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6.5.16

Abbi cu(ltu)ra di te

"Nel corso della mia vita ho fatto in tempo ad assistere a tre fatti socialmente importanti: la decadenza della ‘villeggiatura’ un significativo calo nel consumo del vino e nello smercio di quel prodotto letterario che nei tempi moderni s'è chiamato romanzo".
Era il 1949 quando Montale diagnosticava al mondo occidentale la patologia della fretta, indovinando, dalle sue prime avvisaglie, il terrorismo del tempo sulla vita umana. Per chiunque patisca con angoscia la religione della corsa e della produttività inesausta, la lettura è miraggio di salvezza e peccato mortale.
Chi si sognerebbe mai di infilare nelle liste minacciose attaccate al frigo, tra l'estetista e il commercialista, qualcosa come: “leggere finché non mi germoglino dentro un paio di domande giuste o perlomeno finché l'anima non sia sazia”? La tirannia del tempo vieta di posarsi, gestisce tutto con furia e distrazione, nega ogni possibilità di riflessione, di critica, anche di noia, il continuo rimescolamento impedisce la sedimentazione. Ed è anche per questo, forse, che il tempo della lettura è un tempo strappato, rivendicato, il tempo di una rivolta. È contrapporre all'andare avanti un andare a fondo, vincere il terrore di fermarsi, rinunciare al tempo per riempirlo, dilatarlo, riguadagnarlo con gli interessi. È recitare piano, contro un falso dio, una preghiera eversiva e seducente: abbi cultura di me.

Chiara De Nardi

21.4.15

Parlar male, pensar male.

Sono sempre più convinto che, quando parliamo o quando scriviamo, il linguaggio che noi usiamo non è uno strumento di comunicazione casuale. Rivela molto di noi e del modo con cui esercitiamo un ruolo o svolgiamo una funzione sociale. Infiniti malintesi, risentimenti, diverbi dolorosi nascono di continuo da una parola usata con poca attenzione alla raffinatezza nel sentimento della lingua.
Tutto ciò per dire che le parole comunicano, oltre ai concetti, anche atteggiamenti e pensieri nostri. Il valore che diamo all'altro e, dunque, il posto che gli diamo nella relazione, se vogliamo che lui ci sia o meno, emerge da come parliamo e scriviamo all'altro. Questo, anche se si scrive ad una entità astratta ed indefinibile come può essere quando si scrive sui nostri diari in rete, ma anche quando si scrivono documenti di lavoro, sia che si tratti di corrispondenza verso l’esterno sia che si scriva una nota interna. Per questo motivo è importante   prepararsi, concedersi del tempo per esprimere con chiarezza e con efficacia ciò che davvero vogliamo comunicare.
E soffermarsi a riflettere, anche pochi istanti, sul peso e sull'uso di una parola piuttosto che di un'altra, per eliminare ogni dubbio e incertezza.  Importante è avere nelle proprie corde l'intenzione e la sensibilità di comunicare davvero e di non autolimitarci nell'espressione per chissà quali automatismi, formule stereotipate o paure.
Questa riflessione parte da lontano: prima ancora della moda importata da Oltreoceano della Pragmatica della comunicazione, incentrata sul considerare la comunicazione quale azione dell'essere umano al pari delle altre, nell'anno di grazia 1905 un italiano, Edmondo De Amicis (si, proprio quello di “Cuore”),  ne “L'idioma gentile”, racconta: 

IL SIGNOR COSO
"Tra le sue qualità più notevoli vi era un profondo disprezzo per l’arte della parola. Non che fosse propriamente taciturno: alle conversazioni degli amici prendeva parte; ma accennava ogni suo pensiero con poche sillabe, in modo informe, e masticava il resto con voci inarticolate, e con un atto del capo e un cenno trascurato della mano invitava l’uditore a fare in vece sua il molesto lavoro di compiere l’espressione dell’idea ch’egli aveva abbozzata. Con un “come si dice?” si liberava dalla seccatura di dir la cosa; lasciava a mezzo ogni periodo con un “insomma, tu capisci”; e con la parola “coso” faceva di meno di mille vocaboli: “Sai, questa mattina ho visto coso, laggiù… Dice che per quell’affare…tu sai… niente”. Fu lui che annunziò agli amici l’elezione del nuovo Papa: “Eletto” disse. E gli amici: “Chi hanno eletto?”, “Coso” rispose. (…). E con quale gioia si era impadronito del verbo cosare; “Cosami quel fiasco”, “Bada, che ti cosi l’abito”. Poiché pensiero e parola nascono nella mente gemelli, chi si disavvezza dall’esprimere il proprio pensiero, si disavvezza a poco a poco anche dal pensare. Ecco cosa era successo al signor Coso: egli pensava a pensieri indeterminati, monchi e sconnessi come il suo linguaggio, e dall’inerzia del cervello gli era venuta una grande indifferenza per ogni cosa. (…) Ma quanti sono quelli che, per infingardaggine intellettuale, parlano presso a poco al modo di Coso? Il mondo ne è pieno. Ma se l’uomo si può definire ‘l’animale parlante’, codesti non sono uomini… sono cosi.(…)
Bada sempre, nel parlare, al viso di chi ti ascolta, che è un critico muto utilissimo, perché d’ogni parola stonata, d’ogni oscurità, d’ogni lungaggine, ci vedi il riflesso, sia pure in barlume, in un’espressione di stupore o canzonatoria, o interrogativa, o annoiata, o impaziente. (…). Certe idee non ci vengono neppure in mente perché non abbiamo le parole con le quali potrebbero venire. (…) Così, bada a non parlare una lingua approssimativa, se non intendi porre limiti ai tuoi pensieri."


Come la pensate?

1.4.15

Parole e pensieri/3


[Egon Schiele - L'abbraccio]


«Il dolore è passato. La vita lo ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi. 
Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere. 
Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria.
Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. È così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo – la luce delle stelle o gli odori estranei – e cominciano ad avere paura e ululare. 
Il lutto è già un dare senso, una ragione e una pratica. Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte.
È quel che accade ad ogni idea e passione umana».

 Sándor Marái, “Il gabbiano”, Adelphi, Milano

3.3.14

Anima in deprescion



Considerazione notturna: più ci si deprime, più si dissolve ogni capacità di apprendimento. Ieri sera pensavo come la lettura del quotidiano, per anni rito immancabile, sia diventata sempre meno rituale e sempre meno indispensabile. Non è questione di singola testata, peraltro: e neppure una questione soggettiva, dato che leggo in molte altre persone che conosco, o di cui conosco da anni mentalità e pensiero, lo stesso atteggiamento. Allora comincio a pensare in grande, in quello che un sociologo definirebbe "analisi del macrofenomeno". Ed arrivo alla conclusione che esiste oggi un tentativo, oramai palese, di negare alle persone la possibilità di esprimere la propria personalità e realizzare il proprio benessere. L’incapacità di espressione, così come l’impossibilità di guardare al futuro, diminuisce la resistenza interna alla crisi. Come dicevano i Latini, "Homo sine pecunia imago mortis": per cui il Sistema, quello stesso che ha generato la crisi, la alimenta continuamente, prima ancora come fatto mentale che materiale. L'indurre la persona a deprimersi la rende anche meno portata ad informarsi, a diventare terreno di coltura per la conoscenza, l'informazione, l'apprendimento. E diventa conseguentemente più semplice far ragionare la pancia che la testa. L’attacco all’apprendimento non è solo un problema di stanziamento di fondi, ma è un problema -che diventa sistema- di gestione del potere e di giustificazione di livelli di diseguaglianza economica e sociale, che riportano il mondo in un nuovo passaggio trasformato in rallentamento dell’apprendere. Dove il faro viene puntato sul chi sta peggio, ed alla fortuna che hai rispetto a chi è rimasto indietro: il livellamento in basso, a vantaggio dei pochi "fortunati".
La formazione e l'informazione rappresentano l’antidoto alla sopraffazione dei disvalori finanziari sui valori della produzione e della distribuzione. Tagliando, da parte pubblica, sulla formazione, e trasformando l'informazione in un guazzabuglio di titoli ad effetto, di morti ammazzati, di affermazioni roboanti che più sono gridate più sono fasulle (ed in questo, la nostra classe politica è maestra: basta pensare alla ignoranza contenuta in una frase come "il governo vero è quello eletto dal popolo"). Formazione ed informazione sono gli ingredienti di quella cosa tanto scomoda al sistema che possiamo battezzare Cultura. E la Cultura è l’ultima trincea per resistere al tentativo di eliminazione dell’apprendimento. L’ultima frontiera per stimolare le persone a pensare e, attraverso l’apprendimento, a trovare benessere e libertà, intesi come presa di coscienza della propria personalità e del proprio divenire.
Ora dobbiamo studiare e realizzare nuovi meccanismi di accelerazione (ma anche di frenatura) che contrastino gli attacchi all’apprendimento. Sperimentare un antidoto a questa malattia attraverso l’attuazione di un meccanismo acceleratore di apprendimento, in grado di ricostruire e consolidare la relazione tra persona, comunità e territorio. Ed anche una frenata: rallentare i ritmi, dilatare i tempi non per non decidere, ma al contrario per approfondire, per soppesare il reale senso delle parole, le conseguenze di una azione, il perchè di un determinato gesto. Una scuola di cittadinanza che parta dall’interno della persona, visto che dall'esterno arriva sempre meno: i tagli all'Istruzione, la chiusura delle biblioteche pubbliche, la rinuncia della tv a svolgere ruolo di servizio pubblico, la riduzione dei giornali a depliant aziendali o vetrine dell'impossibile non sono certo grandi segnali. Ed i media che hanno trasformato le percezioni in notizie non sono che la ciliegina sulla torta.
Buon risveglio. Magari usando il pc anche per passare da queste parti. E' gratis e fa bene alla salute.

