25.8.11

Tempo (ir)reale

Tra le meraviglie del Digitale Terrestre, nella versione per poveracci [cioè quelli che non si lasciano impietosire a versare l’obolo ai canali a pagamento, nonostante gli inviti del buon Amendola figlio che entra in casa con la grazia di chi abbia appena fatto a pezzi con un’ascia un  povero capitone] un discorso a parte lo merita RealTime, che dal nulla è già arrivato ad essere l’ottavo canale in chiaro più seguito d’Italia.
In effetti, quando ci si sfascia in divano e non si ha voglia di pensare, un canale del genere è una manna: programmi brevi, replicati più volte, che fanno non pensare, anzi, in un paio di casi aiutano a digerire pensieri contorti. Ne seguo alcuni [tengo famiglia…] ed il mio orecchiocchio si ricorda di questi:
Paint your life. Una biondina, l’aria complessiva da ciellina, armata di taglierine per il legno, cementite, cazzuola, trapano, rivettatrice, pennelli, ecc.ecc. ristruttura da sola interi appartamenti, rimette a nuovo mobili vetusti, ricicla qualunque cosa le capiti sotto mano, magari puntando uno sguardo accusatorio verso lo spettatore con un implicito “chi di noi non ha in cantina un divano di fine 800, un casco da parrucchiera, un tavolo da geometra, uno scatolone di piastrelle in graniglia?” . L’ho vista trasformare una cassettiera in lavabo, creare un armadio con le cassette da frutta, ricavare da una valigia di cartone, modello muratorino sulla Freccia del Sud negli anni 50, una cuccia per cani [a condizione che siano molto magri, mi sa].
I suoi lavori non sfigurerebbero nell’arredamento di una baracca sulla striscia di Gaza, ma lei è così contenta.
Il Boss delle Torte. Sembra la versione, ambientata in una pasticceria, di un film di Scorsese: abbiamo un pasticcere italoamericano, Buddy, circondato da italoamericani [i suoi colleghi ed amici hanno nomi tipo Frankie, Vinnie, Fonzie, Al, Carlos] che sembrano gangster sotto copertura, proprietario, appunto, di una pasticceria nei sobborghi di New York. Nel suo negozio si sfornano torte dalle dimensioni e forme più incredibili, il cui gusto deve essere comunque discutibile. Però è divertente seguire la preparazione: ogni volta, nel laboratorio, gli animi si riscaldano ed esplodono risse [non solo] verbali tra i vari pasticceri, solitamente sedate dal mitico Buddy, la cui democratica filosofia è "Qui dentro il capo sono io, quindi si fa quello che dico io!".Tra l’altro, nel doppiaggio la voce di Buddy è tremendamente simile a quella di De Niro-Al Capone in “The Untouchables”. A conferma che….
Cerco casa disperatamente / Vendo casa disperatamente. In "Cerco casa" un'agente immobiliare molto milanese   -bella donna, ma che da piccola deve essersi vestita per Carnevale da  Crudelia De Mon, ed ancora non ha smesso il trucco -  gira l'Italia accompagnando dei tizi scandalosamente ricchi alla ricerca della casa dei loro sogni. Mediamente il budget degli acquirenti parte dal milione di euro in su.  Solo una volta ho visto una coppia di sfigatelli, due fidanzatini 25enni che, poveri, avevano a disposizione “solo” 600.000 euro per la loro prima casa. Anziché chieder loro dove spacciassero per avere, così giovani e solo per la casa, una cifra pari ad un trentennio di lavoro delle persone medie, Crudelia li ha apostrofati con un “Beh, il budget è decisamente risicato, è praticamente impossibile trovare una casa che costi così poco” . La versione "Vendo" è molto simile, ma i protagonisti sono appunto i venditori, che propongono appartamenti con qualche difetto più o meno grave (bagni da rifare, parquet malmessi, infiltrazioni, cucine adatte solo per puffi, etc.etc.). Per gli aggiustamenti la De Mon si rivolge ad architetti perennemente in sospeso tra la genialità ed il daltonismo.
