30.8.07

Rotola, rotola...





Cronaca. L’autopsia sulla mummia di Similaun ha accertato che l’uomo è morto durante un concerto dei Rolling Stones” (Daniele Luttazzi)
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Come raccontare cosa sono stati i Rolling Stones? Quelli veri, non quei sessantenni un po’ incartapecoriti che vanno in giro da vent’anni in qua a raccogliere fondi per se stessi, senza più un’invenzione musicale né uno straccio di cose da dire?
Eppure non si può far finta di nulla, non si può non riconoscere che siano stati protagonisti e registi della trasformazione della morale e dei costumi di una intera generazione; gli studiosi di sociologia ne parlano come di capobanda di una cospirazione internazionale di «sballati» rock and roll, destinata ad insidiare la civiltà occidentale con droga, musica, sesso libero, satanismo e violenza. Sulla stampa sono innumerevoli le accuse di ogni genere: persino un giornale anni luce lontano dalla musica giovanile, l’ “Osservatore Romano”, ha parlato di loro, indicandoli come “lo strumento di Satana per rapire l’anima dei giovani”.
Fatte le debite eccezioni, non si può non pensare che una vicenda leggendaria come la loro presupponga, in un certo senso, la complicità. Per usar le parole di Mick Jagger, il «pifferaio magico» della rivoluzione: «Tutte le storie che si sono raccontate sul mio potere carismatico, su Jagger il perversore... ci siamo trovati in tanti sulle stesse posizioni, non è forse stato così?».
Gli Stones sono stati i primi a creare un certo «modo di vita giovanile» radicalmente nuovo, prendendo gli elementi repressi dalla società ed esprimendone la confusione e la frustrazione in maniera bizzarra. Le loro canzoni, le loro «recite» sulla scena sono finalizzate al progetto di una nuova società nella società.
I Beatles sono stati gli iniziatori di tutto ciò, e gli Stones sono da considerare il catalizzatore e l’amplificatore del discorso, conducendolo alla sua logica conclusione; e se, da un lato, il loro effetto è stato meno universale di quello dei Beatles, ai quali sono stati da sempre contrapposti in quelle guerre di religione che servono, in realtà, solo ad autocastrarsi sulla via della conoscenza –in realtà erano amicissimi- , d’altro canto si deve loro riconoscere una maggior insidiosità, se è vero che per la collettività è più difficile assorbire certe posizioni antisociali. Gli Stones si sono sempre compiaciuti del ruolo di «fuorilegge» loro assegnato, anche quando ciò ha significato il bando delle canzoni, la censura di certe copertine (quella di “Beggar’s Banquet”, ad esempio, con i celebri graffiti sul cesso), addirittura l’intervento dei tribunali. Chi ha visto il film “Ufficiale e gentiluomo” (ma qualcuno NON l’ha visto?) ricorda che il rigido istruttore apostrofa i cadetti con l’accusa infamante, tra le altre su omosessualità e smidollaggine, di aver passato la vita “ad ascoltare musica dei Rolling”: un marchio di infamia, appunto.
Ed «effetti collaterali» di segno opposto rispetto alle intenzioni: quando nelle scuole inglesi fu sancita l’espulsione degli studenti che avessero introdotto nelle scuole “dischi, canzoni, abbigliamento o taglio di capelli dei Rolling, o ad essi riconducibili” il risultato fu quello di diffonderne ancor più facilmente idee, canzoni, usi e costumi tra la popolazione studentesca.
Quell’arroganza da «sbandati», più volte sfoggiata, li aveva resi gli aristocratici della nuova morale. «Non siamo gente vecchia » affermò sdegnosamente Keith Richard davanti alla Corte, quando gli fu domandato se c’era davvero una ragazza nuda al «festino con droga» per il quale era stato convocato in giudizio «e non abbiamo nulla a che fare con la vostra gretta morale illegittima.» Un discorso così, nel 1967…per capire tempi e costumi, sullo stesso quotidiano si trovava la notizia, in Italia, di un tale Pasquale Loconte condannato a due anni di reclusione per aver bestemmiato sul tram a Milano.
«Combattenti di strada» per una nuova sensibilità, gli Stones si sono da subito staccati con la loro «cultura non ufficiale» dalle convenzioni, dalla morale tradizionale, liberando il drago nascosto della sessualità latente nel rock and blues. Quando i gruppi britannici scoprirono bluesmen come Howlin’ Wolf e Muddy Waters, per ragioni sociali ed emotive trovarono facile identificarsi completamente con loro, rendendo esplicito ciò che nella musica nera era solo sottinteso. Non oppressi a livello sociale e razziale come invece accadeva ai musicisti di colore, i proletari inglesi seppero prendere gli elementi di violenza e di sesso di quegli stili, usandoli sino a farli diventare una forza socialmente efficace. Il R & B era sempre stato considerato eretico presso l’ambiente musicale inglese, che aveva favorito il jazz, specie quello tradizionale, e proprio quell’atteggiamento bigotto diede lo spunto agli Stones per riunirsi per la prima esibizione ufficiale, al Marquee Club, nei primi mesi del 1963.
Il complesso, che ancora non portava la celebre insegna e tra i componenti non annoverava Charlie Watts, esisteva dall’estate del 1962. Mick, Keith e Brian Jones costituivano il nucleo originario, formatosi alla fine del 1961. Brian, nella sua veste di unico «professionista» dei tre (aveva suonato con qualche gruppo) divenne il primo capo del complesso. Keith era un amante del rock nella sua accezione più dura, oltre che un grafico di talento. Mick, che veniva dalla stessa cittadina, Dartford, luogo celebre per una rivolta contadina del 1306, alternava seri studi alla London School of Economics ad esibizioni vocali con la Blues Incorporated di Alexis Korner, il pioniere dei musicisti r & b d’Oltremanica. Charlie e Bill Wyman, che fornivano la scatenata sezione ritmica, avevano cominciato con il jazz ma dopo aver conosciuto Alexis Korner si erano anch’essi appassionati al R & B. Nel febbraio del 1963, gli Stones cominciano ad uscire allo scoperto, diventando il complesso permanente del Crawdaddy Club, il celebre locale presso lo Station Hotel di Richmond, e creando il primo seguito di fanatici ammiratori. In maggio i cinque incisero all’Olympic i primi due singoli: “Come On”, pubblicato in giugno, e “I Wanna Be Your Man”, una canzone dei Beatles, appunto, entrambi su etichetta Decca. In autunno, il complesso si esibisce nella prima tournée inglese. con Bo Diddley e gli Everly Brothers.