10.12.13

Una donna di nome Maria

No, non c'entrano (o centrano? boh...) ispirazioni religiose o arrivi notturni col treno dal Sud. Maria è solo una delle ospiti: lei dice di avere 73 anni, ma a quanto pare sono diversi anni che lo dice. Incurante del meteo, passa i pomeriggi nel cortile della struttura, quello da cui si è obbligati a passare per accedere ai vari nuclei.
La prima cosa che colpisce in Maria sono i lineamenti: una Sioux capitata per sbaglio in pianura padana. O, come dice qualcuno più concreto di me, la sorella maggiore di Drupi (lo ricordate, vero? quello che cantava canzoni romantiche con la voce impastata di carta vetrata e, in apparenza, un qualche tiro di peyote....).
Quando arrivo, mi viene incontro, un filo di voce quasi fanciullesca: "Signore....ha una sigaretta per me?". Ovvio. Ma la cosa che mi affascina è che, mentre la fuma, si mette a danzare seguendo i volteggi del fumo stesso, prima le mani a dirigere una orchestra immaginaria, poi veri e proprii passi di danza. Non so che storia abbia, davvero: c'è chi dice sia una nobile decaduta, chi una parente in incognito di qualche "pezzo grosso", chi invece si chiude in una rigorosa riservatezza. Ma anche chi racconta di un passato in prigione,  o di una vita comunque movimentata. Il sottile confine tra credibilità ed incredulità, tra chi si inventa non sapendo nulla, e le invenzioni che la vita a volte affida ad un qualche sceneggiatore un po' giocherellone.
Un pomeriggio del settembre scorso si è invitata al tavolino con mia madre, quando avevo portato un vassoietto di pasticcini mignon alla frutta: 

"Signore....
"Dimmi, Maria"
"Posso assaggiarne una?"
e mia mamma tutta entusiasta, rivolta verso di me: "Si, si, si...pensa che anche lei ha perso la sua mamma e dobbiamo aiutarla".

Non so perchè, o forse lo so benissimo, ma mi è sembrato di essere tornato indietro nel tempo, quando mia figlia, alle elementari, chiamava a casa per una merenda la sua compagna di banco.
La fragilità nella sua apparenza più nascosta.

3.12.13

Sleeping with ghosts

Frequentare una Casa Protetta per anziani è destabilizzante.
Mette in dubbio le poche certezze che uno aveva faticosamente accumulato negli anni passati. Grida disumane che non hanno nessuna reale ragione, se non la non-ragione; ombre lontane dello splendore che fu, sperso e sparso nei capricci infantili in un involucro che invece suggerirebbe altre considerazioni; l'odore del disinfettante che, a te esterno, rimane addosso come stimmate nell'olfatto e negli abiti, per non parlare dello spirito. La guerra delle curiosità delle altre su come sia il mondo "fuori", quando la riaccompagni dentro. Capannelli che tra un'ora neppure si ricorderanno di aver ascoltato. Improbabili caffè che alla ospite sembrano nettare, da macchine troppo complicate per chi di complicazioni non ha certo bisogno. Occhi spersi tra gli spettri dei ricordi che non vengono giù.
Fantasmi, nella mente delle persone care: che, quando ti riconoscono, anzi, se ti riconoscono, magari sanno di te il nome, ma certo non più il tuo averci un giorno convissuto.
Lo strazio di un saluto che non è mai abbastanza lungo rispetto ai rimpianti.
Del resto, è stata l'unica scelta possibile: nulla resta, se non quel sottile dolore  che, quando esco da lì, nessun fumo di nessuna sigaretta, nessun sapore di nessuna caramella, nessun caffè, niente, che riesca a cancellarlo. Quello rimane, come uno sparo nell'anima.
Grido, sottovoce. Dove diavolo è la tessera del parcheggio?

20.9.12

Finalmente l'Italia


[immagine tratta da http://barcellonapggiuseppegaribaldi.blogspot.it]

Ci sono strade e piazze intitolate a questo giorno fatidico per la storia d’Italia, è il giorno della famosa breccia di Porta Pia, il giorno in cui le truppe del regno sabaudo conquistano la Roma papale e pongono fine al regno temporale di Pio IX. In campo ci sono 50 mila soldati italiani, cinque divisioni agli ordini del generale Cadorna, contro 11 mila difensori papalini agli ordini di Hermann Kanzler, capo supremo dell’esercito pontificio. Quest’ultimo conta sulla solidità delle mura capitoline della riva destra del Tevere, dalla parte del Gianicolo e del Vaticano, solidità che era già stata sperimentata paradossalmente dai patrioti italiani di Mazzini e Garibaldi quando 21 anni prima, al tempo della Repubblica Romana, nel 1849, 10mila insorti avevano tenuto testa per due mesi a 30 mila soldati francesi molto meglio armati ed addestrati. Ma Cadorna lo ricorda bene, e decide di attaccare dalla riva sinistra. Sarà lì che si aprirà (a suon di cannonate, oltre 300) la famosa breccia di Porta Pia, sarà da lì che i bersaglieri entreranno di corsa. Il primo soldato a violare il ciglio della breccia è infatti un bersagliere del 12° battaglione, Federico Cocito. Era stato però l’esercito pontificio ad aprire per primo il fuoco a Villa Patrizi, facendo anche la prima vittima della battaglia, un povero caporale d’artiglieria italiano, Michele Plazzoli, centrato in piena fronte. Mentre avviene tutto questo, Papa Pio IX sta celebrando una messa davanti ai rappresentanti del corpo diplomatico. Fino all’ultimo il pontefice spererà nell’intervento di qualche potenza cattolica europea, ma questo non avverrà anche perché le stesse potenze cattoliche sono già impegnate a farsi la guerra l’una l’altra, ed era proprio su questo che Cavour ed il re Vittorio Emanuele avevano contato. Così già alle 10 del mattino è lo stesso Papa ad ordinare di innalzare la bandiera bianca sulla cupola di San Pietro.

UN BAMBINO BOLOGNESE CHE HA FATTO LA STORIA

Fin qui la Storia con la “esse” maiuscola, ma c’è anche una storia con la “esse” minuscola che merita di essere ricordata, anche perché probabilmente ha avuto una certa importanza nel determinare le vicende con la maiuscola. E’ la storia di un bambino bolognese, Edgardo Mortara: a Porta Pia si è combattuto anche per lui. Edgardo era stato sottratto con la forza dagli sgherri pontifici dalla sua famiglia ebraica, a Bologna, nel 1858, quando aveva solo sei anni, e portato a Roma per essere consegnato ai religiosi della Casa dei Catecumeni che fin dal 1540 avevano il compito di convertire ebrei e mussulmani. Ma perché strappare con tanta violenza un bambino, e solo quello fra otto figli di un’agiata famiglia ebraica bolognese, provocando sdegno e proteste ufficiali in tutta Europa? Perché la Chiesa aveva scoperto che uno dei figli dei coniugi Mortara era stato battezzato a loro insaputa da una donna di servizio cattolica, tale Anna Morisi, per “scongiurare” una grave malattia del piccolo che aveva in effetti rischiato di morire. Essendo diventato cattolico, quel bambino, secondo le autorità ecclesiastiche, non poteva più essere educato e cresciuto da genitori ebrei.
Il caso ebbe una vasta risonanza internazionale. Si mossero per primi i potenti banchieri ebrei Rothschild, con i quali il Vaticano era indebitato, chiedendo che il bambino fosse restituito alla madre “che era quasi impazzita in seguito all’accaduto”. Poi scese in campo la stampa liberale di tutta Europa denunciando le leggi medievali ancora in vigore nello Stato Pontificio. Pressioni erano giunte al Papa anche da parte di Cavour tramite il conte della Minerva. L’imperatore francese Napoleone III aveva incaricato il proprio ambasciatore presso la Santa Sede di comunicare al Papa che la restituzione del piccolo Edgardo Mortara ai suoi familiari di Bologna era un “suo personale desiderio”. Ma la risposta di Pio IX era stata sempre no. Suscitando probabilmente un certo risentimento in Napoleone, risentimento non estraneo all’avvallo internazionale, più o meno tacito, che la Francia ed altri stati europei diedero poi all’occupazione sabauda dello Stato Pontificio. Così si può dire che un bambino bolognese di 6 anni – al quale pare che lo stesso Pio IX si fosse affezionato e lo trattasse come un figlio – ha contribuito a fare la Storia, quella con la “esse” maiuscola. Fra i combattenti italiani di Porta Pia c’era anche un giovane ufficiale bolognese, Riccardo Mortara, 25 anni, fratello maggiore di quel bambino “rapito” dai papalini dodici anni prima.

[Articolo tratto da www.telesanterno.com, rubrica “Calendario: Quando oggi era ieri”]


16.5.12

Quello che [io non] ho


È un'illusione che le foto si facciano con la macchina.... si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa. [Henri Cartier-Bresson]


SULLA scia di “Quello che [non] ho”,  anch’io mi sono scelto una parola, dato che nessuno mi inviterà mai in trasmissione, ma trovo l’idea stimolante. 

E la mia parola è FOTOGRAFIA.