Cortesie per gli ospiti. Un trio di personaggi   -uno chef di professione, un esperto di bon ton, ed una interior designer - entrano in una casa in cui si abbuffano come oche da ingrasso, toccano tovaglie ed arredi con una punta schifata, dato che qualunque cosa non sia bianca è “cafonal”, trovano estremamente maleducato il fatto che il portasale&pepe non dialoghi coi quadri alle pareti, ed alla fine segano a metà la gente che li ha ospitati con frasi del tipo: “un consiglio? Non faccia più entrare sua moglie in cucina” o “i mobili della sala sono molto prevedibili”: ci vorrebbe che qualcuno mettesse i sanitari in sala e il letto in cucina, tanto per rendere meno noioso l’arredamento.  Verrebbe voglia di invitarli a casa, ed appena sicuri che tutti e tre sono sullo zerbino, far aprire sotto i loro piedi una voragine. Solo che poi, durante la caduta, lo chef direbbe che gli arbusti sulle pareti sono poco digeribili, l’esperto di bon ton direbbe che è poco educato sotterrare gli ospiti da vivi e la designer direbbe che nella voragine l’illuminazione non è trendy.
Little Miss America. E' un programma terrificante in cui mamme e papà rigorosamente ‘mmericani , tra l’altro nella maggioranza dei casi oggettivamente bruttarelli, costringono le loro bambine, persino ancora in fasce e che "sfilano" in braccio ai genitori, ad atteggiarsi a pornostar, con vestiti assurdi e decisamente succinti, parrucche, trucco esagerato che neppure ai compleanni di Casoria….Ecco, chi ai miei tempi usava il termine “americanata”, troverebbe qui pane per i suoi denti.  
Ma come ti vesti. Alias: come trasformare una ragazza normale, spesso carina o con un fisico perfetto,  e dal guardaroba assolutamente comune,  in una similzoccola pronta a partecipare alle “cene particolarmente eleganti” di una celebre villa brianzola. Lo conducono un tizio, Enzo, che ad occhio fa sembrare il GayPride una vecchia cartolina in biancoenero;   ed una biondina platinata, Carla,  che è tutta un fiorire di alliur, tricò, autluk per serate sciccose, animaliè….Una volta c’era una ragazza che non era affatto grassa, magari un po' tondetta, ma nell'insieme proporzionata: l’hanno trattata come un’ obesa deforme e senza speranze. La tipa si stava mangiando un bombolone al bar, entra Carla, la guarda come se al posto della pasta avesse visto un topo morto, e le urla dietro che “sono troooopppeee calorieeee!!!”. Entrambi, poi, non considerano neppure che una poveracrista esca di casa senza un tacco almeno 12. A loro discolpa, c’è da dire che le vittime della trasformazione sono segnalate da amiche in odore di astinenza sessuale,  o da fidanzati che accusano la propria partner di sciatteria per poter accampare scuse per guardare le altre donne: un bel bestiario.
Cucine da incubo. Il protagonista è un famoso chef inglese, Gordon Ramsay, classico biondino con la faccia da cagacazzo [scusate il francesismo] che cerca di salvare un locale dal fallimento grazie alle sue idee, sia riguardo all’organizzazione che al cibo ed all'arredo stesso dei ristoranti. La prima mazzata è la pulizia, che a quanto pare lascia molto a desiderare, al punto che guardando una puntata mi sono tornati su dei peperoni grigliati che mangiai a Londra nel 1979. In ogni puntata lui arriva con quest’aria da nazistello, scoppiano liti ferocissime tra lui ed i proprietari e/o chef: Ramsey deve aver fatto studi diplomatici con Mourinho e Sgarbi, ma i titolari  non hanno idea di dove stia di casa l’umiltà. Cavolo, gente che sta fallendo miseramente, che prepara piatti al cui confronto i sacchetti per la raccolta differenziata dell’umido del mio condominio sembrano menù a 5 stelle, si permette di alzar la voce con uno dei più Michelinstellati chef del mondo? O sono scemi, o sono ben pagati per sembrarlo.
Però, guai, GUAI!! a chi mi tocca “Cucina con Ale”: una piccola parte della mia sopravvivenza alimentare la devo alle cose che ho imparato a cucinare da lui. Che sarà un po’ “cartone animato vivente”, come dice mia figlia, o uno “chef fighetto” come dico io, ma regala l’illusione che cucinare bene sia facile. Ed a volte, con le dritte giuste, lo è davvero. E senza neppure il bicarbonato…

16.8.11

Una manciata di sassi.

