso. Ma….Perché c’è, un ma. Alla base, la delusione del padre che, alla stessa età, ci aveva provato davvero, ad entrare nel prestigioso ente nazionale:  ed erano stati muri di gomma, nonostante titoli di studio più elevati ed anche una telefonatina del portaborse del segretario dell’oscuro deputato pentapartitico. Per cui, suonava strano che adesso il prestigioso Ente assumesse così, con inserzioni sulla Rete e sui giornalini locali. Presto detto: chi assume infatti non è l’Ente ex monopolista, ma una (più o meno oscura) società più o meno satellite e dal marchio molto simile che, ovviamente, non assicura uno stipendio, ma esclusivamente provvigioni.  La possibilità di utilizzo del marchio, dicono, è possibile proprio grazie alle cosiddette “liberalizzazioni” nel campo dell’energia. In pratica, cosa succede? Succede che frotte di ragazzotti vengano contattati da queste Premiate Ditte, vengano indottrinati a dovere nella ricerca e  -soprattutto -  nel convincimento dei polli da spennare. Perché, intendiamoci, le Premiate Ditte non offrono prezzi migliori  -quello che sarebbe il fine delle liberalizzazioni-  ma qualcosa di diverso.  Leggendo con attenzione i fogli che i patacchinati portano nella elegante borsa col marchio dell’ ex monopolista, ne saltano fuori delle belle.  Curiosamente, si tratta di contratti predisposti per due sole specifiche categorie di utenti: i polli attivi e i polli passivi.

I “polli attivi”: convinti di essere i più furbi, si rivolgono spontaneamente alle società che offrono energia nel mercato libero, implorando la possibilità di essere ammessi fra i loro clienti. Magari si sono fatti suggestionare da una insistente campagna promozionale in tv, dove tutti promettono tutto a tutti per niente o poco più. Alle prime bollette si accorgeranno di non aver risparmiato un bel nulla, e magari daranno al Governo la colpa dell’aumento dei costi.

I “polli passivi”: decisamente più numerosi, non si rivolgono a nessuno. Sono quelli, poveracci, che vengono braccati casa per casa da [non invitati] giovanotti col patacchino. Ovviamente non ci sono polli passivi dappertutto:  c’è una maggioranza di persone che quando danno udienza ai patacchinati, credendo che si tratti di dipendenti E**l , invece che disoccupati pagati a provvigione da società dai nomi simili, lo fanno per l’impossibilità di immaginare l’inghippo che si nasconde nelle parolone che ascolteranno, frasi in cui significati ambigui di parole conosciute, insieme con altre sconosciute, portano a conclusioni imprevedibili. Non sono polli ma è come se lo fossero. Uno dei fogli del mio figliuolo “patacchinato” , per dire, è titolato “Richiesta di Attivazione”, ed è formulato analogamente ad una supplica di un suddito in disgrazia. Stranamente, non è titolato “Contratto di Fornitura Energia ecc. ecc. ”.