Perché, quindi, quella frase del Maestro? Perché è da una vita che mi pongo il solito quesito sull’uso del mezzo, e sul rapporto che intercorre tra l’immagine finale e il pensiero che l’ha prodotta, se il risultato finale corrisponda alla dichiarazione di intenti, o invece accenda una luce su una sorta di verginità emozionale. Perché la macchina fotografica in sé non è che un mezzo, un attrezzo del mestiere per cui è indifferente scegliere quale utilizzare. Prevale il motivo che provoca la reazione occhio-cervello-cuore, per dirla alla HCB: cioè, rimane fondamentale il fotografo. 
C’è stato un tempo in cui c’era la rincorsa alla “macchina perfetta”:  gente che si svenava per comperare la macchina ultraprofessionale, corredata con le ottiche più prestigiose; e magari, per fare le stesse foto che avrebbe fatto con una macchinetta da quattro soldi. Tutto finalizzato alla “foto perfetta”. Siamo nella civiltà dell’immagine, ed i programmi di fotoritocco sono quelli che dilagano sulla maggior parte dei computer di chi si diletta anche di fotografia, oltre che divenire imbianchini bravi a verniciare di [improbabile] perfezione i soggetti che popolano le illustrazioni dei giornali.
Ma cos'è una foto perfetta?  Partiamo dal presupposto che la perfezione sia un assunto filosofico: non esiste se non come concetto astratto. Eppure la fotografia naturalistica ha sempre cercato la foto virtualmente perfetta, intesa come massima definizione possibile, luce diffusa in grado di esaltare il contrasto ed evidenziare il dettaglio, massima nitidezza e profondità di campo. Basta consultare un numero a caso di “National Geographic”, che per primo ha fatto della massima nitidezza una regola:  fino a che era in commercio la pellicola, i suoi fotografi usavano quasi esclusivamente Kodachrome. Ed è uno spettacolo, vedere primi piani di fenicotteri rosa o tetraoni delle praterie dove vengono evidenziate le singole piume, o le goccioline d'acqua su anfibi di ogni specie: colori saturi, luce perfetta. Paesaggi lunari alle porte di casa, o giochi di luce tra le fronde delle foreste nepalesi in cui si leggono i segni mistici della Creazione. Nitidezza, contrasto, saturazione, contributo dello sfocato: la “Foto Perfetta”.
Eppure, non è detto che  la perfezione sia sinonimo di espressione, e non è detto che dia emozioni: non sempre la perfezione emoziona. Nella ricerca della “Foto Perfetta” rischiamo di dimenticare che la fotografia, intesa come arte figurativa, deve esprimere ed emozionare, perchè altrimenti può interessare solo al suo autore, mai a qualcun altro. Se una fotografia non comunica nulla, non interesserà a nessuno: l'immagine dell'auto  che entra in zona pedonale, anche se perfetta, interesserà solo il vigile che mi spedirà la contravvenzione, ma dubito fortemente possa emozionarlo.
Un po’ come le attrici superliftate: bamboline perfette, ma difficilmente fanno provare emozioni. Per capirci, l’ultima Nicole Kidman: troppo pulita, troppo pettinata. Irreale come donna, irreali le foto che la ritraggono, sembra di tornare al liceo quando le suggestioni della filosofia insegnavano a considerare, complice Platone, le immagini come archetipi. 
Il fatto è che la foto perfetta descrive una realtà interessante perchè ci mostra quello che normalmente non è accessibile ai nostri sensi: per questo la guardiamo, per questo ci stupisce e ci interessa. Come di fronte alle cartoline delle nostre città, altre rispetto ai cieli perennemente azzurri, ai tramonti infuocati, alle acque azzurre dei corsi d’acqua che le attraversano.

L’emozione è un'altra cosa. 
Non attiene alla sfera della conoscenza, ma a quella dei sentimenti e dell'esperienza. Alla vita nella sua essenza. Guardando una foto, si ammira più di una semplice visuale, molto più delle forme e dei colori. La bellezza è altrove, è fondamentale, è istintivamente fondamentale. E' relativa al tempo, a quell’ istante reso immortale, il bacio parigino di Doisneau, il miliziano di Capa  sono momento incisi per l’eternità. La domanda da porsi è: perchè quell’ istante li, e non quello dopo, o quello prima… Ma questa è stata la decisione del fotografo.
Non sempre perfezione ed emozione vanno d'accordo, è un fatto. Ma forse è la definizione stessa ad essere sbagliata: semplicemente una foto perfetta non è necessariamente una immagine dal contrasto equilibrato che ci restituisce dovizia di particolari e che rispetta la regola dei terzi. Forse, a pensarci bene, non si può nemmeno dare una definizione di foto perfetta, perchè un'immagine fotografica, come un quadro, suscita un'emozione che non è misurabile ed è diversa per ciascuno, e allora ben vengano le regole di composizione, ben venga la tecnologia a darci una mano a scattare fotografie più equilibrate, a restituirci colori più puliti. Ma non dimentichiamo che tutte queste cose ci devono servire per trasmettere emozioni, e allora una foto è "perfetta" solo quando suscita un'emozione in molte persone. E' una definizione debole, ma è tutto quello che davvero si può dire.
Quando mi dilettavo e frequentavo un circolo, mi dava ai nervi sentirmi chiedere di tempi, diaframmi, ottiche usate, quando la massima soddisfazione era sentir dire “che bella!” di una foto magari sgranata, pure un po’ mossa, ma che restituiva la bellezza naturale di cui Madre Natura è capace nelle sue inesauribili forme.  Chè poi, pensiero finale, a rifletterci, solo la fotografia, tra tutte le discipline artistiche, è capace di materializzare i sentimenti dell’artista: più della stessa pittura, che richiede una tecnica per molti inavvicinabile. Più della scultura, che non può prescindere da una grande manualità. Dato che nessun pennello, nessuno scalpello, nessun attrezzo può essere più veloce dell’otturatore: e nella frazione di secondo che passa tra la pressione dell’indice e l’eternità ci rientrano bene o male le storie personali, la sensibilità, il gusto, la cultura, le emozioni, l'educazione, perchè no l'umore e lo stato d'anima di chi scatta. Ed è questo tempo brevissimo, un chiodo a fissare uno scorcio di immortalità, che “fa” la bellezza di una foto: una bellezza che non si ritrova da nessun’altra parte. 

8.5.12

A reti unificate

Non conosco i dettagli della discussione, il "casus belli", ragion per cui non ci entrerò neppure: ma aderisco con piacere ad una iniziativa-manifesto sulla diversità: di idee, di opinioni, di interpretazioni. Lo faccio ricorrendo ad una delle "101 storie Zen" di Adelphi Editore. 
Illuminante.
__________

26. Dialogo commerciale per avere alloggio

Qualunque monaco girovago può fermarsi in un tempio Zen, a patto che sostenga coi preti del posto una discussione sul Buddhismo e ne esca vittorioso. Se invece perde, deve andarsene via.
In un tempio nelle regioni settentrionali del Giappone vivevano due confratelli monaci. 
Il più anziano era istruito, ma il più giovane era sciocco e aveva un occhio solo.
Arrivò un monaco girovago e chiese alloggio, invitandoli secondo la norma a un dibattito sulla sublime dottrina. Il fratello più anziano, che quel giorno era affaticato dal molto studio, disse al più giovane di sostituirlo. «Vai tu e chiedigli il dialogo muto» lo ammonì.
Così il monaco giovane e il forestiero andarono a sedersi nel tempio.
Poco dopo il viaggiatore venne a cercare il fratello più anziano e gli disse: «Il tuo giovane fratello è un tipo straordinario. Mi ha battuto».
«Riferiscimi il vostro dialogo» disse il più anziano.
«Beh,» spiegò il viaggiatore «per prima cosa io ho alzato un dito, che rappresentava Buddha, l'Illuminato. E lui ha alzato due dita, per dire Buddha e il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita per rappresentare Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci, che vivono la vita armoniosa. Allora lui mi ha scosso il pugno chiuso davanti alla faccia, per mostrarmi che tutti e tre derivano da una sola realizzazione. Sicché ha vinto e io non ho nessun diritto di fermarmi». E detto questo, il girovago se ne andò.
«Dov'è quel tale?» domandò il più giovane, correndo dal fratello più anziano.
«Ho saputo che hai vinto il dibattito».
«Io non ho vinto un bel niente. Voglio picchiare quell'individuo».
«Raccontami la vostra discussione» lo pregò il più anziano.
«Accidenti, non appena mi ha visto lui ha alzato un dito, insultandomi con l'allusione che ho un occhio solo. Dal momento che era un forestiero, ho pensato che dovevo essere cortese con lui e ho alzato due dita, congratulandomi che avesse due occhi. Poi quel miserabile villano ha alzato tre dita per dire che tra tutti e due avevamo soltanto tre occhi. Allora ho perso la tramontana e sono balzato in piedi per dargli un pugno, ma lui è scappato via e così è finita».

4.5.12

Ne(cro)tiquette

Avevo già parlato, tempo fa, delle discussioni che avvengono, tra quei quattro o cinque (io, ovviamente, sono sempre l' "o cinque") personaggi che di mattina si trovano alla stessa ora a prendere il caffè nel nostro bar interno dando luogo a convegni flash in cui si discute di tutto senza arrivare poi a conclusioni certe, peraltro. 
E stamattina, mentre mi lambiccavo il cervello su cosa scrivere qui, è arrivato immediato lo spunto. Non occorre certo una laurea, neppure se conseguita in Albania, per afferrare al volo certi stimoli. L'argomento, affrontato con la consueta perizia di cui solo un consesso di esauriti scafati navigatori è capace, era il seguente:

"Usi e costumi nell'invio di posta elettronica e sms".