Un mese fa aspettavamo un disco nuovo di Amy, ed io non avrei mai immaginato che avrei incrociato alla Malpensa le sue fans italiane di ritorno dal funerale, nello zaino il triste trofeo di caccia, un capo di quel vestiario che i genitori dell'ultima carcassa scarnificata dallo show system dal business ha regalato a chi aveva vegliato per strada. Come ci tenevano, al ricordo.
Un mese fa noi "eravamo usciti dalla crisi prima e meglio degli altri": azzo, avrebbe detto il Vate.
Un mese fa lei era solo un nome della "scuderia", qualche foto sui giornali "in tiro", truccata e plastificata come tutte quelle che saltellavano sul pollo anziano da spennare. Là, in sala d'attesa con mamma, papà e fratello-bodyguard d'ordinanza, faceva quasi pena: una delle rare volte in cui ho pensato che in certe famiglie concimano i figli col letame. Roba da rivalutare persino i [già disprezzati] genitori di Amy.
Un mese fa sapevo che al mare, se ti sporchi di catrame, la maniera migliore per pulirti era la carta oleata della mortadella. Nella mia ragnatela, ignoravo che la carta oleata, come la carta carbone o la carta velina, è sparita dalla circolazione ben prima dei dinosauri.
Un mese fa coltivavo la pia illusione che, se fossi rimasto sotto un ombrellone a leggermi un libro, avrei potuto solo coltivare me stesso: invece, alzare gli occhi e trovarmi di fronte un sosia minorenne di Jim Morrison è stato un colpo. Il fatto poi che i genitori si scambiassero la copia in tedesco di "Rolling Stone" lasciava poco spazio alla fantasia e molto al culto del Mito.
Un mese fa non avevo ancora letto "Corpi di scarto" di Elisabetta Buciarelli: lei è bravissima, è una che scrive col cuore e con la rabbia, talmente coinvolgente fino al punto che, leggendo il libro, avvertivo la puzza della discarica, non solo materiale ma soprattutto morale. La sosta all'autogrill al ritorno a casa dava corpo alla suggestione.
Un mese fa non avevo ancora visto "20 sigarette", film testimonianza [drammatica] di Aureliano Amadei sull'attentato di Nassirya. Dubito lo trasmetteranno in prima visione sulle reti Mediaset o su Raiuno.
Ultimo sasso: una persona a me molto cara ha scritto che ultimamente scrivere post è come mettere un messaggio in una bottiglia. E' la cosa più intelligente che abbia letto nell'ultimo mese, per il semplice fatto di essere vera in un mare inquinato e mefitico di silenzi e reticenze, di piccole e grandi ipocrisie, di convenienze e connivenza. Musica, maestro!

28.6.11

Dio salvi i Queen!