Con i primi mesi dei 1964, il gruppo entra nelle classifiche inglesi con il singolo (che sul retro porta la prima delle tante, incredibili canzoni d’atmosfera del gruppo, “Stoned”), con “Not Fade Away/Little By Little” e con un extended play contenente “Poison Ivy”, “Bye Bye Johnny”, “Money” e “Not Fade Away”. Con l’aiuto del loro manager, Andrew Oldham, personaggio importantissimo ai fini della loro vicenda, re dello sfruttamento pubblicitario del nuovo fenomeno, i cinque si fanno conoscere come “il gruppo che i genitori amano odiare”. La Federazione Nazionale degli Acconciatori del Regno Unito si offre di tagliar loro le chiome, la polizia usa cani lupo ai loro concerti, mentre le ragazze si lanciano dalle balaustre e le bottiglie toccate da Mick vengono venerate come oggetti sacri. Un giro su eBay dimostra, ancora oggi, a che punto arrivi la febbre dei collezionisti.
Per un po’, gli Stones rimangono un gruppo “di nicchia”, adorato e spinto da una sparuta pattuglia di fanatici ammiratori; poi, nell’estate del 1965, si affermano quasi di colpo con “Satisfaction”, la più classica delle canzoni rock. Introdotto da un minaccioso «giro» di chitarra distorta di Keith Richard e cantato con insinuante, calcolata lentezza da Jagger, il suono «a combustione lenta» del brano riassume con linguaggio emotivo le frustrazioni degli anni ‘60. Satisfaction è una ironica, amara miscela di blues, R & B e rock, costruita secondo la formula a cui gli Stones lavoravano sin dal 1962. La fiera sintesi avrebbe brillato poi come pietra di paragone nel repertorio del gruppo. Durante lo stesso anno uscì “Out of Our Heads”, album registrato ai leggendari Chess Studios di Chicago. Quel fremente stile R & B «bianco» costituì il culmine della prima parte della carriera degli Stones. Nessun complesso bianco aveva mai saputo interpretare meglio quella musica. Benché altri cantanti inglesi di blues, come Eric Burdon o Stevie Winwood, potessero vantare voci più vicine a quelle dei modelli di colore, lo stile nasale di Jagger era più emotivo; Mick non si limitava alla semplice ricopiatura ma sapeva conferire alla musica un tocco personale, originale. Il tutto accompagnato da esibizioni live memorabili, con Mick ora sguaiato ed ora pio, ora macho duro e puro ora puttanella, il tutto condito da mosse feline e smaccatamente erotiche.
Nei primi album l’ossessione R & B degli Stones crea qualche problema in sede compositiva; per anni, Jagger e Richard si sono limitati per lo più a strane reinvenzioni di blues e soul, scrivendo canzoni come “Little By Little”, “Heart Of Stone” e “The Last Time”.
Solo con “Aftermath”, quarto album pubblicato negli Stati Uniti (contemporaneamente a “Revolution” dei Beatles, e non a caso), gli Stones possono presentare al pubblico un LP interamente composto da brani originali. Nelle prime composizioni, i testi erano semplici e ripetitivi, la musica volutamente non originale, ma con questo album ed il successivo “Between The Buttoms” gli Stones entrano nella stagione di più accesa fantasia. Accanto a canzoni che lacerano a sangue il cuore delle loro fans, una per tutte “As tears go by”, che Jagger inciderà anche in italiano col titolo “Con le mie lacrime”, arrivano inni immortali e nichilisti (“Paint it black”, “Have you seen your mother”), esaltazioni di compagnie più allucinogene che allucinanti (“Lady Jane”). Sposando l’ambiguità verbale di Dylan e la tematica sociale dei Kinks, le canzoni assumono toni surreali, illustrando una bizzarra galleria di personaggi: puttane nevrotiche, alienati suburbani, diseredati dei quartieri bassi. Così facendo, il complesso rivela una certa propensione ad esaminare precisamente i rapporti più confusi, le turbe emozionali, plasmando in forma artistica arroganza ed egocentrismo. “Under My Thumb”, ad esempio, è canzone così depravata che si giustifica per il proprio stesso scandalo.
Sul finire deI 1966, Mick e Marianne Faithfull incarnano la «nuova coppia» ideale, ovviamente salgono alla ribalta scandalizzando i benpensanti rivelando, ad esempio, un uso molto intimo delle barrette di cioccolato, mentre gli Stones sostituiscono rapidamente i Beatles come modelli della nuova generazione, tanto che Mick è costretto, in una famosa intervista alla Tv inglese, ad avvertire i fiduciosi seguaci: «Le linee attorno ai miei occhi sono protette dal copyright». D’altro canto, il complesso comincia a diventare un bersaglio. Gli Stones sono una miccia accesa, un modello di vita radicalmente nuovo e che fa paura. Un mese dopo la stampa di “Let’s Spend The Night Together”, nel gennaio del 1966, Keith e Mick sono arrestati per possesso di droga, benché mancasse la pur minima prova a loro carico, e a giugno vengono condannati rispettivamente a un anno e a tre mesi di carcere. La stampa però, ed in particolare il “Times”, li difende a spada tratta e al principio dell’estate i due vengono rilasciati. Invece di abbassare il capo e fare atto di contrizione e pentimento, pubblicano la sarcastica “We Love You”, che inizia con il suono di una porta di prigione che sbatte, e a dicembre mettono in circolazione il futuristico album “Their Satanic Majesties”, pieno di droga sino al midollo. L’album, uno degli ultimi dell’età psichedelica, è considerato da molti il più prestigioso e barocco dei loro sforzi.
Contemporaneamente agli altri nomi della Santissima Trinità della controcultura giovanile, come si diceva all’epoca, cioè Dylan e Beatles, gli Stones sospendono le esibizioni tra il 1966 e il 1969. Periodo più che buio; per Brian, in particolare, sono mesi fatali. Già minato dalla tensione del continuo girovagare, l’uomo si lascia scivolare lentamente verso la morte. Entra più volte in ospedale per una forma di esaurimento nervoso; dopo un primo arresto per possesso di droga, nell’ottobre del 1967, la polizia comincia a perseguitarlo impietosamente, «come un cane che sente odor di sangue », per usare le parole di Keith. Tanta violenza e brutalità trasformano ben presto il ragazzone gallese di un tempo in uno «spettro iridescente» -sempre parole di Keith-, reso visibile dalle droghe che lo sostengono. Quando gli Stones decidono di riprendere i concerti, nel 1969, Brian non è neppure in grado di muoversi. Il 9 giugno abbandona ufficialmente il gruppo, sostituito da Mick Taylor, già chitarrista dei Bluesbreakers di John Mayall. Neanche un mese dopo viene rinvenuto il suo cadavere. Ufficialmente è morto per annegamento, nella piscina della sua villa.