Perché?
Perché in prima battuta non può esserlo. Dato che la società proponente non possiede una propria rete elettrica o del gas, non fornirà mai nulla. Vuole solo poter gestire i soldi delle bollette ricavandoci qualcosa. Così il documento contiene scaltrezze metamorfiche per mutarsi successivamente in Contratto. Infatti, la “Richiesta” sottoscritta dà mandato alla Premiata Ditta di rivolgersi agli effettivi gestori di reti, chiedendo di continuare a fornire energia al pollo, ma a nome suo. Se i veri gestori ci stanno, la Richiesta diventa automaticamente un Contratto in virtù di più firme apposte dal pollo in prima pagina, dove dichiara di accettare integralmente ciò che è scritto lì e nelle pagine successive non lette, sottoscrivendo implicitamente anche di essere un pollo fessacchiotto. Sta appunto qui la furbata malefica: la “Richiesta/Contratto” si dilunga in sette pagine stampate in caratteri minuti, con 25 articoli e 91 commi (il doppio di battute della Costituzione degli Stati Uniti, Emendamenti compresi), con numerose sigle incomprensibili anche ai lettori evoluti senza l’uso di glossari, e non è esaustiva (l’art. 1 – Definizioni, non spiega le sigle astruse, però cita 16 direttive dell’AEEG senza riportarle). Su due piedi, durante l’incursione dei patacchinati, é indigeribile un testo di 70.000 battute. La Legge non permette una cosa simile: c’è l’art. 1341 del CC che parla chiaro: “Le condizioni generali di contratto predisposte da uno dei contraenti sono efficaci nei confronti dell’altro, se al momento della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando l’ordinaria diligenza”. La Premiata Ditta cita tranquillamente quell’articolo nel punto dove il pollo deve firmare per l’accettazione del tutto, facendogli così ammettere di aver conosciuto le condizioni del contratto. La quadratura del cerchio non è mai stata un’operazione difficile. Quando i patacchinati se ne vanno con una richiesta/contratto firmata, un pollo s’è guadagnato un intermediario in più, che per contratto non muoverà un dito in caso di defaillance nelle erogazioni. Nonostante lui abbia già assolto oneri per cauzioni ed altro coi veri fornitori, l’intermediario pretenderà la corresponsione di “contributi in quota fissa” a copertura degli oneri amministrativi, esigendo che riparta da zero con un nuovo fornitore che fornitore non è, compresi i dati sensibili economici in deroga alla tutela della privacy opportunamente autorizzata dal pollo.
Ed il prezzo libero, il motore di tutto? Si tratta di una voce variabile fra altre che concorre al prezzo finale: esattamente come per il mercato “non libero”. Ciò permette al pollo che lo scopre, dopo attente letture e considerazioni del contratto firmato, una consapevolezza nuova: che sottoponendosi ad una limitante (e pure umiliante) burocrazia aggiuntiva non migliora per nulla la qualità dei servizi che riceverà, né aumentano le garanzie, anzi, diminuiscono; forse risparmierà qualche centesimo se i mercati internazionali si mostreranno benigni; però capirà con soddisfazione che aziende costruite ad hoc per fare da inutili passacarte prosperano con l’adesione dei polli. Sotto la vaga impressione dell’incombere di un sistema parassitario, potrebbe giungere alla conclusione che come al solito si stava meglio quando si stava peggio. Rimpiangendo la solida stolidità del solito poco tutelante sistema monopolistico standard, egualmente ipertassato ma un po’ meno farraginoso. Un salto evolutivo non da poco, passando dal ruolo di polli inconsapevoli a quello di normali stupidi che accettano docilmente quanto stabilisce una genia di filibustieri dominante l’Italia da decenni. Per cui, occhio se qualche suadente patacchinato busserà alla vostra porta.
[per la cronaca: mio figlio, resosi conto di tutto questo, ha restituito borsa, fogli, penne, gadgets ed ha preferito fare volontariato sulle ambulaznze: più povero in soldi, ma più ricco dentro. E pulito].

8.8.12

Bevete buon latte

Allora: è il primo e forse unico atleta italiano che confessa pubblicamente il ricorso a sostanze dopanti. Ma è anche il primo a rappresentare la difficoltà a reggere il peso delle aspettative di una nazione che per molti altri aspetti è deresponsabilizzata: ha sbagliato, verrà punito, ma il primo a cui ha fatto male è se stesso.
E tutto ciò mentre i media fanno passare sottotraccia i danni creati, per dirne solo una, dal calcioscommesse. Dove milioni di persone sono state letteralmente e materialmente truffate
Posso capire la delusione nel vedere "barare" un atleta che si credeva "pulito", ma riportiamo le cose ai giusti toni: accendere una discussione sul doping è giusto, ma non bisogna dimenticare l'aspetto umano della vicenda. La dolorosa vicenda umana di Marco Pantani non ha insegnato nulla, allora: come al solito, ci si getta a capofitto, iene affamate di sangue, per portare a casa un po' di facile moralismo. Ad Alex, per quello che vale, la mia solidarietà.

11.4.12

Cover affair


[non è farina del mio sacco, ho sentito qualcosa di simile in giro e ne ho fatto una versione personalizzata...una cover, come dicono quelli che ben parlano...]