Primo relatore, il "forever young" E., il quale, come tutti i cinquantenni che "frequentano" ragazze molto (anzi, moooltooo) più giovani di lui, sostiene che nelle mail si può sostituire gran parte del testo con faccine et similia, e che negli sms è tanto più comodo usare le k, saltare una qualche virgola -ad onor del vero, anche a sentirlo parlare mi sembra avere più di un problema con le seppur elementari regole grammaticali, ma tant'è- e che nessuno al mondo userebbe una maiuscola in un sms, col rischio di disabilitare il T9 e la perdita di tempo del "tornare indietro".
Quindi, mia obiezione, se rispondi ad una mail non usare il maiuscolo è d'obbligo?

E. afferma che "è perchè il dialogo è iniziato ed è inutile la maiuscola come se si stesse iniziando una relazione". Roba superata, insomma.
Cosa? obietto perplesso, quindi aprire una mail con la lettera maiuscola è "roba da vecchi"? Al massimo, penso che risparmiare quel gesto di mettere e togliere il maiuscolo sia una forma di sciatteria, in cui a volte peraltro anche io cado, quando ho troppa fretta.

A. invece è una accanita sostenitrice della teoria che negli sms ci si debba firmare: anzi, fedele com'è alla forma, la sua tesi è che il maiuscolo ad inizio frase è fondamentale, nulla importa che si tratti di mail, di post o di sms: a scuola ci hanno insegnato  -poi, lei che è una ex prof calca la mano- che ad inizio frase, o dopo un punto, si usa sempre la lettera maiuscola; e quindi con il passaggio alla comunicazione elettronica il mezzo non fa la differenza. La persona corretta scrive sempre in italiano corretto, e questo è fondamentale, perchè le sembra che si sappia scrivere sempre meno.
Mentre la ascolto, ripenso che curiosamente, quando scrivo una mail, tendo ad utilizzare la medesima composizione che usavo per le lettere, magari al posto di "Caro XXX" scrivo "Ciao XXX" e non metto la data, ma al fondo, di solito, firmo anche se scrivo solo la mia iniziale puntata.

Allora, incuriosito dall'argomento, allargo la domanda a tutti quelli che passano da qui: esistono altre regole, più o meno implicite, che riguardano le comunicazioni via sms o via mail o via rete? E, sopratutto, quali possano essere i motivi, dato che "mi sono fatto persuaso" che alla fine della corsa sia un po' la pigrizia, un po' l'abitudine, spesso la mancanza di rispetto verso persone e regole a giustificare determinate norme ed usi nella comunicazione digitale.
Tutto deve essere fatto nel più breve tempo possibile, tornare indietro per mettere una lettera Maiuscola  o scrivere un "ch" come si deve viene ritenuto una fatica inutile.

Oppure mi sbaglio?

Ecco, vorrei avere delle opinioni anche le più svariate, in merito: alla fine, per motivi anagrafici non sono un nativo digitale, sono solo un adottato (o più probabilmente dis-adottato....)

5.4.12

Si chiama Luca

"Scusa, ma è questo il tram che va dai geometri?"

Lo guardo in faccia, mentre me lo chiede, dopo che l'autista è sceso a bersi un meritato caffè, ed alla partenza mancano ancora sette/otto minuti. Non voglio avere la presunzione di essere ritenuto affidabile da un ragazzo che avrà si e no 16 anni, ma tant'è. 

"Si, certo, anzi se resti qui vai tranquillo perchè è anche la mia fermata". 

Respiro di sollievo: neppure il fatto che ricominci a piovigginare sembra preoccuparlo. Con quella luce negli occhi, pare vivere su una nuvola.

"Una ragazza, immagino...": glielo dico, perchè riconosco certi segni. "Si, la mia ragazza...va a scuola geometri e le faccio una sorpresa...è la prima volta che la vado a prendere e lei non lo sa...".


Mi piace, questa idea di essere diventato in un secondo un confidente.
O un complice.

"Solo che anch'io non so di preciso dov'è...mi hanno detto di prendere il 4...": tranquillo, ragazzo, non devi giustificarti, non sono nè un professore nè il padre della ragazza, e certi stati di imbambolamento verso il mondo li ho conosciuti.
Tocca nervosamente il suo cellulare, inizia a scrivere qualcosa, poi rinuncia, poi ricomincia, poi rinuncia ancora. "Glielo scrivo che la vado a prendere? cosa dice?".
Qui caschi male, ragazzo. Perchè se c'è uno che è perennemente indeciso a tutto, quello sono io. Me ne esco con "segui l'istinto" che lo fa quasi sorridere.
"Posso chiederle una cosa? Lei che abita lì, c'è un posto per un panozzo o una pizza da spender poco?"
Sorrido io, adesso: perchè in effetti c'è una pizzeria al taglio, sempre che l'ufficio Igiene non l'abbia fatta chiudere, e non saprei se consigliarla come primo appuntamento. Ma si, sono ragazzi....
"Si, ce n'è una al trancio aperta anche a mezzogiorno, con dieci euro in due vi scappa anche il birrino o la coca".
"Grazie, grazie...lei è proprio buono".
Boh.
In fin dei conti, mica gliele offro io, le pizzette.

Arriviamo alla fermata, lo incoraggio mentalmente con un "Forza, dai!" e facciamo un pezzo di strada insieme, proprio mentre, con tempismo da film, suona la campana.  Allora rallento, adesso la voglio proprio vedere, questa principessina dei sogni di un ragazzo di campagna. 

Chè non è vero quello che dicono, che la curiosità è femmina, anzi.

"Lucaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!": un sorriso che è un raggio di sole. Gli corre incontro, lo abbraccia, lui è quasi imbarazzato, ha capito di aver fatto colpo e, se mi ricordo bene "quei" tempi, ricordo che ci si resta anche un po' increduli. Parlottano, mano nella mano, lui indica me con un dito e mi grida un probabile "grazie!" che si perde tra vociare ed improbabili rombi di motorini. 
In realtà, penso tra me e me che sono io a dover ringraziare un po' lui.
Come quelli che anni fa ti mandarono una cartolina che da qualche parte fa ancora da segnalibro in un vecchio volume.







31.3.12

Da ora in poi

Potrei anche raccontare uno dei [tanti] episodi che hanno contribuito alla mia involuzione di carattere, quelli che, richiamati al pensiero, si rigenerano come piante di gelso dopo ogni temporale estivo. Di una delle tante, troppe volte in cui ho dovuto come fermare il respiro, e sperare che al cuore giungesse poco ossigeno.

Per cominciare, una delle canzoni che profumano di gelso e fermano il respiro:




Sai quando ero un ragazzo alle scuole superiori
che tu ci creda o meno
volevo giocare a football per l’allenatore
e tutti i ragazzi più grandi
dicevano che era cattivo e crudele
ma sai
volevo giocare a football per l’allenatore
dicevano che ero troppo gracile
per giocare in attacco
perciò gioco come ala destra
volevo giocare a football per l’allenatore
perché sai che un giorno, amico
dovrai tenerti dritto in piedi
altrimenti cadresti
e finiresti per morire
e il tipo più duro
che io abbia mai conosciuto stava
sempre di fianco a me
perciò dovevo giocare a football per l’allenatore
fratello, volevo giocare a football per l’allenatore
Quando te ne stai tutto solo
nel bel mezzo della notte
e scopri che la tua anima è stata messa in vendita
E cominci a pensare
a tutte le cose che hai fatto
e cominci a odiare proprio tutto
Allora ricordati della principessa
che viveva sulla collina
e che ti ha amato anche se
sapeva che stavi sbagliando
e proprio ora potrebbe
arrivare splendente
e la …
… Gloria dell’amore, la gloria dell’amore
la gloria dell’amore
potrebbe arrivare
Quando tutti i tuoi amici da strapazzo
se ne sono andati e ti hanno fregato
e ti parlano dietro le spalle dicendo che tu
tu non sarai mai un essere umano
allora ricominci a pensare di nuovo
a tutte le cose che hai fatto
e a questo e a quello
e tutte le varie cose
te le rivedi in modo diverso
Allora ricordati che la città è un posto divertente
qualcosa di simile a un circo o a una fogna
e ricordati che gente diversa
ha gusti differenti e la ….
… Gloria dell’amore , la gloria dell’amore
la gloria dell’amore potrebbe capirti
si ma ora
la gloria dell’amore, la gloria dell’amore
la gloria dell’amore potrebbe capirti
Ora io sono un bambino di Coney Island
Voglio mandare questa
a Lou e Rachel
e a tutti i ragazzi al 192 di PS
Amico, giuro che mollerei
tutto per te







18.2.12

Uno che passa di qui

Preambolo alle istruzioni per caricare l’orologio” di Julio Cortazar

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria. Non ti danno soltanto l’orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. Ti regalano – non lo sanno, il terribile è che non lo sanno -, ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinturino simile a un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso. Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l’ossessione di controllare l’ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono. Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell’orologio.

25.1.12

HO LA FEBBRE IN TUTTO IL CORPO...