Con Brian se ne va una parte degli Stones e si perde una dimensione dello stile del gruppo, la complessità e la diversità di Brian — il suo sitar demoniaco in “Paint It Black”, il dulcimer in “Lady Jane”, il flauto in “Ruby Tuesday” — avevano conferito inflessioni strane allo stile elementare del complesso, creando tensione dialettica. Così Jagger, l’unico altro «interprete» del complesso, si trova incontrastato padrone, minando, con il proprio potere, la forza collettiva del gruppo. Lo stesso fatto che il logo ufficiale del gruppo diventi la bocca stilizzata di Mick, una delle dieci icone più famose a livello planetario nel fatidico 1970, la dice lunga.
Dopo “Satanic Majesties”, grazie a un disco non meno «artificiale», gli Stones riguadagnano i favori del pubblico, con le evoluzioni acustiche di “Beggar’s Banquet”; i mitici «prodotti di casa Jagger» conoscono nuova vita, ora ricchi d’ironia e di particolari eccitanti. Nel Banchetto fantastico, l’apparizione più straordinaria è quella di Lucifero in persona, in “Sympathy For The Devil”, un canto di vittoria per le forze del male. Con “Jumpin’ Jack Flash”, storia fantastica della loro vicenda come artisti blues, gli Stones ridefiniscono il proprio mondo interiore, in continua espansione; nel brano viene spremuto il succo dei vecchi amori musicali, Chuck Berry, Bo Diddley, Howlin’ Wolf. “Beggar's Banquet” inaugura la stagione più felice del gruppo, dal 1968 al 1972 le pietre rotolanti creano le radici di qualsiasi ramo del rock moderno. Già detto delle canzoni di Beggars, su “Let it Bleed” troviamo la riuscitissima psichedelia rock di "Gimme Shelter" (seconda nel genere solo a "Paint it Black") e soprattutto "You can't always get what you want", la ballata-rock per eccellenza, lo stampo perfetto per altre centomila canzoni che mai riusciranno ad eguagliarne la bellezza.
Del 1971 è “Sticky Fingers”, altra perfetta raccolta di capolavori. "Brown Sugar" è Rolling-sound allo stato puro, "Wild Horses" una ballata storica, "Dead Flowers" un misconosciuto gioiellino su cui ha fatto radici tutto il british-rock anni 80.
Per gli Stones, l’America è sempre stato un Paese esotico e violento, fantasticato con le potenti immagini del R & B. Ma nel 1969, dopo Charlie Manson e l’omicidio che macchia il loro concerto di Altamont, le agghiaccianti visioni raccolte in “Let It Bleed”, quelle di “Midnight Rambier” e “Gimme Shelter” diventano pericolosamente reali. Ed altre, durissime polemiche all’uscita di “Goat’s head soup”, la zuppa di testa di capra, altro simbolo demoniaco. E’ il 1972, a nulla serve la dolcezza di “Angie” quando alcune sette sataniche, al momento dell’arresto, stanno appunto degustando tale pietanza. Quest’album ed il successivo “It's Only Rock and Roll” appaiono una fotocopia, pur se leggermente sbiadita, di quanto era stato fatto nel quinquennio d'oro; ma la forza trainante degli Stones è l’equilibrio delle diverse forze, che crea l’impatto emotivo della loro musica. Il gioco degli acuti chitarristici di Keith Richard, striduli come la voce dell’elettricità, si bilancia come una lama incandescente sull’implacabile, solida sezione ritmica di Charlie Watts e Bill Wyman; Mick Jagger, dal canto suo, muove in avanscoperta con la voce dalle molte allusioni sessuali. Tanta grazia permette al gruppo di riannodare senza fatica i fili con le proprie origini, senza ricorrere alla nostalgia. Così, semplicemente, con assoluta naturalezza, può valere il fondamentale assunto: “È solo rock and roll ma è proprio ciò che voglio”.
Mick Taylor non regge il ritmo di vita e lascia il posto a Ron Wood, meno bravo ma più in linea con l'immagine del gruppo. L'importanza dei Rolling Stones non è comunque esaurita: “Black and Blue” è una rivoluzionaria miscela di rock, funky, jazz e ritmi latini, ma viene sarcasticamente inserito da Billboard nelle classifiche della discomusic, insieme a Barry White & co.. Risultati non particolarmente esaltanti, accuse di “imborghesimento” , ma ancora una volta battistrada a una nuova ondata di ritmi e sonorità fino ad allora sconosciute al grande pubblico, come il reggae di Bob Marley e Peter Tosh (che si faceva produrre proprio da Mick Jagger). Con “Some Girls” si ritorna al buon vecchio rock di sempre, mentre “Emotional Rescue” raschia senza successo il fondo del bidone di una ispirazione di nuovo arenata. L'ultimo fuoco sarà “Tattoo You”, buono ma non eccezionale.
Seguono anni di appagamento musicale, un seguire le mode, anziché imporle. Il resto della storia è pura routine, con lavori scialbi come “Undercover” o “Steel Wheels” ed episodi divertenti ma inutili come “Dirty Work”. L'ultimo capitolo è del 1994, ma anche “Voodoo Lunge” non è altro che un riuscito esercizio di stile.
Per definire cosa siano stati musicalmente “quei” Rolling Stones è sufficiente citare quello che scrive Lanny Kaye nella sua “Storia del rock”:
Il potere dei geroglifici sonori degli Stones, dei loro ipnotici atteggiamenti — le pose sataniche, l’edonismo pansessuale, la droga assurta a feticcio, la delinquenza come prassi politica — deriva dal fatto che tutto ciò è materia distillata dalle menti dei principi delle tenebre rock; sono mostri mentali vivi da sempre, svegliati dai sotterranei più fondi della geologia sonora. Le canzoni hanno tanto rilievo reale perché gli Stones, fuor d’ogni causa ed effetto, riescono ad incarnarle sino in fondo, creando così il più evidente e convincente teatro musicale del sesso. Nella commedia, Mick è uno scandaloso ventriloquo da music hall, capace di ogni volto; alla sua interpretazione, la micidiale chitarra di Keith Richard conferisce potere ed intensità. Così Jagger riesce a dar vita corporea alle creature della sua fantasia, mostri dai mille lustrini, pavoneggiandosi, regalandosi agli altri con furia narcisistica, come se le febbri dell’elettricità lo spingono a specchiarsi in ogni volto del pubblico. E noi, in comunione assoluta con l’uomo, scopriamo per il tramite degli Stones le nostre recondite potenzialità.”