Lo chiamavano Bocca di Trota
sembrava un eroe, sembrava un eroe,
lo chiamavano Bocca di Troa
sembrava un eroe ma era un idiota.
Appena scese alla stazione
nel paesino di San Donato  
tutti si accorsero con uno sguardo
che non si trattava di un laureato.
C'è chi lo scemo lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
Bocca di Trota né l'uno né l'altro
lui lo faceva per passione.
Ma la passione spesso conduce 
a soddisfare le proprie voglie 
senza indagare se il quattrino 
è del padano o se di un padrino. 
E fu così che da un giorno all'altro 
Bocca di Trota si tirò addosso 
l'ira funesta dei Longobardi 
a cui aveva sottratto l'osso. 
Ma i Longobardi di un paesino

non brillano certo in iniziativa
le contromisure fino a quel punto
si limitavano all'invettiva.
Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio.
Così un Maroni già stato ministro
duro e incazzato come un sinistro
si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutti il consiglio giusto.
E rivolgendosi alle teste cornute
le apostrofò con parole argute:
"il furto del Trota sarà punito-
disse- dall'ordine costituito".
E quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
"quel paciarotto ha già troppi gipponi
più di un autoconcessionario".
E arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
e arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi.
Il cuore tenero non è una dote
di cui sian colmi i carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l'accompagnarono benvolentieri.
Alla stazione c'erano tutti
dal commissario al Formigoni
alla stazione c'erano tutti
a mani unite a toccarsi i coglioni,
a salutare chi come un porco
senza pretese, senza pretese,
a salutare chi come un porco
portò ad altri le note spese.
C'era un cartello verde
con una scritta nera
diceva "Addio Bocca di Trota
ti sei fottuto la Padania intera".
Ma una notizia un po' originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall'arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.
E alla stazione successiva
molta più gente della Padania
chi manda una scopa, chi un dizionario,
chi un biglietto per la Tanzania.
Belsito stesso che non disprezza
fra un miserere e un'estrema unzione
il bene effimero della bellezza
lo vuole accanto in processione.
E con la Mauro in prima fila
e Bocca di Trota poco lontano
si porta fuori dal paese
dei Longobardi tutto il denaro.

29.3.12

Grazie perchè

Allora: fonti solitamente ben informate mi riferiscono che sia il fiumeazzurro che questo porto delle nebbie finiscono in spam (e con essi, il miserrimo miserabile autore) perchè un qualcuno non meglio precisato li mi ci segnala a Blogspot come "spam" o spammer, o comunque come insano portatore di una qualche scorrettezza rispetto ai termini contrattuali. 
Io non so chi sia quest'essere che si prende la briga di bollare me ed i diarii: posso solo augurare a questa personcina di avere una esistenza molto migliore di chi sia costretto a ricorrere a questi mezzucci per riempirsi le giornate. Come diceva Marcello Marchesi in un suo noto aforisma: "Chi si diverte con niente ha fantasia, chi si diverte con poco è un fesso". 

Per cui, cara bella personcina che si diverte con poco, accetta il mio augurio ed un consiglio: fai qualcosa per la tua salute, curati, fatti vedere, esci di casa ogni tanto, insomma cerca di vivere e di non essere solo una mera sopravvivenza anagrafica. 
Hai tutto da guadagnarci.