“E’ questa la vita reale? E’ solo fantasia questa? Intrappolato in una frana, non c’è scampo dalla realtà. Apri gli occhi, guarda in alto il cielo e vedrai: sono solo un povero ragazzo, non mi serve compassione perché sono una veloce apparizione un po’ su, un po’ giù; comunque soffi il vento, a me non importa molto, a me. Madre, ho appena ucciso un uomo, gli ho puntato la pistola sulla testa,  premuto il grilletto, ora è morto. Mamma, la vita era appena iniziata, ma ora sono andato e l’ho buttata via, mamma, uuu, non intendevo farti piangere: se domani a quest’ora non sono tornato vai avanti, vai avanti come niente fosse. Troppo tardi, è arrivato il mio momento, mi fa rabbrividire fin nella spina dorsale, il corpo mi duole per tutto il tempo. Ciao a tutti, devo andare, devo lasciarvi e affrontare la verità (…)Non voglio morire, a volte vorrei non essere mai nato. Vedo la piccola sagoma di un uomo, Scaramouche, Scaramouche, vuoi ballare il Fandango? Tuoni e saette, che paura, Galileo, Galileo, Galileo, Galileo, Galileo, Figaro – Magnifico.
“Ma sono solo un povero ragazzo e nessuno mi ama”“E’ solo un povero ragazzo di famiglia povera, risparmiategli la vita da questa mostruosità” “Non me ne importa, volete lasciarmi andare?” “Bismillah*! No, non ti lasceremo andare – lasciatelo andare” (…) “Mamma mia, mamma mia – mamma mia lasciami andare, Belzebù ha messo da parte un diavolo per me, per me, per me. Così pensate di potermi lapidare e sputarmi in faccia, così pensi di potermi amare e lasciare morire, oh baby – non puoi farmi questo, baby, devo solo uscire – devo solo uscire da questo posto. Niente è davvero importante,chiunque può capirlo, niente è davvero importante, niente m’importa davvero, comunque soffi il vento”
*nel nome di Allah misericordioso.

[Bohemian Rhapsody – Queen]