Certo, vederli oggi, caricature di se stessi, sarebbe difficile crederlo: ma è il destino dei miti sopravvissuti nonostante tutto e, soprattutto, a se stessi.

8.8.07

33 1/3



“L'uccello lotta per uscire dall'uovo. L'uovo è il mondo. Chi vuole nascere deve distruggere un mondo. L'uccello vola a Dio. Il Dio si chiama Abraxas.”
(Herman Hesse – “Damien”)

Sabato pomeriggio di spesa, solita iper, si spera meno affollata del solito. Già che ci siamo, un’occhiata in cerca di cd vergini al miglior prezzo possibile, avendo passato le ferie a casa, trovando finalmente il tempo per passare su pc un po’ di quelle cassette che ormai si possono ascoltare solo agli arresti domiciliari e se la piastra, come si chiamava in hifistereofonese, non tradisce.
Buttando l’occhio alle offerte, un tuffo nel cestone, dove, secondo la filosofia dei Peanuts “capisci di stare invecchiando” se “ci trovi la tua musica preferita”.Chissà, magari salta fuori qualcosa di buono, davvero.
Eccolo.
Il secondo album di Carlos Santana e della band che da lui prese il nome.
Abraxas.
Quanto ti piace. Quante volte ti ha accompagnato negli anni, quel padellone in vinile mai abbastanza amato.
Inevitabile, ricomprarlo su cd. Un reato di lesa maestà, non farlo.
O di omissione di soccorso verso un’anima che reclama calore musicale.
Per motivi anagrafici, l’hai conosciuto più tardi, rispetto a quel 1970 in cui è uscito, un anno dopo che il giovane chitarrista ha mandato in visibilio il pubblico di Woodstock con una esibizione sufficiente a farlo entrare nella storia. “Rock latino”, fu definito: comoda etichetta per entrare in una strada asfaltata di profondo misticismo, blues, jazz, ritmi calienti sudamericani, trascinanti percussioni dal denso sapore tribale, una fusione di stili e ritmi verso i quali potevi solo arrenderti e lasciarti andare.Già dalla copertina, con una Venere Nera che stringe tra le cosce una colomba bianca, trionfante in un cromatismo violento e delicato, colori di una diapositiva saturata all’inverosimile.Gregg Rolie, tastiere e (che) voce principale, David Brown al basso, Michael Shrieve alla batteria, Mike Carabello e Josè Areas alle varie percussioni: e lui, Carlos Santana che imperversa con la sua chitarra ammiccante come una proposta, libera come un grido, suadente come un piacere, avvolgente come un amplesso, travolgente come un orgasmo.Santana, quindi: che, a differenza di altri grandi chitarristi del rock (e dell’epoca), non domina solitario la scena, non punta su di sé il riflettore del despota di ogni discorso musicale, ma si fonde con il tessuto ritmico fornito dalle percussioni e dialoga in assoluta parità con basso, batteria e tastiere.E non è un caso che la firma dei brani di questo disco, quando non si tratti di cover, sia per lo più degli altri membri della band.
Abraxas, nella versione originale, contiene 9 brani in 37 fulminanti minuti di una delle più geniali ramificazioni del rock.“Singing winds, crying beasts” di Mike Carabello, è come camminare a piedi nudi sul marmo sempre più scaldato dal sole, accompagnati dal crescente e virtuoso suono delle congas; “Black magic woman/Gypsy queen”, rielaborazione di due motivi per un solo, fantastico impasto di blues e dintorni, preparato in separate sedi dai Fleetwood Mac e Gabor Szabo, che ti scuote come una raffica di vento prima di un temporale; “Oye como va” di Tito Puente, uno dei “mambo kings” che hanno dominato sul regno degli anni 50, e che ti agita involontariamente i piedi; “Incident at Neshabur”, cinque minuti di pura poesia della mescolanza, dove i suoni non ti arrivano addosso, ma ti compenetrano.
Ed il temporale arriva, poi, sui ritmi indemoniati di “Se a cabo”, del rock quasi duro di “Mother’s Daughter” (scritta da Gregg Rolie), con la migliore sezione vocale del disco, trascinante e grintosa nell’intrecciarsi di chitarra e basso; ad asciugare e riscaldare, dopo la tempesta, arriva "Samba Pa Ti" (l’unica firmata da Santana), costituita praticamente da un assolo di chitarra, morbido ed evocativo; una specie di fiaba narrata da una voce rassicurante, una voce solista, molto umana pur non essendo umana, che ha fatto innamorare tutta una generazione. Una corda (non) vocale che impone di fare silenzio. E, come accadeva (agli altri…) nelle feste dell’epoca, in quel silenzio ci stava di tutto (alla fantasia, alla libera interpretazioni, o ai ricordi, è affidata la spiegazione di questo “tutto”).
Poi, “Hope You’re Feeling Better”, sempre firmata Rolie: esplosiva miscela della chitarra di Santana con la tastiera e la voce di Rolie stesso: un brano possente senza eccessi, con un inizio strepitoso e una parte chitarristica di riferimento assoluto. Come mettere la testa sotto un phon virulento e potente, di cui non trovi l’interruttore.
Chiude “El Nicoya”: un sentimento invadente che conclude idealmente il racconto, una corrispondenza di amorosi ritmi e voci in un frammento che spicca il volo verso l’eternità.
Verso quel dio che si chiama Abraxas.

26.7.07

Un angelo caduto in volo



Per mia indole sono, musicalmente parlando, un libertario.
Non ho mai imposto a nessuno di comperare nulla, meno che mai dischi. Non ho mai sopportato quelli che "Tu devi avere /non puoi non comperare/come si fa a non …". Tranne rare eccezioni: per dire, Beatles e Rolling Stones, Battisti e Pink Floyd. E non ho mai imposto nulla, non ho mai usato aggettivi come "imperdibile", "essenziale", "indispensabile". Stavolta pero’ devo fare un’eccezione. Se trovate un qualunque cd tra quelli citati nelle prossime righe, ritenetelo un acquisto essenziale come il pane. Il 25 novembre di trent’anni fa se n’è andato un angelo. L’ angelo caduto in volo si chiama Nick Drake. Anche fisicamente, la versione destinata al paradiso di quell’essere che, nella versione per gli inferi, assumeva le sembianze di Jim Morrison. Devo mettere in guardia, dato che molti di noi, a giudicare quello che so legge in giro, temoamo l’intensità, il ritrovarsi clamorosamente nudi sotto le maschere quotidiane, la paura di affogare nelle profondità dell’anima: ascoltarlo può voler dire trovarsi di fronte a paesaggi così vasti da scatenare un attacco di panico, od ascoltare accordi più caldi del primo caffè del mattino. Come De Andrè, Battisti, Lennon, Mitchell, Buckley padre e figlio, Drake ha quel qualcosa nella voce che ti porta a piegare la testa, a chiudere gli occhi nel tentativo di scoprire se sia il soffio sottile emesso assieme alle sue note ad aprirci il petto, o solo una malinconia, che come la neve non fa rumore, per qualcosa che non ti sai spiegare bene. Scoprire la sua musica è come trovare un nuovo modo di percepire la realtà davanti alle mille prevedibilità che ci circondano. Ci vuole coraggio per affrontare questo tipo di viaggio.
Un coraggio che però ripaga oltre ogni previsione.
Nick Drake nasce il 19 giugno del 1948, e, dato che niente succede per caso, sua madre Molly scrive e canta canzoni per hobby. Esiste uno splendido documentario biografico, voluto e prodotto con insospettabile sensibilità da Brad Pitt, nel quale mamma Molly suona e canta una canzone (una registrazione trovata da Gabriella, la sorella di Nick, per i seguaci del gossip diremo che era un’ attrice – è la ragazza dai capelli violacei nei telefilm "Spazio 1999") e a quel punto tutto diventa sin troppo chiaro. Introvabile, purtroppo: ogni tanto passa su qualche tv satellitare specializzata, chissà se, nell’occasione dell’anniversario, qualcuno non decida di accontentare qualche migliaio di irriducibili e pubblicarla su dvd. Viveva, giunto all’età di due anni dalla Birmania, a Tamworth-in-Arden, vicino a Coventry. Paesaggio collinare, aperto e sostanzialmente bucolico, il che, negli artisti sensibili, influenza sempre la produzione. Ragazzo timido e introverso, innamorato dei poeti del simbolismo francese. E continuerà a vivere lì, lontano dalla mondanità: leggenda vuole che si recasse in treno a Londra solo per incidere gli album o comperare libri, viaggiando in classe economica. Il 25 novembre del 1974 la madre Molly lo trova morto nel suo letto. L’autopsia parla di avvelenamento da dose eccessiva di antidepressivi, ma non si saprà mai se ingoiati con volontà suicida, o solo quella di chi sta cercando di sedare una stato d’animo troppo lontano dalla tranquillità. Nick Drake aveva sino ad allora realizzato tre album: Five Leaves Left (1970), Bryter Layter (1970) e Pink Moon (1972). Con scarso successo di vendite, il che ha forse contribuito ad amplificare una forma depressiva, probabilmente in atto da tempo. Nelle sue canzoni, in primo piano troviamo quasi sempre solo la voce e la chitarra acustica, anche se non mancano arrangiamenti di archi e ospiti eccellenti come Richard Thompson, Danny Thompson e John Cale. Ascoltare la grazia con cui vengono pronunciate le parole "I saw it written and I saw it say/Pink moon is on its way/And none of you stand so tall", con cui inizia "Pink Moon", lascia irrimediabilmente incantati. Quella voce quieta, flebile, sussurrata, accompagnata dal suono nitido della chitarra acustica e da pochi altri strumenti, e queste canzoni dolci e strabilianti, autentiche perle ricche di malinconia e suggestioni, aprono un mondo del tutto nuovo. Pezzi che racchiudono sentimenti profondi e la voce di un uomo. Questa è la semplice ragione per cui risultano così toccanti, perché contengono la vita, le paure, le gioie, le speranze e la poesia di Nick Drake. Ci sono artisti che descrivono la realtà, altri che la trasformano, altri ancora che la ignorano. Nick Drake ci passa attraverso per raccontarla servendosi di risvolti mai visti, che solo la magia della musica può svelare. Forse è la dolcezza immensa che la malinconia sprigiona a rendere così forte l’approccio alla sua opera. È l’arte del descrivere le emozioni attraverso simboli, che sono fatti di mare, di fiumi, di prati, di alberi e di stagioni. Una natura che vibra per ciò che lascia ogni minuto dietro di se, sapendo che niente ritorna. È il riflesso dell’anima, un’anima aperta e disponibile a farsi toccare dall’essenza pallida delle cose. È la bellezza che non nasconde i suoi lati più crudi. È profondità, la sua arte, in cui non c’è differenza tra voce e suoni: è la fotografia che lo ritrae mentre guarda fuori dalla finestra della sua stanza, in un momento felice. Un poeta, una voce di dentro, un vento in apparenza gelido che, una volta passato dalle fessure dell’anima, in realtà è capace di scaldare più di un maglione pesante, anche se questo può comportare il prezzo della nudità di cui parlavo all’inizio. Un lungo, meraviglioso viaggio, dove l’occhio fuori dal finestrino è rapido nel cogliere l’occasione di raccogliere frutti e fiori dai colori intensi e dai profumi inebrianti. Canzoni come battello ebbro su e giù per le vene. Dopo la sua morte, i dischi sono rimasti in catalogo, nelle serie economiche; nel 1986 esce una raccolta di brani inediti e demo delle canzoni contenute negli album sopra citati, Time Of No Reply; nel giugno 2004 una raccolta con un inedito e riarrangiamenti, Made to love magic. Qualunque cosa troviate, compratela, senza indugi o reticenze.Una medicina per le ferite, un sorriso che si diluirà nelle pieghe dell'anima. Ogni suo album è l'espressione della grazia, della fragilità, delle emozioni, quelle che poche persone sanno percepire, perché richiedono ascolto e partecipazione. Se siete disposti ad ascoltare, Nick saprà parlarvi con la sua musica e le sue parole.