21.3.12

Non è tutto oro ciò che luccica


Ilfenomeno è a dir poco impressionante: non ci avevo mai fatto caso prima, poi unincontro casuale [ed un commento di Leira nel post precedente] hanno dato ilvia alle considerazioni. Riassunte in una sola parola (in origine erano due, male necessità del marketing hanno compresso in una sola. E non solo le parole,sono compresse): i compraoro.
Spuntanocome funghi, se persino nella cittadella -che per quanto riguarda l’aperturamentale è in pratica una comunità Amish ma che ama girare in Suv- se ne contanoalmeno una decina. Uno di questi, ed ecco l’incontro casuale, è di proprietà diun tizio che è talmente convinto della propria avvenenza da riempire col suofaccione le fiancate dei bus e decine di minuti di televendita sulla tv locale.Ad occhio, non credo abbia profondi studi di fisiognomica, ma poco o nullaconta. Conta, invece, che il suo negozio sia sempre pieno. Così, mentre lo vedo“di pirzona pirzonalmente” , vestito di eccellente fattura, occhiale alla moda,orologio che è più oro che logio, sorbirsi avidamente un eccellente e riccoaperitivo, penso che dietro quel bicchiere ci siano storie di affitti,bollette, mutui, spesa alimentare, figli da crescere e far studiare.
Tuttequelle voci di bilancio, insomma, difficili da sostenere quando la crisicolpisce, e colpisce duro.
Per questo sempre più spesso si tende a far ricorso alla vendita dei gioielli edell’oro usato in cambio di denaro liquido. E dove c’è il miele, arrivano le api.In realtà, pare che aprire una bottega del genere non sia una impresa troppocomplicata: basta trovare una vetrina  odun insegna ben colorate, la scritta “compro oro” a caratteri cubitali[ovviamente dorati], un po’ di cartellonistica ed un passaparola nei postigiusti, ed il gioco è fatto . Il boom è generato anche da una normativa dallemaglie larghe: non si paga l'Iva perché l'attività è considerata "dirottamazione". Il registro di carico e scarico merce è l'unica"prova" del passaggio di proprietà dell'oggetto preso in carico. El'unico obbligo di legge, la registrazione dei dati del venditore, spesso vieneignorato. Non nel caso dell’ Avvenente, che invece è di una correttezzaesemplare: ci ho accompagnato, un po’ per curiosità un po’ per doverosaassistenza, mia madre che doveva vendere un po’ di cose legate a ricordi dacancellare.
Emi ha stupito la coda: tra dentro e fuori, almeno una decina di persone.
Persone,e le storie che si portano dietro.
Conmolto pudore, peraltro: ma non è difficile intuire che si tratta comunque dipersone cui il reddito o la pensione non bastano di fronte ad una spesaimprevista, e che cercano di far quadrare il bilancio senza intaccare i semprepiù risicati risparmi rinunciando a qualche oggetto ormai in disuso.
Come nelle banche del post precedente, ilrapporto è squilibrato: quelle che sembrano quotazioni alte, sono in realtà pieillusioni. Basta fare un rapido giro per rendersi conto che si possono trovaresostanziose differenze di prezzo d'acquisto tra un punto e l'altro.
Tamponiper ferite, tappi di plastica su un buco troppo grande.
Chivende è quasi sempre in forte difficoltà economica e ha ben poco poterecontrattuale, quindi finisce per accettare prezzi bassi. Inoltre l'oro ritiratodovrebbe essere fuso per legge, ma questo non avviene sempre. Spesso, invece,gli oggetti di maggior pregio sono reimmessi in commercio, con margini diguadagno maggiori.
Una curiosità riportata sul Rapporto Eurispes: la corsa all’oro del terzomillennio si incentra non tanto sull’estrazione, quanto sul recupero delmetallo prezioso da prodotti di largo consumo: le schede madri dei pc sono ilpiù ricco giacimento di “oro di seconda mano”, e dai cellulari si puòrecuperare una discreta fortuna (da 1 milione di cellulari si ricavano 37,5chili d’oro, 386 d’argento e 16,5 di palladio).
Insomma, se il mattino ha l’oro in bocca, spesso molte bocche mangiano propriograzie all’oro: e non mi riferisco, ahinoi, solo a chi lo compra.

14.3.12

Money, it's a crime


Avereconservato l’amicizia con un bancario può, a volte, essere un vantaggio.
Nontanto per chiedere eventuali favori (del resto con un magro salario da pubblicodipendente, a differenza di quanto avveniva una ventina di anni fa, erano i beitempi dei “pochi, maledetti ma sicuri”, adesso non ti vengono a cercare neanchei cani), ma per aver un osservatorio previlegiato su usi e costumi. Quindi,colgo la palla al balzo per andare a trovare il mio vecchio amico amicovecchio D., funzionario di banca sin da quando eravamo insieme alle elementari. Così, mentresiamo nel suo ufficio davanti ad una enorme tazza di caffè,  tutti intenti in complicatissime questioni dialta finanza (alias, la consultazione dei volantini dei centri commerciali perdecidere quale pc egli debba comperarsi) capita pure questo. Entra il giovanefunzionario, si pavoneggia col suo look che sarà anche costruito suibigliettoni lasciati nell’Emporio dello stilista con l’aquila, ma addosso a luisembra più rubato nel sonno ad un testimone di Geova, ed incurante dellaprivacy sghignazza con D. : “Lo sai cheTizio è in difficoltà, alla banca concorrente gli hanno revocato il fido?Adesso non c’è più il paparino a parargli il culo, anche lui è in sofferenza”.Poi mi guarda, e salta su: “Beati noipoveracci, almeno siamo abituati al nostro tenore di vita, questi tipi invecenon hanno capito che  a far la bella vitaprima o poi si paga. E poi, per non parlare dei commercianti che non fanno gli scontrini…”.
Poveracciosarai tu, penso.
Il mioamico lo fulmina. In mezzo secondo, ha infranto non so quante norme del codiceetico. 