La Londra di metà anni ’70 era, musicalmente, una città strana: smarrita per sempre la rivoluzione beatlesiana, guardinga e diffidente verso quei gruppi come Stones o The Who, “americanizzati” e quindi visti ormai “alla frutta”, la mania in arrivo era il “glam”. Che avesse le forme più raffinate di Bowie & derivati, o la veste più popolare di personaggi come Marc Bolan  [coi suoi T.Rex] o Gary Glitter,  si era adagiata nella quiete di un sound “pulitino”, artisti che colpivano prima l’occhio poi la fantasia, grandi canzoni da classifica e poco più. Non a caso il grande filone del rock romantico o la furia devastante di Led Zeppelin o Deep Purple avevano maggiori riscontri [e seguaci] fuori dall’Isola. In questo scenario, arrivano tre musicisti legati dalla passione per la musica [uno di loro rinuncerà anche ad una imminente laurea in astrofisica: ma questa è un’altra storia…], trovano sulla loro strada un personaggio carismatico e poetico, che darà loro il la per una sperimentazione musicale a tutto tondo, che cattura l'ascolto e il respiro di chiunque si avvicini. Il gruppo si chiama “The Queen”: aveva pubblicato già tre  album rockettari, con cose buone sparse qua e là, ma nulla che apparisse sopra la media.  La svolta è del 1975: un titolo preso a prestito da un vecchio film dei Fratelli Marx, "A Night at the Opera". Molto più che un disco "importante"; è un'esplorazione a tutto tondo della Musica, quella con la M maiuscola. E’ il capolavoro di un gruppo che a soli tre anni dalla sua nascita ha trovato quel delicato equilibrio alchemico che riesce a unire personalità artistiche molto diverse ed allo stesso tempo complementari. Disco dominato dalla schiacciante ispirazione di Freddie Mercury, qui al pieno delle sue possibilità espressive, che elabora le personalità dei compagni di viaggio grazie alle quali sperimentare le commistioni sonore più stravaganti. Il disco parte con un irrequieto assolo di pianoforte che accompagna il pensiero verso un crescente caos di sirene e aride note di chitarra; al culmine del suono, tutto si ferma e inizia la prima canzone, "Death on two legs", dedicata al precedente manager del gruppo. Canzone cattiva, acida in note e testo, batteria aggressiva e “sporca”, una chitarra che suona come un lamento.  “Mi succhi il sangue come una sanguisuga, infrangi la legge e predichi, mi opprimi il cervello finché fa male. Hai preso tutti i miei soldi e ne vuoi di più, vecchio mulo mal guidato con le tue regole cocciute, con i tuoi meschini amiconi che sono stupidi di prima categoria (…)Sei solo un vecchio venditore ambulante, hai trovato un nuovo giocattolo per sostituirmi? Mi puoi affrontare? Ma ora mi puoi baciare il culo, ciao ciao”.
Incredibile, poco più di un minuto, la successiva "Lazing on a Sunday afternoon": quasi un brano da operetta, compresa l’intonazione lirica di Mercury. Anche visivamente, l’idea era quella di giovani (neo)dandy a spasso nella campagna inglese in bici, magari con la t-shirt sotto la giacca… Poi, il simpatico sberleffo di  "I'm in love with my car", scritta e cantata da Taylor: il coro a sottolineare la voce del solista, un violino che gioca a fare la chitarra elettrica, e la chitarra suonata a mo’ di violino, rumori di motore che invadono tutta la canzone; "You're my best friend", dolce dichiarazione di amicizia che suona un po’ come certi singoli della Motown. E “39”, cui è legato un mio ricordo personale, di schitarrate e tamburelli in spiaggia tra amici, un tono country, l’ideale per fare un po’ gli scemi perdendosi (invano) negli occhi di una ragazza che, diciamo così, non si poneva proprio il problema.
Si ritorna al rock con "Sweet Lady", con le schitarrate iniziali, Freddie con una voce sempre corposa, ritmo non esagerato ma stuzzicante: decisamente da riscoprire (io all’epoca la saltavo, beata incoscienza…). Poi, il tuffo nel passato, ed è subito "Seaside Rendezvous": una canzone in bianco e nero, tra tip-tap. fischiatine,  Freddie che dal vivo si esibiva con la parrucca di riccioli biondi stile Shirley Temple. Divertimento allo stato puro, e non solo per la band. Ma la sperimentazione dei Queen non lascia spazio, ecco arrivare "The Prophet's Songs": gioiellino firmato da Brian May, otto minuti di tutto, dai cori gregoriani agli inni medievali, dal rock dilatato alla riflessione mistica, dal canto a cappella all’assolo acutissimo di Mercury.  Qualunque altra band, con gli spunti buttati in questa canzone, ci avrebbe fatto un intero album. Splendida quanto trascurata.
"Love of my Life" inizia. Chiudete gli occhi, ed aprite l’anima:  pianoforte morbosamente romantico, un testo che, tra le parole e (soprattutto) il modo in cui vengono cantate, ti sega a metà, un grido di amore disperato e rimpianto, una supplica come una carezza, note di chitarra come quei pensieri che ti arrivano all’improvviso addosso e ti fermi a sorridere senza un motivo, ma ti senti meglio.
Terz'ultima canzone del disco, "Good Company", classica canzone alla Brian May, carina, briosa il suo giusto,  da fischiettare in bici mentre torni a casa col pane caldo. Un attimo di relax prima del capolavoro assoluto della band, "Bohemian Rhapsody" . Di cui non parlerei:  ogni parola aggiunta sembra uno spreco, un oltraggio, come guardare la Pietà in San Pietro dietro la vetrata dopo le martellate del pazzo. Hard rock, lirica, canto popolare, tutto concentrato nei cinque minuti che sembrano cinquanta, la sensazione di attraversare,  come il protagonista della canzone, mondi e situazioni prima sconosciuti, carnefice e vittima di una schiera di diavoli affamati della sua anima.
Per chiudere, "God Save the Queen", versione particolare, e non a caso,  dell'inno nazionale Inglese, chiude il disco, come farà con tutti i concerti del gruppo. E ti lascia il dubbio addosso:  Freddie Mercury avrebbe voluto diventare un giorno, “da grande”,  Regina d’Inghilterra, od almeno dei suoi spiriti buoni?