"When I was younger, younger than before
I never saw the truth hanging from the door
And now I'm older
see it face to face
And now I'm older gotta get up
clean the place.
And I was green, greener than the hill
Where the flowers grew and
the sun shone still
Now I'm darker than the deepest sea
Just hand me down, give me a place to be.
And I was strong, strong in the sun
I thought I'd see
when day is done
Now I'm weaker than
the palest blue
Oh, so weak in this need for you"

"Quando ero giovane, più giovane che mai
Non ho mai visto la verità pendere dalla porta
E adesso che sono più vecchio
la vedo faccia a faccia
E adesso che sono più vecchio devo alzarmi a pulire il posto
Ed ero verde, più verde della collina
Dove crescevano i fiori
e il sole brillava ancora
Adesso sono più scuro del mare più profondo
Fatemi passare, datemi un posto in cui stare
Ed ero forte, forte nel sole
Pensavo di poter vedere quando
il giorno era finito
Ma ora sono più debole
dell'azzurro più pallido
Oh, così debole in questo bisogno di te "

(Place to be)

15.6.07

Nessuno uscirà vivo da qui


Lo sapevi che la libertà esiste
Nei libri di scuola
Lo sapevi che i pazzi dirigono la nostra prigione
Dentro una cella, dentro una galera
Dentro un bianco libero protestante
Maelstrom
Siamo appollaiati a capofitto
Sul ciglio della noia
Ci sporgiamo verso la morte
all’estremità di una candela
Sondiamo attorno per qualcosa
Che ci ha già trovati […]
La morte ci rende tutti angeli
E li mette le ali
Dove avevamo spalle
Lisce come artigli
Di corvo.
Basta coi soldi, basta coi vestiti pazzi
Quest’altro reame pare di molto il migliore
Finché nell’altra sua fauce l’incesto non appare
e scioglie l’obbedienza ad una legge vegetale
Non ci vado
Preferisco una festa d'amici
Alla famiglia del Gigante

(Jim Morrison – American Prayer)

Notte insonne.
Una telefonata che non arriva e che non sgombera la mente da pensieri inquieti.
Arriva, poi, un attimo prima del definitivo scoramento.
Il sonno se n’è andato all’improvviso, allora resti lì, giochi col telecomando, sbatti su un canale satellitare francese.
Immagini già depositate da qualche parte della memoria, dove non credevi di averle riposte, in attesa di un qualcosa di indefinibile.Sullo schermo tremolano vecchi brani di film: un incontro sulla spiaggia, due teste piegate all’ eterno moto dell’onda, i Doors in scena, Jim Morrison che alza il volto alla luce, agnello dalla dura carne; l’ ebete sollievo dell’alcool, l’ esorcismo della poesia, lo sciamano cui viene strappato il velo, mostrando un volto senza età, la lingua della lucertola che schiocca:
"that's the end..of the game, the end of the night...";
colore che va e viene, Jim che viene e basta.

Questa, dunque, "la fine della notte".
Più nessuna richiesta, per il passato o il futuro.