Domenica 19 agosto 1928
Mia amica. Ho la febbre in tuttoil corpo. Il tuo contatto mi ha riempito di tutte le dolcezze. Mai come inquesti lunghissimi giorni, ho tanto centellinato i sorsi della vita. Primavivevo le ore tranquille di Tantalo ed ora, oggi, l'oggi eterno che ci hauniti, vivo, senza saziarmi, tutti i sentiti armoniosi dell'amore tanto cari aShelley ed alla George Sand. Ti dissi - in quell'amplesso espansivo - quantotempo ti amavo, ma vorrei dirti anche quanto ti amerò, perché il pane dellamente che sa materializzare tutte le idealità elette dell'esistenza umana, cisarà la guida più esperì a ,pieno di tante abilità, risolutrice di tutti iproblemi nostri, che - e te lo dico con tutta la sincerità di un amico, di unamante di un compagno il nostro unisono bene sarà bello e lungo, godente epieno di tutti i sentimenti, grande e sconfinatamente eterno. Quando ti parlodi eternità - tutto ciò che il cuore ha voluto ed amato è eterno - voglioalludere all'eternità dell'amore. L'amore mai muore. L'amore che ha germogliatolontano dal vizio e dal pregiudizio, è puro e nella sua purezza non si puòcontaminare e l'incontaminato è dell'eternità. Vorrei potermi esprimere semprenel tuo idioma (Fina gli scriveva sempre in Castigliano, n.d.r.) per cantartiogni attimo del tempo la dolce canzone dell'anima mia, farti comprendere ipalpiti che percuote fortemente il cuore, le delicate figurazioni del pensieromio che di te invaghitesi non potrà mai dare il "finis" della suaelegia. Ma d'altra parte - io che credo che il mio amore è da tecontraccambiato con tutta la possanza della tua gioventù ancora in bocciolo,l'ho letto tante volte sulle tue nere pupille - mi contento nel sapere che percomprendere queste linee debbono essere rilette più di una volta da te. Tu nonavrai tempo di scrivermi. Tu devi ancora dedicarti allo studio. Baciami come ioti bacio. Rendimi duplicato il mio bene che ti voglio. Sappi che ti pensosempre, sempre, sempre. Sei l'angelo celestiale che mi accompagna in tutte leore tristi e liete di questa mia vita refrattaria e ribelle. Con te, ora esempre.
Tuo Severino

Severino è Severino di Giovanni,e la lettera è indirizzata ad America Josefina Scarfò detta "Fina",italoargentina di origine calabrese (Buenos Aires 1913-26 agosto 2006). Siamo,appunto, nella Argentina degli anni ’20, tra anarchia, terrorismo, amore edimpegno politico. Qui, la figura romantica di Fina diventa un’icona negliambienti anarchici. Sorella di Paulino ed Alejandro Scarfò, anarchici ecompagni di lotta di Severino, si innamora a 15 anni di quest’ultimo, e necondivide le sorti fino alla fucilazione, avvenuta il 1 febbraio 1931. Lastessa sorte tocca il giorno seguente al fratello Paulino. Restata sola, in unmondo assolutamente nemico, continua a mantenere viva la memoria dei suoi cari, ed avuto notizia, negli anni settanta, che la polizia federale argentina è ancorain possesso delle lettere d'amore che Severino  le aveva scritto, intraprende una lunga lottacon la stessa, al fine di ottenerne la restituzione, che finalmente ottienedurante il governo di Carlos Menem.  Fina  intanto si è laureata in lingua e letteraturaitaliana, ha fatto l'editrice per decenni, prendendosi a 86 anni il diplomauniversitario di "traductora publica" dal francese continuando afrequentare, nonostante l’età, l'università di Buenos Aires. Tutto ciò per adempieregiorno per giorno al monito di Severino che prima di morire le ha raccomandato"Continua a studiare!".
La storia d’amore è stata raccontatada Maria Luisa Magagnoli nel romanzo biografico “Uncaffè molto dolce” [Bollati Boringhieri, 1996]. Il racconto ripercorre letappe della storia d'amore e d'anarchia che nel tempo si è diffusa e propagataa macchia d'olio dall'America Latina in tutto il mondo. L'insegnante DiGiovanni è emigrato da Chieti in Argentina con la moglie Teresa e trefigli, approdando per caso nell'abitazione della famiglia Scarfò, d'originecalabrese - la madre Caterina Romano originaria di Tropea e il padre PietroScarfò di Portigliola - la quale offre ai Di Giovanni, in affitto, parte deipropri locali. Dalla convivenza tra le due famiglie nasce l'amore tra ilgiovane e la quindicenne Josefina America. Le lettere che Severino di tanto intanto fa recapitare alla ragazza contengono parole sublimi di ardore e passioneche però danno un tono sempre rispettoso alla relazione tra i due, incontraddizione con il modus operandi dell'anarchico che predilige, in nomedella sua libertà, le scorribande terroristiche cittadine dispensando dinamitee pallottole in decine e decine di attentati sanguinari. Per potere stareassieme a Severino, e quindi lontano dai suoi, America sposa, d'accordo conl'amante, un certo Silvio Astolfi che dopo la morte di Di Giovanni abbandona,troncando i rapporti con la propria famiglia.
"Come stanno lebegonie?" è il primo punto di domanda che Severino rivolge ad America perrompere il ghiaccio di quella che sarà la loro relazione sentimentale. E' lafrase che col tempo è divenuta "cult" tra i giovani [e meno giovani] argentiniper auspicarsi che l'inizio dell'approccio amoroso vada verso il buon esitosperato. Da tempo è adottata nello scambio degli auguri in occasione dellaFesta di San Valentino. [Per la cronaca, la risposta di Fina è stata "Sonotriste!"].
Arrestato e condannato a morte, aSeverino viene concesso di salutare Fina, anch’essa detenuta, primadell'esecuzione. Lei lo abbraccia, lui la bacia. Le chiede di badare aifigli che egli ha avuto con Teresa, sua moglie. America gli risponde: "Iltuo ricordo mi rimarrà fino alla morte". Lui la guarda con gli occhi pienidi lacrime e le dice:"Oh, Fina, tu sei così giovane!Devi continuare astudiare". Si baciano di nuovo. Fina esce, continua a guardarlo, perquesto inciampa in una grata e Severino le dice: "Stai attenta!".
I principali giornalisti diBuenos Aires assistono alla fucilazione. La miglior cronaca è quella di RobertoArlt che non aggiunge alcun commento da parte sua, si limita a descrivere quel “teatroirrazionale della forza bruta contro le idee. La scarica terminò con il piùbello tra i presenti", come conclude il suo articolo per  il Buenos Aires Herald.
Il giorno seguente cade anchePaulino Scarfò dinanzi al plotone di fucilazione. Sia Severino che Paulino,prima d’esser fucilati, sono stati barbaramente torturati dalla polizia diUriburu. Ma essi non fanno  il nome dinessun compagno. L’ultimo incontro tra Fina ed il fratello è brevissimo. Leinon riesce a dissimulare il proprio dolore nel vedere il suo volto gonfio. Luila trattiene: "Non piangere". Poi, con molto affetto, aggiunge:"Povera ragazza". Le bacia una guancia. Lei lo bacia con forza e glichiede: "Non vuoi vedere la mamma?".  Lui risponde: "No, non vedi comesto?". Gli si vedono tutti i segni delle torture. Poi aggiunge: “Stodesiderando che tutto questo termini una volta per tutte". La bacia. Finalo riabbraccia, si guardano negli occhi, ma non piange. L’agente di custodia  sollecita [possiamo immaginare con qualegarbo]  di farla finita. Fina se ne va,il passo deciso. Sia Severino che Paulino, di fronte all’ordine di far fuoco,  gridano con tutto l’ultimo fiato: "Vival’anarchia!". Accade nel penitenziario di Buenos Aires, e le scariche sonotalmente intense ed accanite da essere udite fino nei giardini del quartiere Palermo.  Nell’arco di 48 ore alla adolescente Fina hanno strappato due suoi grandi affetti. Resta sola, in unmondo assolutamente nemico. Ma combattiva, decisa, pugnace.
Ed innamorata di vita e di amore.

"Carissima, più che con lapenna, il testamento ideale m’è scaturito oggi dal cuore, quando ho parlato conte: le mie cose, i miei ideali. Bacia mio figlio, le mie figlie. Sii felice.Addio, unica dolcezza della mia povera vita. Ti bacio molto. Pensami sempre.
Il tuo Severino".

4.1.12

Per rendersi conto che una strada è errata bisogna prima percorrerla


Un giorno, in un Puerto Escondido qualsiasi, in un certopunto della costa del Messico, sbarca dal suo yacht un giovane americano.
Il giovane viene accolto dalla piccola comunità di pescatoried impiega poche ore per entrare in confidenza con uno di questi; così cominciaa fare qualche domanda.
Oh pescatore”, chiede l’americano, “quanto hai pescato stamattina?
“Mah… poco”, gli risponde il messicano, “giusto quello che serviva alla miafamiglia, più quello che hai mangiato tu, ma il tuo è praticamente saltatosulla barca da sé.”
E perché non hai pescato di più?”,insiste il giovane.
“Ehm… non mi serviva di più”, risponde un po’ stupito il pescatore.
E quando non peschi, nel tempo libero,che fai?
“Beh… faccio la siesta, gioco coi bambini, sto con mia moglie, poi la sera noipescatori ci troviamo tutti là, al bar sulla spiaggia, l’unico che c’è, sai,per qualche birra…”
Senti pescatore, io sono laureato adHarvard e ci ho il Master in Business Administration… questo vuol dire che hodelle ottime idee per te e per il tuo futuro!
“Ah…” risponde il pescatore un pelo insospettito, “e che idee sarebbero?”
Niente guarda, tu devi occupare un po’del tuo tempo libero per pescare un po’ di più, poi il pesce che ti rimane lovendi ai ristoranti, oppure ad un’azienda che poi lo lavora…
“Eh…”, dice il messicano con sguardo stranito, “poi?”
“…poi coi soldi che guadagni dal pescevenduto ti ci compri altre barche per pescare ancora più pesce da rivendere efare ancora più soldi…”, prosegue il giovane businessman, “…con ancora più soldi magari ti apri un tuostabilimento per trattare ed esportare il pesce che peschi e lo fai arrivaresulle tavole di tutto il mondo, bello no?
“Come no”, risponde il pescatore, “ma tutta una roba così grande…, quei soldi…,qui nel paesino, che me ne faccio?”
Ma no, pescatore” lo incalza ildollarista, “ovviamente ti devitrasferire a Città del Messico o a New York, creare una società, assumereamministratori, mantenere le relazioni coi clienti poi, quando ti sarai espansoabbastanza, potrai quotare l’azienda in borsa, vendere le azioni e raggranellaremilioni di dollari. Pensa”, continua il manager ormai in estasifinanziaria, “tra venticinque otrent’anni potresti essere il presidente di una grande holding, vendere pescein tutto il mondo, comprarti ville, auto, terreni.
“Eh… bello… poi?”, chiede il pescatore divertito da tal delirio.
Poi arriverai alla pensione talmentericco che potrai acquistarti una casa in riva al mare e finalmente passare iltempo con tua moglie o a giocare coi tuoi nipoti, riposarti, dormire ed uscirecon gli amici...