17.6.11

Quattro Si

Quest’anno giocavo sul sicuro, dopo aver saputo che avrei avuto un seggio al femminile: al limite, al lunedi sera avrei potuto avere anch’io “le mie cose”. La tensione, altissima, era dovuta ad altre cause: in primis, il raggiungimento del quorum. Ore ed ore di volantini, di mail spedite a chi sapevo incerto, di banchetti davanti al supermercato, e le fughe di fronte alla pioggia improvvisa, di colloqui coi vicini di casa, le amiche di mamme e suocere, con gli amici dei figli, ecc.ecc. , le 72 ore dentro la scuola sede del seggio: tutto questo non poteva finire nel nulla, non un’altra volta ancora.

Sabato. Arrivo nella scuola, le solite sei sezioni, un clima, tra presidenti, quasi da primo giorno di scuola mentre arrivano anche gli altri componenti dei seggi. Gente che si conosce, saluti, battute. Ci sono un paio di dipendenti comunali che probabilmente sono in questo seggio dai tempi del referendum Repubblica-monarchia, perché conoscono tutti e tutti li conoscono. Poi i Carabinieri, che mi chiedono i documenti e compilano un verbale in cui sento risuonare un “ivi residente” che suona come un viaggio nel tempo, un po’ come le matite copiative, od il timbro, che è proprio uno  -non “come”, proprio “uno”-  di quelli che si vedono nei film di Sordi o Totò, o la scritta “lembo da umettare” sulle buste. E ben dodici nomine di rappresentanti di lista: ovviamente, voteranno nel mio seggio, quindi un quorum del 3% in partenza è già assicurato. Validazione delle schede, scrutatrici bravissime, veloci ed efficienti –ovvio, sono donne- ed il sabato si chiude qui, si infila (quasi) tutto in buste, chiuse e firmate; si sigillano e firmano le urne; si mette lo scotch perfino sulle finestre, sulla porta chiusa a chiave, chiave che mi devo portare a casa: nessuno può entrare nella notte. Cosa dovrebbero entrare a fare, poi?
Discuto col vigile urbano  -a proposito di fuga dei cervelli: fisicamente una specie di Dino Risi ma col cervello di Gasparri, avrei preferito il contrario-  sulla opportunità di lasciar parcheggiare dentro il cortile della scuola o meno [lui sostiene di no, io ribadisco che chi accompagna elettori fisicamente impediti deve essere agevolato, che non è un “favore” ma un “diritto”: poi dopo che ho contribuito ad organizzare il Taxiquorum ci mancherebbe altro…]. Appuntamento per la domenica mattina, tutti qui alle 7.50 che almeno abbiamo il tempo di mangiarci le brioches calde che come presidente gentilmente offrirò alle mie vittime…

Domenica. Finalmente, ore 8 e si vota: in verità, c’erano due elettori che evidentemente credevano si votasse dalle 7, mi hanno guardato con odio quando ho detto loro di aspettare: mi sembrerà ovvio farli partecipi delle pastarelle…Spalanchiamo le finestre per il caldo (come faranno i ragazzi nelle ore di scuola?), e già alle 9 ci sono i primi cenni di coda, ne  traggo buoni auspici. Mi emoziono quando viene a votare un signore, classe 1917, che mentre ritira le schede racconta del suo primo voto da cittadino libero, proprio quello del referendum Repubblica-monarchia, del viaggio notturno con l’attraversamento clandestino a Ventimiglia, col dubbio atroce di essere arrestato come disertore: difficile non sentirsi quella improvvisa sensazione di umido a solcare la guancia. Lo abbraccio, lo ringrazio, sa di libertà conquistata a caro prezzo. Andatevene al mare, coglioni, non meritate un paese civile.
Porto il fonogramma con l’affluenza delle ore 12 alla “comunale”: il mio 22% mi sembra addirittura esaltante, mentre lei ne approfitta per chiedermi se io sappia il nome del 22 orizzontale “musicista de L’Orfeo”. Intanto, uno dei CC ha preso di punta una mia scrutatrice, sono lì che caffeggiano alla macchinetta: l’armonia si spezzerà alle prime luci dell’alba del lunedi, quando viene a votare un trans: lei lo ammira per lo smalto delle unghie, mentre lui userebbe un lanciafiamme. Tra un elettore e l'altro si chiacchiera: ovviamente, essendo il più anziano, mi metto a raccontare un po’ di aneddoti, compreso quella scheda nulla di qualche referendum prima, dove il quesito originale era stato cancellato e sostituito da un lapidario “Ti scoperesti la scrutatrice bionda?”.
Le ragazze ridono, non indago sulle reazioni ad un eventuale ripetersi della causa di nullità del voto….
Ed alle 20.35 scene di giubilo: nel mio seggio si è raggiunto il quorum. Tra l’altro, il mr. 50%+1 è un ex consigliere comunale pidiellino: non sto neppure a raccontare il sapore che aveva la sigaretta che mi sono andato a fumare subito dopo.
Invece, alle 21.45 scatta l’Unità di Crisi: una elettrice con passeggino e neonato dalla voce particolarmente acuta al seguito ha dimenticato di ritirare cellulare e documenti. Una delle Maxi’s Angels  [così le ho ribattezzate: chiamarle “badanti” mi sembrava umiliante…] parte di scatto, la raggiunge mentre il groviglio di ruotine e pupo piangente oppone strenua resistenza all’essere alloggiato sul divanetto posteriore di una spettacolare Giulietta rosso Alfa. Impariamo così che il marito è incollato dalle sette di sera a guardare il GP: farò in tempo a vederne anch’io la fine, sperando che il referendum non faccia la fine delle Ferrari.