Allora ripensi a tutto quello che la storia ti ha lasciato dentro, su questi Doors, esistiti nella cruciforme Los Angeles delle illusioni, una foto stampata in giallo e nero, legati all’ albero, trafitti al cuore. E su cosa rappresenti Jim Morrison, che solo un fenomeno sociale come quello della mitizzazione delle rockstar e la spocchia di molti intellettuali benpensanti hanno tenuto lontano dalla categoria "letteratura", ed hanno impedito di prenderlo seriamente in considerazione come poeta, e poeta di talento, sulla scia di molti altri artisti "maledetti" riconosciuti, ma morti troppi anni fa per essere avvertiti come minaccia. Per esempio, Rimbaud, che Morrison amò al punto di scrivere una lettera appassionata ad un autorevole accademico americano che ne aveva curato la traduzione, Fowlie Wallace, ringraziandolo per il suo lavoro. A distanza di anni da quell'evento e dalla morte del giovane Jim, l'anziano accademico esperto di letterature comparate, ha scritto un saggio molto affascinante "Rimbaud e Jim Morrison. Il poeta come ribelle" (ed. Il Saggiatore). Quanto è lontana quest'immagine di Jim Morrison da quella descritta dal film di Oliver Stone e da tanto sensazionalismo fondato sulla ben nota ed ormai logora trilogia "sesso, droga & rock and roll"! La realtà è che nel 1968, l'allora venticinquenne Jim Morrison, nel pieno del suo successo, quando le cronache raccontano solo le sbronze epiche, gli abusi di droghe e le avventure con le grupies, è al contempo un fine lettore di poesia e letteratura francese, talmente inebriato dai versi del poeta "maudit", da sentire l'urgenza di scrivere all'illustre accademico - con la presunzione e la sicurezza che solo un'artista consapevole delle proprie qualità può permettersi - per complimentarsi con lui per il suo libro su Rimbaud.
Questo è solo un aneddoto ed uno dei moltissimi elementi che rivelano un Jim Morrison sconosciuto ai più: il grande poeta che egli sentiva di essere, al punto da rinnegare, negli ultimi mesi di vita, quel ruolo di rockstar che il fato gli ha cucito addosso, con la complicità del suo ego e di un pubblico giovanile desideroso di trovare uno sfogo ed una rappresentazione alla sua ansia di ribellione alla bigotta società americana (forse) degli anni '60.
Jim Morrison, la versione per l’inferno del paradisiaco Nick Drake, era uno studente brillante, originale, un divoratore di libri, anche insoliti e sconosciuti dai suoi stessi insegnanti, che lo adoravano per la sua intelligenza fuori dal comune e per la passione che infondeva nello studio, uno studio non ortodosso, non costante, non convenzionale, ma così vitale, autenticamente vissuto, da indurre i professori a lasciarlo fare ed anzi, a confrontarsi con lui in lunghi ed eruditi dibattiti che spesso lasciavano a bocca aperta i compagni di classe, e questo sia negli anni di liceo sia all'Università di Cinematografia dove si laureò.
Jim Morrison era ben conscio della sua profonda intelligenza.
James Douglas Morrison è sempre stato reticente sul proprio passato; "non voglio che venga coinvolto chi vuoi starsene fuori". Di lui si conosce una data di nascita (8 dicembre del 1943); una carriera scolastica che lo fa approdare, alla fine, alla UCLA, al Corso di Cinematografia. "Il cinema non conosce principio d’autorità" come scrive sulla sua resi di laurea "Tutti possono inventare un film nella propria mente. E la mancanza di esperti fa sì che, almeno a livello tecnico, ogni studente sia in grado di saperne quanto un professore…E' una sorta di scultura umana. In un certo senso è come l'arte, poiché dà forma all'energia, e in un altro senso è una sorta di consuetudine o ripetizione, uno schema ricorrente o una sacra rappresentazione significante. Pervade ogni cosa. E' come un gioco".
Lo stesso concetto può applicarsi alla sua musica.
Nel luglio del 1965, Morrison comincia a parlar di musica con Ray Manzarek, un compagno di scuola che si diletta a suonare le tastiere. Gli recita i testi di numerose canzoni già pronte. Ray contatta il batterista John Densmore. Due mesi più tardi, con i fratelli di Manzarek, Rick e Jim, alla chitarra, i Doors hanno già approntato un nastro di prova con dodici canzoni da sottoporre alle case discografiche.
Uno "scopritore di talenti" della Columbia Records, Billy James, rimane impressionato dal potenziale del complesso ed impone ai cinque un contratto a breve termine.L’ accordo però non ha seguito e i Doors tornano ad esibirsi nei locali notturni di Sunset Strip. Robbie Krieger, un chitarrista proveniente dalla giungla di musicisti californiani, si unisce alla formazione al posto dei fratelli Manzarek e il gruppo trova un ingaggio fisso al "Whisky at Go Go", per un periodo di quattro mesi. I Doors crescono in maturità musicale, Jim, dal canto suo, sulla scena si dimostra onnipotente; ed il gruppo comincia a raccogliere un notevole seguito di ammiratori. Il presidente della Elektra, Jack Holzman, li vede al Whisky durante la lunga permanenza e, dopo qualche esitazione iniziale, intavola con il gruppo serie trattative. L’ autunno del 1966 vede i Doors in studio, a registrare il primo album.
L’anima di William Blake presenzia al loro battesimo: "Ci sono cose che conosciamo e cose che ci restano ignote; in mezzo stanno le porte della percezione." Per anni questa frase verrà, erroneamente, attribuita a Jim stesso…
Il produttore Paul Rothschild qualche mese dopo in un’intervista su "Crawdaddy" ricorda: "Non ho mai provato tanta commozione in sala d’incisione .Mi impressionava il fatto che per la prima volta o quasi nella storia del rock and roll un vero e proprio dramma veniva registrato su disco". The Doors dimostra interamente le possibilità del complesso: i diversi brani rivelano le svariate facce della poliedrica personalità del gruppo. Per una "Back Door Man" che mostra le credenziali erotiche (e "Soul Kitchen" non è da meno), c’è "Twentieth Century Fox" con abbagliante neon di California e, un passo oltre, il quadro d’ epoca di "Alabama Song (Whisky Bar)", una canzone di Bertolt Brecht e di Kurt Weill. "Light My Fire" è il pezzo di punta (senza il lungo inciso strumentale sarà il primo, trionfale singolo), mentre "The Crystal Ship" offre passaggi per regni inesplorati, l’ "altra parte" di cui era evocata una traccia misteriosa in "Break On Through".
Lo sforzo definitivo dell’ album, "The End", è la canzone che chiude gli spettacoli dei Doors: creature dall’ incedere lento, che Morrison aveva voluto come liquido affresco di volti e immagini reduci da faticosi viaggi. "Vieni, bimba, prova con noi" è il grido lusingante, che rimarca terrori reali o immaginati e pulsazioni fosforescenti, disfacimento. Giù, lungo i corridoi, oltre ogni visione, incontro all’ abbraccio edipico. "Padre, voglio ucciderti. Madre, voglio fotterti... ", linguaggio bestiale dell’istinto primigenio. "Provai la sensazione di una purificazione emotiva" spiegò Rothschild nella già citata intervista a "Crawdaddy". "C’erano altre quattro persone nella cabina di regia, quando la registrazione terminò, e ci accorgemmo che il nastro continuava. Stavamo tutti ad ascoltare, sembrava quasi che le macchine da sole sapessero cosa fare. "