Questa semplice storiella chegioca con l’idea contemporanea di lavoro e benessere, in cui per caso mi sonoimbattuto, mi ha ricollegato al [leggibilissimo] libro di Paul Watzlawick cheho appena terminato: “Di Bene In Peggio. Istruzioni per un successo catastrofico” [Feltrinelli]. Quella che il businessmanamericano propone al rilassato pescatore sembra proprio somigliare ad una delleipersoluzioni descritte da Watzlawick, ovvero una di quelle soluzionidefinitive che, tentando di migliorare una situazione, finiscono coltrasformala in catastrofe. Come spiega lui stesso nell’introduzione: “CaroLettore! Esistono soluzioni per le quali non abbiamo ancora trovato unadenominazione appropriata, e che si potrebbero forse chiamare ipersoluzioni. Il termine definisce unmodo di affrontare i problemi che, pur essendo fondato sulle miglioriintenzioni, finisce sempre con l’avere effetti controproducenti, più o meno nelsignificato espresso dal famoso bon motdei medici: “operazione perfettamente riuscita, paziente deceduto.”

22.12.11

Il tacchino di Natale

di Achille Campanile (in "Manuale di conversazione" - Rizzoli 1973)
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Il tacchino va bene per il Natale, 
ma il Natale non va bene per il tacchino. 
(Proverbio inesistente)


"I gesuiti, peropinione generale, introdussero il tacchino in Francia". 
Questa, in termini concisi, direi addirittura secchi, la notizia nuda e crudatramandataci dalla storia. 
Intanto sul fatto che sia opinione generale, ho i miei dubbi. Per conto mio nonho nessuna opinione in proposito. Ho trovato l'asserzione nell'opera "Gliuccelli" di Figuer e per controllarla ho interrogato amici e conoscenti,su chi avrebbe introdotto il tacchino in Francia. Tutti, senza eccezione, sisono dichiarati incompetenti a rispondere. Perfino i cuochi. 
Comunque, diamo per buona la notizia. Da essa balzano anzitutto alcuniinterrogativi: come mai i gesuiti introdussero il tacchino in Francia? cherapporti avevano quei religiosi con questo animale? e come mai, prima d'esserviintrodotto dai gesuiti, il tacchino non era mai entrato sul suolo della nostrasorella latina? Dire per mancanza di passaporto, sarebbe voler scherzare. Comelo sarebbe dire che non vi erano ammessi i tacchini, perché è la terra deiGalli. 
Piuttosto, c'era forse qualche rete protettiva lungo i confini della Francia,appunto per impedire che il tacchino sconfinasse abusivamente? 
In qualunque modo si sia svolta la faccenda, immaginiamo la scena a cui alludela storia. Siamo presso il confine francese. Confine colla Svizzera, collaSpagna, colla Germania o il Belgio? Oppure con l'Italia? 
Questo, la storia non lo dice, ma la differenza conta. Voi capite che, se iltacchino entrò dalla Germania o dal Belgio, forse era accompagnato da fegatograsso tartufato, e quasi certamente da patate e da cavoli. Laddove, se laSpagna fosse stato il luogo di provenienza, il suo corteggio sarebbe stato abase di pomodori o di peperoni. Innaffiato da vino, se proveniente dal Sud odall'Ovest; da birra, se da paesi fiamminghi. 
Dunque, sarebbe importante sapere da dove fu fatto il colpo. 

Escludiamol'Italia, in quanto resterebbe poi da sapere da chi e come il tacchino fossestato introdotto presso di noi. Ci sarebbero gli altri paesi. 
Immaginiamo la Spagna; i Pirenei. Zona di contrabbandieri che ben si adatta aun colpo di mano del genere e da all'impresa un colore romanzesco, uso Carmen.E' notte. Fischia il vento fra quelle gole selvagge. I gesuiti, che si sonoproposti d'introdurre questo animale da cortile in Francia, cercano di farglipassare la frontiera spingendolo con giunchi, stuzzicandolo perché cammini. Iltacchino pettoruto incede e, dietro, la schiera dei religiosi. 
Ora, due sono le ipotesi: l'introduzione del tacchino avvenne palesemente oclandestinamente, visto che si trattava d'un animale ancora ignoto in Francia? 
Nella prima ipotesi bisogna immaginare l'arrivo al posto di frontiera. Idoganieri vedono lo strano animale in compagnia d'una compagnia di gesuiti.Qualcuno ha un piccolo moto di timore. 
"E questo che cos'è ?"
"Il tacchino."
"A che serve ?"
"A farlo arrosto"
"Ohibò!"
"E' ottimo a Natale e a Capodanno."
"Bè, passi, allora."
Nella seconda ipotesi, bisogna immaginare i gesuiti che aspettano il calardella notte e indi s'avventurano a passar la frontiera clandestinamente conl'animale di contrabbando. Quante peripezie, quanti patemi, prima d'arrivare almal passo! E finalmente, zitti!, ci siamo. In punta di piedi i gesuiti, fra legole dei monti, passano in fila indiana, spingendosi avanti il tacchino. Nonera prudente lasciarlo indietro, visto che poteva sperdersi o essere acciuffatoda qualche malintenzionato. Proprio a un passo dalla frontiera la bestiaccia,manco a farlo apposta, si mette a fare: glu glu glu... 
Maledetto. I religiosi cercano di tappargli il becco. Cosa non facile. Ma sì!Quello starnazza. Rimbombano nelle tenebre notturne tre o quattro spari, igendarmi confinari sono in allarme, s'odono di qua, di la, passi concitati nelbuio, grida di "Chi va là ?". I gesuiti, immobili nelle tenebre,trattengono il respiro. Uno s'è ficcato sotto la tonaca il maledetto gallinaceoe gli tiene la testa avvolta nella gonna, perché non s'oda. Il tacchino sidibatte, ma viene trattenuto. Finalmente, torna la calma. Il pericolo èpassato. In punta di piedi, i gesuiti riprendono il cammino, col tacchinoavvolto in panni, a rischio di soffocarlo. 
Sia lodato il cielo, la linea è superata. Siamo in terra di Francia. I gesuitilasciano libero l'animale e proseguono liberi, felici. 

Il tacchino èstato introdotto in suolo francese, nella terra della libertà, dove l'attendela padella. 
Ma forse, tutto questo non è che fantasia. Forse l'introduzione avvenne viamare, più probabilmente, poiché credo che il tacchino provenisse dall'America eche in Europa fosse ancora ignoto. 
Doveva essere il Sei o il Settecento. L'epoca dei galeoni, dei pirati, deitesori nascosti nelle isole disabitate. Allora viaggiare per mare eraun'avventura. 
Quante peripezie nella lunga traversata, durante la quale più voltel'incolumità del gallinaceo dovett'essere messa in pericolo dalle tempeste,dalle sollevazioni di un equipaggio poco docile e soprattutto dalloscarseggiare delle vettovaglie. Per tacere delle occulte e subdole mire delcapitano in persona, desideroso magari d'offrire un pranzetto en tete a tete aqualche bella passeggera avventurosa, uso Manon Lescaut.
Mancavano i viveri a bordo. Equipaggio e passeggeri, deportati e deportate,languivano famelici nelle stive, fra tutte quelle lanterne, fra quelle botti,quei barili, quelle botole, scale, scalette, gambe di legno, e quegl'ingombrid'ogni specie che rendevano oltremodo difficile la circolazione sulle navid'una volta e che, dopo alcuni secoli, dovevano rivelarsi provvidenziali pergli autori dei film di pirateria e filibusteria. 
Il capitano sa che c'è a bordo, chiuso in una gabbia, il misterioso pennuto.Un'occhiata d'intesa al cuoco, quasi certamente cinese. Un lampo di rispostasinistro, nello sguardo di questo. E appena cala la notte, malgrado la presenzaa bordo di alcuni misteriosi personaggi - possibilmente con almeno una gamba dilegno - un'ombra armata di coltello scivola nelle tenebre verso la stiva, sicala nel boccaporto. 
Un attimo d'attesa e subito uno starnazzare d'ali e un gorgoglio disperato,strozzato immediatamente. Il colpo e fatto. Tra poco nella cabina del comandosarà straziante e splendido vedere la salma del tacchino dorata dal forno,stesa immobile supina fra quattro candele, esalante quel profumo appetitoso,sulla tavola del capitano riccamente imbandita. E la bella deportata cederà leproprie grazie in cambio d'una dorata fetta del saporito gallinaceo. Eh, sipotrebbe scrivere un romanzo sulla traversata oceanica del tacchino! Un romanzonel quale converrebbe dare il debito posto anche alle proteste dei gesuiti, ailoro mille sottili artifizi per salvare il pennuto dal coltellaccio dellacucina e portarlo sano e salvo in Francia. 
Dove evidentemente avevano intenzione di fargli fare la stessa fine, altrimentinon si spiegherebbe tutta la loro smania d'introdurlo nel vecchio mondo. 

