Uscire
dalla doccia e vedersi riflesso nello specchio grande non ha prezzo. Come
vedere uno dei primi film di Dario Argento alle tre di notte e sei da solo in
casa. Ma il dramma è che qui sono le 9 del mattino e di gente per casa ce n’è,
e magari in attesa che tu finisca di occupare militarmente il bagno stesso. L’ orror vacui diventa horror allo stato
puro quando vedo quella specie di colle toscano che spinge prepotente verso l’uscita
dall’accappatoio: solo che sul colle toscano neve, vegetazione, boschi, terrapieni,
ecc. sono sopra la crosta terrestre;
nel mio colle personale invece ciò che fa spessore è sotto la crosta, un po’ come un ripieno di pasta sfoglia in cui uno
chef approssimativo abbia cacciato dentro mezzo frigorifero.
Mumble
mumble: che fare?
Ci
provo. Io ci provo. Io ci provo seriamente questa volta. Vado a correre camminare sulle Mura. Che nella
cittadella sono il miglior centro relax possibile: volete mettere un bello
stare all’aria aperta, in mezzo a tigli ed altri alberi profumati, in estate le
cicale col loro frinire a segnarti il tempo del passo?
La
prima decisione dolorosa è il tirare fuori dal fondo della scarpiera le scarpe
da ginnastica, praticamente nuove dato che in anni di possesso –ed è già grassa
che sulla scatola non ci sia ancora il prezzo in lire- avranno percorso si e no
due/tre chilometri ed un’ora scarsa di utilizzo. Ma ho la conformazione fisica
da divano, non posso farci niente. In casa mi guardano tra lo sbigottito e [forse]
il preoccupato, mentre gli sghignazzi sono malcelati da incitazioni sicuramente
di facciata. Il Fantozzi che abita in me opta poi per una vecchia tuta in felpa
con ancora le macchie di quando avevo dato il bianco in casa, uno smanicato che,
prima, ho scoperto con sommo stupore persino-ancora- chiudersi, salvo poi crollare
alla notizia che era quello di mio figlio, notoriamente un paio di taglie più
di me; una vecchia sciarpa di pregevole
stampo cinese [€. 3 sulle bancarelle del mercato] ed un paio di guanti della
stessa dinastia [€. 2,50 poi scontati a €.2 dal venditore mosso a pietà]
completano l’assetto. Attacco me al lettore mp3, una playlist che dia un ritmo adeguato
alla mia fisicità extradivanea (si, insomma, Nick Drake, il primo Cohen, la
soave Norah Jones, gli Eagles di “Desperado” che trovo fortemente calzante come
epigrafe). Perché, sulle Mura, quasi tutti hanno auricolari et similia, ed a
giudicare dal passo altrui ci devono essere onde di seguaci di AC/DC, balli
latini, discomusic anni ’70. Io no, io mi muovo sul ritmo incalzante di “Halleluiah”,
ed è già anche troppo.
Eccomi.
Io parto. Anche se il termine “parto”, osservando la panzotta, mi conduce al
senso alto (e grasso) dei sinonimi pericolosi. Sembra quasi come al mare che
non sai quando e come buttarti in acqua: mentre penso e ripenso, passano i veri
runners. Sembra di essere in un albo
della Marvel: tutine super tecniche, attillatissime, termiche-traspiranti,
fluorescenti, bastoni da passeggio che secondo me nascondono spade laser. Sono
comunque abbastanza sicuro che non sia l’aerodinamicità del loro abbigliamento od
i bastoni a farli andare come razzi. E mentre dopo solo tre canzoni mi trascino
stancamente, il fiato è un optional non disponibile, un gruppetto mi supera a
velocità supersonica, parlando tranquillamente a voce alta dell’andamento
giornaliero della borsa. Ma cavolo, riescono a correre ed allo stesso tempo a
parlare? Rimango basito e mi arrendo. Così, accasciato su una panchina fredda
come un minestrone in freezer, quando mi passa accanto un cagnolino malmesso che
porta a spasso il suo padrone e mi guarda con quegli occhi languidi che solo un
cane può, capisco che gli sto facendo pena. Io a lui.
Orgoglio
e dignità: si, certo, ma anche la necessità di recuperare la macchina
parcheggiata ad un numero imprecisato di imprecazioni di distanza. In viaggio
di ritorno al punto di partenza, vedo i runners della Marvel, stavolta a
cavallo del dibattito sulle tette rifatte o meno di quella delle Iene, arrivare da dove
erano venuti prima: alias, mi hanno doppiato, sconfitto ed umiliato. E non
posso neppure paludarmi dietro l’alibi anagrafico: il più ciarliero sembra una
versione sgonfia di Briatore, un altro il fratello muscoloso di Peppino di Capri
ed un terzo era un mio prof al liceo. Salgo in macchina, ho la mobilità di un
robottino e nel flettere le gambe per raggiungere la pedaliera ed incastrarmi
sul sedile emetto un rantolo sofferente. Volevo perdere almeno un etto, ed
invece sembro un tetris [più o meno] vivente. E neppure colorato.