Lo prenderei a calci in culo, sepotessi. Invece mi sa che  sarà lui aprendere a calci in culo me per il posto da direttore dell’agenzia”.
“madai, tu ormai sono trent’anni che sei qui”
Eh si, ma io pago lo scotto di non seguireil trend…
“Cioè?Spiegami”.
Più o meno, dobbiamo essere lecchini neiconfronti di chi versa, cani rabbiosi nei confronti di chi preleva o chiedetempo per rientrare dallo scoperto
“E achi chiede un mutuo?”
Ma chi, chiede un mutuo, oggi?”

Restosconfortato. Empatizzo. Del resto, masticandone un po’ e contando sullaamicizia disinteressata di D. [non mi ha mai neppure per scherzo proposto diaprire il conto nella sua banca, si riterrebbe in conflitto di interessi con lanostra antica e consolidata amicizia], ho avuto la prova provata di come certi “rampanti”bancar(ellar)i non sappiano davvero un emerito nulla di quello che sonoobbligati a consigliarti se si parla di investimenti e titoli in genere. Sfioranoil ridicolo arrampicandosi sugli specchi. La settimana scorsa hanno contattatomia mamma per proporle un qualcosa: lei ha un conto corrente del quale sono cointestatario; qualche migliaio di euro, non certo grosse cifre.
Allora misono finto interessato non alle loro proposte, ma allo swap della Grecia. Hoindossato una magnifica faccia di bronzo (non greco) sostenendo di avere pressoun’altra banca un dossier titoli di altrettante (poche) migliaia di euro che avreianche potuto trasferire da loro, e che al suo interno comprendeva anche titolidi Stato della Grecia. Fingendo una ignoranza abissale, mi sono fatto spiegarecosa sia uno swap, quali alternative potrebbero esserci non aderendo, cosa ciavrei rimesso delle mie obbligazioni senior subordinate, ed altre domandefintoingenue simili.  Quando mi sonosentito dire che ”le obbligazioni senior sonotitoli a lungo termine emessi tanto tempo fa che stanno per giungere a scadenza”ed al mio inevitabile “E quindi?” mi sono sentito rispondere “poi decide lei se e come reinvestire, ma non si aspetti grandi cifre proprio perchéroba vecchia” stavo scoppiando a ridere. Ma anche un po’ a piangere: perchése il sistema bancario, come diceva Greenspan “è come le vene del corpo umano,mentre i soldi sono il sangue”, allora devo arguirne che, con flebologi così, nonc’è da stupirsi se il sistema non stia in piedi.

[poialla fine D. l’ ha scelto, il computer:  lostesso che aveva in mente da un mese, non voleva pareri o consigli, ma soloconferme alla sua teoria. L’ho detto che a sei anni era già un bancario.]

23.2.12

...ostia!

Ed io che credevo che a messa ci si annoiasse. Invece....

[non escludo che sia già partita sui social network una campagna del tipo "tutti, domenica matttina, alla chiesa del Santo Spirito di Campobasso. Non mancate!"]



   

5.2.12

Win for life

Tutti i sondaggi politico-elettorali che circolano stanno mostrando, senza dubbio alcuno, che il vero partito di maggioranza relativa è quello del non voto. Una massa di cittadini che resta senza rappresentanza, anzi subisce le scelte altrui.
Allora, modestamente, sommessamente, timidamente, avanzo una piccola proposta: fra tutti quelli che non si recano al seggio, o votano scheda bianca, o la annullano, o esprimono al seggio la volontà di non votare, vengono estratti a sorte "n" seggi da deputato e senatore, in proporzione al totale dei votanti. Il  sorteggio sarà svolto all'italiana: anonimo, trasparente, super partes. Se qualcuno rinunciasse (volontariamente, ovvio, non gambizzato) subentrerebbe il successivo estratto.
E se qualcuno venisse eletto, anzi estratto, a sua insaputa, sa sin da subito che può contare su illustri predecessori. E qualcosa mi dice che peggio di quelli che ci sono ora non possono fare...ecco, un win for life equo, accessibile a tutti, sociale, solidale e gratuito.
Dico male?