Ma,ora che ci penso, perché ciò potesse avvenire, come avvenne, occorre chel'episodio della traversata oceanica relativo al pranzo offerto dal capitanoalla bella deportata, a base di tacchino arrosto, si concluda in sensosfavorevole alle mire del capitano stesso, e' che il tacchino, per qualchedrammatico avvenimento che potrebbe dar materia ad un interessante capitolo,sfugga al coltello del cuoco cinese. 
Allora, sorvoliamo su tutto ciò, per arrivare subito alla banchina del porto diLe Havre o di Marsiglia. E una mattina d'inverno nebbiosa e triste. Da qualcheminuto è arrivato il pacchebotto d'oltre oceano e si sta procedendo alleoperazioni di sbarco. Una compagnia di gesuiti s'appresta a scendere lascaletta, tutti stretti l'uno all'altro, come per nascondere qualcosa. Ildoganiere li conta, controllando il registro di bordo:
uno... due... tre... Si, sono tutti, non ne manca e non ne cresce nessuno. 
Avanti. I gesuiti passano. Nel momento cruciale, proprio sotto gli occhi delcontrollore, s'ode un improvviso glu-glu soffocato. 
Che è? Chi è stato? Il doganiere guarda il gruppo con aria sospettosa. Nonconosce ancora il tacchino, non sa che quello è il suo verso. Crede si trattid'uno sberleffo. Fissa severo i religiosi, che passano seri, un poco pallidi. 
L'hanno scampata bella. Ma tutto è bene quel che finisce bene. Orafortunatamente il pericolo è  passato, il tacchino è in Francia, cioè inEuropa, e comincia per lui la sua seconda vita: la fulgida era in cui verràsempre più onorato nell'intiero vecchio mondo, oltre che nel nuovo, a Natale ea Capodanno. 
Certo, dovett'esserci anche un che di gesuitesco, nell'introduzione. Forse essaavvenne mercè qualche sottile accorgimento. Forse si finse d'introdurre altro,magari un semplice gallinaccio, un cappone. Forse si spacciò  il tacchinoper un grosso colombo. O per una delle aquile romane, di ritorno. 
Ma qui mi viene il dubbio che l'eroe della nostra storia sia stato introdottoarrosto. In questo caso ci sarebbe tutto da rifare, circa le scene 
immaginate. Come riuscirono a passare, i gesuiti, con la teglia calda e il suoprofumato contenuto? E dove e come avevano cucinato l'animale, non prima vistoda altri? 
Interrogativi che attendono risposta. Ma l'essenziale è che ora esso c'è e ciresterà. 
E non rimane che fargli quella festa che merita.


8.12.11

La veste dei fantasmi del passato

[Durante la importazione dei vecchi post, ho sbattuto la faccia su questo, che secondo WP è stato quello più letto in assoluto nella storia del fiume. Lo ripropongo perchè ogni tanto tornare sui propri passi non è solo un esercizio o una vanità, ma un sottile senso del sentirsi vivi]
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“Stiamo servendo il numero…sessantaaaaa!”
La voce fredda, robotica, vorrebbe avere parvenza femminile, ma di una donna così se ne farebbe, credo, volentieri a meno. Guardo il mio tagliandino, diciotto numeri più in là, non diciotto persone, come minimo, in fila.
Numeri.
Persone è un concetto che finisce come quel pane indurito nella grattuggia della signora con cappellino similpelle che vuole, appunto, “tre etti di pane grattato”.
Mi guardo in giro, mentre la calcolatrice mentale considera che al ritmo di un numero ogni due minuti diviso tre commesse ecc.ecc.
“Mo valà..pretendi che io ti creda?”La voce è calda, stavolta. Arrabbiata, fino al confine del rauco. Di femminile non c’è solo lei: ci sono i riccioli biondi che spuntano dalla cuffietta con ponpon, c’è il profilo delicato, ci sono questi occhi grandi che la telefonata sta rendendo acquosi.
Se lui la vedesse, anziché rantolare scuse al telefono, non potrebbe non capire e, di conseguenza, fare altro che vergognarsi.
La guardo, la sua altezza, impreziosita da stivali col tacco, mi fa pensare a quanto il concetto di bambolina a volte non sia solo un modo di dire.
“Ed era il caso? Ma allora sei proprio ciordo*”Si, sconosciuta vicina in fila, lo è. Lo è per forza. Perchè il verde dei tuoi occhi è troppo trasparente per nascondere qualcosa, ed in te si legge l’innamorata delusa.“…settantasette…”
Passa il tempo senza accorgertene, quando ti impicci degli affari degli altri. Mentalmente ripasso la quantità di pane da prendere, valutando che la domenica non sarà un raddoppio del solito e che comunque a casa mi aspetterà il solito “potevi, non potevi, tanto c’è, tanto non c’è”. Va bene, va bene lo stesso.
“..io non ti chiamo più, t’arrangi..”Va bene, bambolina, anche se l’istinto mi dice che non sarai sincera fino in fondo verso te stessa.
Raccolgo il mio sacchetto, il profumo mi piace, mi piace proprio, ed il calore che trasuda dalla carta è come minimo piacevole.
Come è piacevole, dopo, vedere gli occhi del ragazzo che presta amorevole cura al nastro grosso con cui la commessa gli sta avvolgendo la scatola di cioccolatini. E quando la penna scrive sul biglietto “alla mia Lei speciale” capisci che è sincero.
E che non puo’ essere che vero.
E che se al sabato mattina verro’ ancora qui a comperare il pane, non è detto che sia solo perchè si risparmia.
*********
*ciordo= termine dialettale per indicare uno stupido.

1.12.11

Campanilismi

Qualche giorno fa, Akio, nel suo diario "A video spento", miniera di letture e riflessioni, ha citato un brano di Achille Campanile, vero e proprio Padre Nobile dell'umorismo e dell'ironia: qualunque libro suo è una fonte inesauribile di attrazione, intelligenza, divertimento.Esiste un sito a lui dedicato, una specie di buona cantina da cui il palato esce sempre soddisfatto ed appagato. Da lì, copio questa pagina dedicata al "famigerato" romanzo "Cuore" di De Amicis, una lettura che rasenta quasi l'horror in generale, e che nella critica di Campanile diventa uno di quei libri da leggere con una mano sola, l'altra essendo impegnata in gesti apotropaici. Buona lettura, quindi: un po' lunghetta, ma vale tutta fino in fondo, non escludendo le virgole.
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Le disgrazie di De Amicis non sono finite. L'ultima gli ècapitata alla TV, dove in un dibattito pare che qualcuno abbia parlato male dilui. Dico pare, perché ho letto lettere di protesta nei giornali. È un fattoche molto alla leggera oggi si stronca tutto quello che è passato.E in «Cuore» è molto facile trovare frasi che, scritte per commuovere, da parecchi annifanno sorridere e magari ridere. Quel mondo è una specie di Cottolengo, in cui i ragazzi sono pallidini e nonridono mai, molti hanno sempre l'aria spaventata, sembrano malatini, o hannogli occhi buoni e tristi; spesso i padri li battono, molti hanno fame ma nonhanno da mangiare, altri sono laceri e malaticci; le privazioni e le busse liintristiscono; qualcuno ha un braccio morto (perfino i bracci, morti!).

Gli uomini hanno una grande e severa barba nera e anch'essi non ridono mai. Lemaestre sono tutte dimagrate, i maestri hanno tutti qualche pelo bianco di piùnella barba; il maestro di quarta è zoppo, il maestro di ginnastica ha unacicatrice sul collo, il direttore della scuola è tutto vestito di nero(giurerei che è in lutto), sempre abbottonato fin sotto il mento (doveva essereallegro, a vedersi).

Quasi tutti sono o sembrano in lutto. Arriva il sovrintendente scolastico : «un signore con la barba bianca, vestito di nero». Anche il fratello di Enricoè malaticcio. Le madri sono quasi tutte malate. Enrico va a trovare un compagnodi scuola e nella stanza trova la di lui madre in un gran letto, malata, con unfazzoletto bianco intorno al capo: visione quasi spaventosa, che ricorderebbeun po' il lupo di Cappuccetto Rosso, se la situazione non fosse tutt'altra. «Li avete presi i due cucchiarini di siroppo?», le dice il figlio.

Il maestro difende uno scolaro dai compagni che lo malmenano: «Avete schernitoun disgraziato, percosso un debole che non si può difendere!»; non so quantola difesa possa far piacere al malmenato. Uno scolaro «si leva sempre ipeluzzi dai panni» (una classe di maniaci?); un altro cammina con le stampelle,essendo stato investito mentre salvava un compagno da investimento. «Anche lamaestra era triste, oggi»; tanto per far cosa nuova.

Nemmeno i personaggi dei racconti mensili si salvano: la piccola vedettalombarda: «Sono un trovatello!» (e poco manca che non aggiunga: «figlio ditrovatello, discendente da un'antica famiglia di trovatelli»).

Il maestro si ammala gravemente e mandano a sostituirlo un maestro vecchio cheè stato insegnante all'Istituto dei ciechi. La maestra di prima superiore, cosìpallida, e tossisce sempre! (Sta a vedere che muore anche lei). All'ex scolaroche, promosso, va in altra aula, dice con tristezza: «Non ti vedrò più nemmenpassare!». E ha anche una punta di sadismo: «Ha voluto rivedere il letto dovemi vide molto malato due anni fa. Lo ha guardato per un pezzo e non potevaparlare». (Ma è guarito! Capirei fosse morto. Sta benissimo, invece).

Enrico annota: «La scuola, senza il maestro dell' anno scorso, non mi par piùbella come prima». Sai quanto gli pareva bella, con l'altro maestro! Fortunache c'è il nuovo maestro, «con la sua voce grossa ma buona! ».