In modo fulmineo, Morrison e i Doors balzano alla celebrità, diventando i cuccioli prediletti dell’ underground americano. Quando "Light My Fire" sale in testa alle classifiche nazionali, nell’ estate del 1967, la base del loro successo si allarga ulteriormente; l’ispirata sensualità di Morrison trova posto senza fatica sia tra le pagine di "Vogue" che tra i fogli delle riviste giovanili. Per rendere l’idea, in tempi più recenti, solo Kurt Cobain ha una simile gloria.
In scena, l’ artista continua a superarsi, trova giustificazioni culturali alla propria sfacciataggine, muove tra il pubblico, coltiva frenesia e rabbia, tutt’uno col microfono. Sempre sull’ orlo del rischio, Morrison dà tutto di sé, come se ogni spettacolo fosse l’ultimo.
Arrivano, rapidamente, tempi più cupi. Paralizzati dalle opposte richieste del pubblico (chi voleva canzoni di successo, chi domandava "arte"), i Doors si trovano nella incapacità di conciliare le domande in maniera soddisfacente. Morrison, soprattutto, pare ora scoraggiato, ora pieno di stimoli. "La mia è una sorta di scultura umana" spiega a "Rolling Stone" "simile all"arte, perché dà forma all’ energia.., una consuetudine, qualcosa che si ripete, un progetto che abitualmente ricorre, una sagra con un certo significato. Qualcosa che pervade tutto." Troppo spesso, però, accade che i suoi tentativi di creare un certo clima cadano nell’ indifferenza; e se, d’ altro canto, l’ artista decide di portare una situazione alle estreme conseguenze, eguale disagio può leggersi negli occhi del pubblico.
Tutto questo viene reso chiaro dal secondo disco, dove vibra proprio quest’ aria donchisciottesca. Con Strange Days, la poesia si fa più formale ("Horse Latitudes"), la spavalderia più evidente ("Love Me Two Times"), il mosaico surreale di "The End" diventa l’ invocazione stridente di "When The Music’s Over". Ma i Doors, come la maggior parte della loro generazione, non ha ancora deciso cosa farsene del mondo, una volta arrivati alla stanza dei bottoni. In un certo senso, la svolta si era avuta con "Light My Fire".
Morrison cerca di comporre la frattura, ma finisce col peggiorare le cose. In "The Unknown Soldier", un brano del 1968 con tanto di accompagnamento scenico, sacrifica il proprio Io al grido di "La guerra è finita", sopravvivendo in scena per annunciare la buona novella.
Troppo facile.
Come troppo semplice è il suo messaggio al mondo della follia, dei sogni ebbri, della schizofrenia: con la stessa disinvolta facilità, si poteva starne certi, Morrison può diventar poeta segnato dal cielo. Con "Celebration of the Lizard" prende corpo un vecchio disegno epico; pure, del lungo episodio viene inciso un solo frammento, "Not To Touch The Earth". Col passar del tempo, la musica acquista in tessitura e ricami; Morrison, dal canto suo, scava la terra dell’ intima fantasia, materia ricca e grassa, secondo i riti della fertilità naturale. Ma forse la partita si gioca anche "dentro"; le pretese di una pop star contro le pretese di un artista. E forse era troppo presto per capire che la soluzione era a portata di mano, che le due cose potevano conciliarsi benissimo.
Comunque sia, il comportamento di Morrison si fa sempre più capriccioso; il culmine venne raggiunto nel marzo del 1969, quando l’ artista è arrestato durante un concerto al Miami’s Dinner Key Auditorium con l’ imputazione di "oscenità e comportamento lascivo in pubblico, per aver mostrato parti intime del corpo, simulando altresì la masturbazione e la copulazione orale"; le accuse più gravi vengono in seguito a cadere, ma Morrison finisce con l’ esser visto di malocchio da quelli del "giro" pop.
E poi ci sono altri problemi; i Doors hanno bisogno di fermarsi e di ripensare alla propria esperienza. I dischi di successo ("Tell All The People", "Touch Me") continuano senza sosta, la qualità dei 33 giri si mantiene elevata (alcune tra le opere migliori ancora dovevano arrivare; così The Soft Parade, così Morrison Hotel, con il suo sguardo al passato rock, e Absolutely Live, con la stesura completa della Celebration). Pure, Morrison capisce che è tempo di fermarsi a far benzina.
"Penso di essere una persona intelligente, sensibile, con l’anima di un clown che finisce sempre per risaltare, nei momenti più importanti" confessò a "Rolling Stone", candido più di un giglio.
Incapace di trovare una soluzione con i Doors, Morrison prova a cercarne una senza il complesso. Per L.A. Woman, settimo e ultimo disco per la Elektra, opera più che tranquilla, il gruppo decide di usare i propri studi personali. Pur continuando a bere come un tempo, Jim pare calmo, arrivato a un certo equilibrio; pubblica un libro di poesie, "The Lords and the New Creatures", e in altri volumi a tiratura limitata (così "An American Praver", nel 1970) dà libera espressione alla propria personalità.
Tradotti anche in italiano, su volontà dell’artista ("Tempesta elettrica" – Arcana Editore- 1970), incontrano notevole successo, ed il gruppo comincia ad essere conosciuto anche da noi, complice un giovanissimo Carlo Massarini ed un illuminante Paolo Giaccio, che nella neonata trasmissione radio "Per voi giovani" diffondono il Verbo e creano un’icona.
Manca poco alla fine, però, meno di quanto Jim possa immaginare.
L.A. Woman è il suo testamento a Hollywood, canzoni come "Riders On The Storm" (la mia preferita in assoluto) gridano a tutti la sua inquietudine, la precarietà della non esistenza e dell’alienazione. Ormai giunto nell’ "altra dimensione", Morrison si sente senza personalità precisa, incapace di tornare al punto di partenza. Consapevole di tutto ciò, lascia la California e fissa nuova residenza a Parigi, con la moglie Pamela. I Doors si abituano a lavorare senza di lui, operando in trio. Dopo aver cercato invano di mantenere la vecchia ditta senza il capo originale, John e Robbie formano la Butts Band. Ray Manzarek, dal canto suo, ritaglia un piccolo spazio personale, ostinandosi ad esibirsi come solista.
A Parigi, Morrison non esce dal "giro", tiene contatti telefonici con i vecchi amici e con gli "uomini del potere". Disturbi alle vie respiratorie hanno notevolmente diminuito la razione giornaliera di fumo; lontano dalle scene, Morrison scrive copiosamente. Il 3 luglio del 1971, si alza di buon’ ora per un bagno; Pamela lo trova lì, nella vasca, "un mezzo sorriso dipinto in faccia ", morto per infarto. La notizia non viene resa pubblica per parecchi giorni, sin dopo la sepoltura, avvenuta senza clamore nell’ angolo dei poeti del cimitero di Père Lachaise, a Parigi. "Non ci furono onoranze funebri" raccontò il manager Bill Siddons. "Solo qualche fiore, un po’ di polvere, il nostro saluto". Superfluo dire che tuttora è un continuo peregrinare di ragazzi di tutte le età, un tributo ad un poeta troppo giovane per diventare maledetto e troppo sensibile per diventare "vecchio".
Si lasciò morire per epica stanchezza esistenziale?
Scomparve per liberarsi da se stesso?
Tutto questo non lo sapremmo mai, ma nello storico cimitero del Père-Lachaise di Parigi i visitatori assicurano l’immortalità a