5.12.11

Invisible touch


Unodei grandi miti dell’umanità è, da sempre, quello dell’invisibilità. Romanzi,film, saghe, leggende, fumetti, insomma di tutto e di più. Non essendo riuscitia far diventare l’invisibilità, almeno per ora, una tecnologia di massa, una diquelle cose che fa figo (insomma, nonc’è per ora uno Steve Jobs a presentare un i-Nvisible)c’è chi ha cercato un surrogato. Per gli automobilisti il surrogato è nascosto(ma neppure troppo) in quel tastino che abbiamo a disposizione, quello consopra tanti triangolini uno dentro l'altro, grazie al quale le frecce davanti ele frecce dietro lampeggiano contemporaneamente: le cd. Quattrofrecce.
Pensateche storia: al guerriero tutto bardato ed armato che con voce roboante chiama “Excalibur”,l’ometto insignificante che è in noi alza le spallucce ed obietta, con un certosuccesso “ecchemefreegaame? Tanto ci hole Quattrofrecce, io”.
Inventatein Germania, non a caso la terra dei Nibelunghi, fino agli anni Ottanta  erano totalmente sconosciute in Italia: almassimo le notavi con curiosità sulle macchine  di qualche turista in Rivera Adriatica, masolo se era notte fonda, la Mercedes era rimasta sul ciglio della strada, colcofano fumante, almeno tre ruote a terra, la marmitta persa duecento metriprima e gli occupanti che sporgevano dagli sportelli aperti a vomitare anche l’anima.Il tutto in un giorno di tempesta.
Mail genio italico, una volta arrivata l’arma micidiale anche sulle nostremacchinette, ha saputo, e potuto, di più: fino a farle diventare, appunto, ilsurrogato alla invisibilità di cui sopra. Non c’è nessun problema: dovete portarei pupi a scuola, e non c’è un buco libero per metri e metri (già, perché lasciareil pupo, foss’anche un bestione di un metro ed ottanta, a fare venti metri apiedi è grave pregiudizio per la salute e per l’onore)? Bene, occupate lafermata del tram, pulsantino magico, et voilà: nessuno potrà mai dirvi niente,tanto ci avete le quattrofrecce, voi.
Dovete,la domenica, comperare un cabaret di paste nella prestigiosa pasticceria che lavora così bene e che la crema come loro, e quelle alla frutta,poi? Nessun problema: dato che i vostri gusti sono in media con quellidella maggioranza di chi alla stessa ora nello stesso punto ha la stessaesigenza, mentre altri si scannano per contendersi un sospirato posto nellestrisce, voi lasciate la fiera scudiera con le Quattrofrecce aizzate, e nessunopuò permettersi di obiettare: in fin dei conti, vi sacrificate per la vostrafamiglia, e si sa che a parlare di famiglia dalle nostre parti si colpiscesempre al cuore misericordioso del prossimo.
Chèpoi, anche linguisticamente (e le parole, si sa, sono macigni) la cosa ci statutta: i libretti le chiamano luci di emergenza, e lo dice la parola stessa: emergenza, quindi qualcosa che emerge.Un’idea, un’esigenza, una paura: ad esempio, quella di tornare a casa senzaessere passati dalla lavanderia a ritirare quel tal capo della vostra sposa cheve lo ha ricordato telefonicamente e che voi, con aria sufficientementespavalda, avete liquidato col più convinto dei ci penso IO quando passo e che, ovviamente, avevate non pensato.Ovviamente, dall’unica lavanderia sulla strada, in prossimità di incrociosemaforico ai cui quattro angoli ci stanno la lavanderia stessa, il barbiere,il negozio di telefonini ed il panettiere: ma senza le Quattro, come faremmo?
C’èun solo, unico grande limite: che, in base al principio nazionale del cca nisciuno è fesso, tutti sappiamousare l’arma micidiale, e ne riconosciamo al volo l’uso altrui: e dato che nonè matematicamente possibile avere un popolo di tutti furbi, è assai più facilepensare che credendoci in massa tali, non ci si accorga, tutti, di essere, allafine, un po’ coglioncelli. 

16.11.11

Insomma....


..si chiude o no?
Io intanto mi guardo in giro e cerco casa, non si sa mai. Al limite, anche un magazzino per contenere le mie paranoie. E siccome voglio mai perdere nessuno e nessuno che perda mai me, lasciatemi un vostro indirizzo nella casella mail rivedelfiume@tiscali.it