E il padre d'Enrico! Una specie di Barbariccia del «Corriere dei Piccoli»,sempre in agguato, per interloquire, far prediche, pronunziare frasi dal tonoleggermente sinistro. Fin dal primo giorno di scuola. Un ragazzo è investitodall'omnibus; e lui: «Una disgrazia! L'anno comincia male!». Non è soddisfattodel figlio. Gli scrive lunghe lettere: «Ancora non ti vedo andare a scuola conquel viso ridente che vorrei». È una bella pretesa, che il figlio vada ascuola col viso ridente! Va a curiosare fra le carte del ragazzo, glieleriempie con postille e annotazioni; dove il figlio parla della gioia dellaprima nevicata: «Voi festeggiate l'inverno, ma ci son ragazzi che non hanno né panniné scarpe, né fuoco... Pensate alle migliaia di creature a cui l'inverno portala miseria e la morte». E via, via, con un lungo elenco di disgrazie emiserie. Verissime, purtroppo. Ma il ragazzo non può nemmeno gioire per laprima nevicata. Il padre gli procura il magone.

Certe volte la predica non si basa nemmeno su fatti, ma su semplicisupposizioni: «Il tuo compagno Stardi non si lamenta mai del suo maestro, nesono certo...». E via, con una serie di confronti basati sulla supposizioneche Stardi non si lamenti.

Sempre pronto a intervenire. Ferma il figlio che sta per ripulire la spallieradove il muratorino in visita ha lasciato un'impronta di gesso. Potrebbe poispiegare al figlio: «L'ho fatto perché tu non lo mortificassi», e basta.Invece gli scrive una lunga missiva: «Lo sai figliolo, perché non volli cheripulissi il sofà? Perché il lavoro non insudicia, perché, ecc. ecc, icalli..., la vernice..., la calce..., la pozzolana... ». E pensa a tutto.Quando viene in visita il gobbino, segretamente fa scomparire dalla parete ilquadro che rappresenta Rigoletto, il buffone gobbo, perché l'ospite non loveda. S'immischia, va curiosando. Vede un capannello per la strada: «Cos'èstato?»; sempre per trame motivi d'insegnamento al figliolo.

Spia il figlio perfino dalla finestra. E poi gliene scrive lunghe lettere. Nongli da respiro: «Tu hai urtato una donna. Bada meglio a come cammini. La stradaè la casa di tutti. Tutte le volte che incontri un vecchio cadente, un povero,uno storpio con le stampelle... », e via, via, una lunga lista di persone a cuicedere il passo, sicché c'è da pensare che ben difficilmente il ragazzo potràfare un passo avanti, per la strada. E poi una serie d'incombenze cheassorbiranno completamente il tempo della gita e gl'impediranno di arrivaredove che sia, inchiodandolo al punto di partenza: raccogli il bastone alvecchio che l'ha lasciato cadere, sorreggi il debole che attraversa la strada,soccorri il fanciullo in pericolo, aiuta nelle ricerche chi ha smarrito qualchecosa...

La casistica è completa e particolareggiata: se vedi una persona a cui arrivaaddosso una carrozza, se è un bimbo tiralo via, se è un adulto avvertilo; sedue ragazzi rissano, va' a dividerli; se a rissare sono due adulti,allontanati; se passa un arrestato fra gli agenti, pensa che potrebb'essere uninnocente ingiustamente sospettato; se passa una lettiga d'ospedale, pensa checi potrebb'essere un moribondo; se passa un funerale, pensa che potrebb'esserequello di qualche persona a te cara.

E poi istruzioni e raccomandazioni relative ai ciechi, ai muti, ai rachitici,agli orfani, ai fanciulli abbandonati, a coloro che sono affetti da deformitàrepugnanti o ridicole, ecc. ecc; nessun possibile incontro è trascurato, e, perognuno, una particolare norma circa il modo di regolarsi.

E poi sono contemplati tutti i possibili casi che possano occorrere: spegnisempre ogni fiammifero acceso che trovi sui tuoi passi, che potrebbe costar lavita a qualcuno; rispondi a chi domanda la via; non guardare nessuno ridendo,non correre senza bisogno... Tutto è previsto, il ragazzo non avrà tempo peroccuparsi di nessuna faccenda propria, assorbito come sarà in continuazione dapiccole cure umanitarie; sempre occupato a raccattare cartacce, spegnerfiammiferi, sollevare persone sdrucciolate, divider litiganti, puntellarevecchi malfermi.

Un misto fra il giovane esploratore, il vigile stradale volontario, ilnetturbino dilettante, il pompiere d'occasione, la guida, il cicerone,l'interprete. E alla fine, nella lettera: «Rispetta la strada!». Anche lastrada! E poi: «E studiale, le strade! Studia la città dove vivi. Se domanifossi sbalestrato lontano... il ricordo dei luoghi dove movesti i primi passial fianco di tua madre... le vie dove provasti le prime commozioni...». E via,via; per concludere: «E quando la senti ingiuriare {la città), difendila! ».(Sempre a menar le mani!).
Passano i soldati. Predica sui soldati: «Voi dovete voler bene ai soldati,ragazzi. Sono i nostri difensori, quelli che andrebbero a farsi uccidere pernoi...». Giustissimo. Magari ci sono anche quelli che non andrebbero, sepotessero.
Comunque, oggi queste cose fanno ridere. E magari farebbero ridere anche leosservazioni sulla bandiera. Sulla patria. «Retorica! », si dice. E dellabandiera nessuno si ricorda più. E patria diventa un paese straniero, e perfinonemico. Magari si riverisce la bandiera d'un paese estero, e si irride allapropria. In Italia, beninteso. Che quelli di quegli altri paesi, queste cose lefanno fare e addirittura le esigono dagli altri; ma, per conto proprio, allapatria, alla bandiera (loro) credono.
Perfino durante le ore di lezione, il padre di Enrico, che evidentemente non haaltro da fare, continua ad aggirarsi intorno alla scuola. Scrive al figlio: «Aspettando l'uscita, io giro per le strade silenziose, intorno all'edifizio, eporgo l'orecchio alle finestre del pian terreno, chiuse dalle persiane».L'autentico Barbariccia di Tofano e del signor Bonaventura. «Da una finestrasento la voce d'una maestra che dice: "Ah! quel taglio di t! Non va,figliuol mio! Che ne direbbe tuo padre?" ».
Quanto agli svaghi, le uscite con la mamma sono fatte generalmente per portarbiancheria a donnepovere, o a visitar scolaretti malati. Un giorno, gran festa.Scrive il piccolo Enrico nel suo diario: «Oggi ho fatto vacanza, perché nonstavo bene, e mia madre mi ha condotto con sé all'Istituto dei ragazzirachitici, dov'è andata a raccomandare una bambina del portinaio». Da cui sideduce:
a) che la visita all'Istituto dei ragazzi rachitici è considerato dalla bravasignora una specie di ricostituente per bambini che non stanno bene;
b) che la bimba del portinaio del piccolo Enrico è rachitica. È ancora unapennellatina al quadro di zoppi, storpi, ciechi, gobbini, che circonda ilpiccolo e fortunato Enrico.
La maggior festa dell'anno, però, sembra essere il Giorno dei Morti. È l'unicaa cui è dedicato un capitolo, sotto forma di lettera della madre. Natale,Capodanno, passano sotto silenzio. Un po' di spazio è dedicato al Carnevale, maper farne racconto di disgrazie e oggetto di amare riflessioni. Del resto,questo è nel gusto del tempo. Ricordate il sonetto di Stecchetti: « Quando,lettrice mia, quando vedrai / impazzar per le strade il Carnevale, / oh, nonscordarti, non scordarti mai, / che c'è gente che muore all'ospedale». Unaspecie di promemoria: uno vede impazzar per le strade il Carnevale e dice: «Ah,c'è gente che muore all'ospedale». Il degente all'ospedale vede attraverso ivetri della finestra impazzar per le strade il Carnevale, e pensa: «Meno male!C'è gente che si ricorda di noi».
Come se non bastasse il padre, anche la madre scrive lettere al piccolo Enrico.Una sui ragazzi rachitici; un'altra sul giorno dei morti.
Eppure, da tutto questo brulichio di storpietti, gobbini, zoppi, infelici,ciechi; da tutte queste prediche, viene fuori un mondo che tocca il cuore. Chi,ragazzo, non ha pianto per qualcuna di queste pagine, per qualcuno di questipersonaggi? Un mondo intriso di lagrime, dove il sole quasi non brilla mai. Madove risplendono le idee di bontà, pietà, patria, bandiera nazionale, padre,madre, fratelli, scuola, maestri.
Oggi tutto è calpestato, irriso, contestato, come si dice. Non c'è più nessunGarrone, nessun Derossi, nessun piccolo patriota padovano, nessun Coretti,nessuna piccola vedetta lombarda, nessun piccolo scrivano fiorentino; o nessunoaspira ad esserlo. Si cercherebbero invano tipi come il tamburino sardo,l'infermiere di Tata, come il protagonista di «Dagli Appennini alle Ande». Omagari ce ne sono, ma pare che facciano ridere.
Oggi, di tutto quel mondo ingenuo, se volete, perfino buffo, in certi aspetti,pare che conti soltanto e sia apprezzato soltanto il tipo Franti. Ricordate ilpersonaggio Franti? «Franti, tu uccidi tua madre!», gli dice il maestro. «Equell'infame sorrise!». Oggi pare che sia apprezzato soltanto chi uccide, ovorrebbe uccidere, sua madre, suo padre, i fratelli, gl'insegnanti, la scuola,i vecchi, la patria.

                                                                   ACHILLE CAMPANILE