James Douglas Morrison
1943-1971
Artista, poeta, compositore

Così è scritto sulla sua tomba, dichiarata monumento nazionale.
Consegnandosi (consapevolmente o no) alla morte, Jim Morrison si è, comunque consacrato all’eternità.
Ci piace ricordarlo con questo ritratto:
"L'alcol era la panacea di Jim, la pozione magica che rispondeva ai suoi bisogni, risolveva i suoi problemi e gli appariva storicamente come 'la cosa da fare'. La sua distruzione era armonica rispetto all'immagine dionisiaca con cui si era identificato e che amava diffondere; era anche saldamente radicata nella tradizione culturale americana" (tratto da "Nessuno uscirà vivo di qui", J. Hopkins, D. Sugerman, ed. BluesBrothers).
Jim era perfettamente consapevole anche quando beveva. Amava dichiarare: "quando ti ubriachi, sei completamente controllato...fino a un certo punto. Ogni sorso che bevi è una scelta. Hai tante piccole scelte. E' come...credo che sia la stessa differenza che corre tra il suicidio e la lenta capitolazione".
E il valore di carburante creativo che attribuiva all'alcol e quindi il suo grande amore per la poesia sono espressi in questi versi:

"Perché bevo?
Così posso scrivere poesie.
Talvolta quando si è a fine corsa
ed ogni bruttura recede
in un sonno profondo
c'è come un risveglio
e ogni cosa rimasta è reale.
Per quanto devastato è il corpo
lo spirito cresce in energia.
Perdona a me Padre poiché io so
quello che faccio.
Io voglio ascoltare l'ultima Poesia
dell'ultimo Poeta"

1.6.07

33 & 1/3


"Dicono tutti che le mie canzoni hanno contribuito all'emancipazione femminile, ma all'epoca non ero davvero consapevole. Nella mia carriera non ho mai sentito che l'essere donna fosse un ostacolo o un vantaggio. Ho sempre pensato di essere ben accetta o respinta solo per quello che facevo"
(Carole King, da “L’Espresso” – febbraio 2004)

Ci sono Artisti che entrano nel cuore, nella memoria, nel Mito, nella leggenda, o più semplicemente sotto pelle, quindi nella Vita, con una canzone, con un album, con una riga di musica o parole: Carole ci è entrata con una collezione di canzoni intime e raffinate, che rappresentano, come dice lei stessa nella title track, la visione comune di chi puo’ affermare con sincerità che “la mia vita è stata un arazzo dalle mille sfumature, una visione duratura e cangiante”.
Quando esce "Tapestry" (siamo nel 1971) Carole King, a 29 anni, è già una giovanissima veterana, almeno come autrice: un brano scritto da lei ed inciso dalle Shirelles, “Will You Love Me Tomorrow”, ha spopolato nelle classifiche del 1960; ed in coppia con l'ex marito Gerry Goffin, ha scritto per Aretha Franklin, i Monkees, i Drifters, i Cookies, gli Animals e molti altri (addirittura la loro baby sitter, la diciassettenne Little Eva, resa milionaria da “The Locomotion”….); ragazzina prodigio dalle molte amicizie ed amori (Paul Simon, James Taylor, Neil Sedaka che nel '59 le aveva dedicato la celebre "Oh! Carol"), arriva alla soglia dei trent'anni con un grande bagaglio di esperienze e successi professionali, ma senza aver mai assaporato in prima persona la grande fama presso il pubblico, anche a causa di una forte paura del palcoscenico. E’invece una esordiente come artista solista (ha all'attivo solo un album, "Writer", ignorato dal pubblico). Per "Tapestry", Carole si gioca il tutto per tutto: nella sua tappezzeria recupera appunto “Will You Still Love Me Tomorrow", ed altre canzoni celebri, come "You've Got A Friend", portata al successo da James Taylor, o "(You Make Me Feel Like) A Natural Woman", resa celebre da Aretha Franklin. Furbizia commerciale, come sostiene qualcuno, o desiderio di affermare la genuinità della propria ispirazione? Non dovrebbero esserci dubbi, è un album che trasuda personalità fortissima e coesione intimamente connessa con la personalità dell'artista. E la conferma è proprio nei brani nuovi, scritti appositamente dalla autrice King per la interprete Carole, canzoni che fanno breccia, si insinuano appunto sotto pelle: si va dal frizzante r&b di "I Feel The Earth Move", al vibrante e luminoso gospel di "Way Over Yonder", alla devastante dolcezza pianistica di "So Far Away" o della title-track, il ritmo felpato e jazzato di “It's Too Late” (disco dell’anno, che come singolo spopola per radio e classifiche), la solidità melodica di “Home Again”, l'intreccio delicato della celeberrima “You've Got A Friend”, l’inno della riscoperta di un valore intimista come l’amicizia disinteressata (e trasversale) tra i sessi.

“Quando sei giù, quando sei nei guai
e hai bisogno di qualcuno che ti dia una mano
e niente, niente va bene,
chiudi gli occhi e pensami
e presto sarò là
a rischiarare le tue notti buie
devi solo chiamarmi
e sai che dovunque io sia
verrò di corsa, baby
per vederti di nuovo.
Inverno, estate, primavera o autunno
tutto ciò che devi fare è chiamare
e io ci sarò,
tu hai un amica”


In tutti i brani, corredati da arrangiamenti asciutti e discreti, la spina dorsale restano il pianoforte e la voce di Carole, ma sono decisivi anche gli interventi di chitarra acustica di Taylor, la chitarra solista di Danny Kortchmar, il basso asciutto di Charles Larkey, già compagni di gruppo nei City.E poi, lei, la sua voce limpida e acuta, che puo’ sembrare troppo educata, ma che si sa animare e colorare di impreviste sfumature, come nella sarcastica "Smackwater Jack" o nella già citata, splendida "Way Over Yonder". Carole vince la sfida della ribalta, dimostrando di essere un'interprete autentica, oltre che una ottima autrice, pienamente all'altezza delle proprie canzoni. Del resto le sue doti di autrice non sono mai state né in discussione e, forse, mai così brillanti: una scrittura leggera e assieme efficace, che sa impreziosire brani pop con disarmanti virate jazzistiche.L’album ha un immediato, clamoroso e meritato successo, anche per la sintonia con gli umori di un’ epoca. Molti hanno detto che "Tapestry" era la colonna sonora ideale per il doloroso risveglio dagli anni '60 e la fine del sogno hippy: Carole, più rassicurante di altri cantori del proprio intimo e privato, culla l’ascoltatore ricordandoci o insegnandoci che, anche nei momenti peggiori, "abbiamo un amico" disposto a correre in nostro aiuto. Un album che non cambia la vita di Carole nei rapporti col pubblico: lei vive in riservata discrezione, non è e non sarà mai una rockstar: lascia che siano le sue canzoni a parlare per lei.Un album da ascoltare sfasciati su un divano, occhi chiusi, un biglietto di un viaggio in tasca, un telefono tra le mani appeso tra una chiamata sfortunatamente non fatta ed una che vorresti fare ma non puoi, una sigaretta che potrebbe essere l'ultima della sera o la prima della notte.Un album intimo e raffinato, opera di una cantautrice di grande sensibilità che parla di sentimenti con semplicità e tatto; ma anche una perfetta macchina da classifica, un disco in grado di imporsi sulle radio e sugli scaffali dei negozi. Ecco, "Tapestry" di Carole King è tutte e due le cose contemporaneamente: e già in questo equilibrio c'è la grandezza di questo album. Uno dei rari casi di pop con l'anima, testimonianza più che mai vitale di un'età dell'oro in cui era possibile essere leggeri ma non superficiali, semplici ma non insulsi. E ancora oggi ci sono molte ragazze, da Norah Jones ad Alanis Morissette, che devono sicuramente qualcosa a Carole e al suo pianoforte.
Una foto non sbiadita nell’album di famiglia.