Lunedi. Bene: se persino il ministro degli Interni dice che il quorum si raggiungerà, l’aria frizzantina del mattino ha un sapore ancor più dolcedolce. Alle 7 arrivano i primi elettori, una coppia di ragazzi che evidentemente ha passato la notte al mare. Mi colpisce il fatto che abbiano una trentina d’anni e non più di quattro o cinque timbri sulla tessera: se mia figlia a 23 ne ha già collezionati 8, significa che arrivano anche dal mare dell’astensionismo. Decisamente incoraggiante. Mattina tranquilla, flusso incessante, alla fine i miei votanti saranno intorno al 68%; in termini assoluti, persino due in più rispetto alle Regionali di un anno fa. Mi colpisce la storia di una delle rappresentanti di lista: quando leggo che è di Lauria, e dico “ma è il paese di Rocco Papaleo” lei si apre in un sorriso, mi chiede se ho visto “Basilicata coast to coast” ed alla mia risposta affermativa –e con moolto gradimento- si illumina in un sorriso che definire solare è persino riduttivo. Abita qui in centro, è fidanzata con un pizzaiolo siciliano che abita a Bologna e gestisce una pizzeria in provincia di Modena: melting pot in salsa mediterranea, of course.
Ore 15: si scrutina. Nessun problema particolare, anzi, un piacevolissimo sottofondo autorizzato dal Presidente me medesimo, la scrutatrice-pianista ha sull’Ipad uno spettacolare “Piano Concerto opera 33” di Richter, ed è la prima volta che si fa lo spoglio ascoltando musica. E’ anche la prima volta che in 35 anni di seggio non trovo neppure una scheda bianca: bene, molto bene. I Si che variano dal 97,7% per abrogare il nucleare al 90,1 per cancellare il legittimo impedimento (e ripenso al mio Mr. Quorum: non più di tre pugnalate, ovviamente alle spalle, ma senza infierire).
Fine, si chiude: dalal radio notizie trionfali sul quorum raggiunto, restituisco la cassa di plastica [aka “la bara”] ai funzionari del comune e mi godo la vittoria. Arriva l’sms che annuncia la festa in piazza: ci andrei anche volentieri, se fossi sicuro della assenza di chi, nel mio partito, ancora una settimana fa invitava a votare No per l’acqua. Mi rivedo l’Albertone ed il suo “usscia via, brutta bertuccia!” : sulla strada di casa c’è una eccellente gelateria artigianale,  un cono ricotta&fichi mi semra una giusta celebrazione ed un adeguato risarcimento morale. Abbiamo vinto, e chi se lo scorda più, quel gelato?

14.6.11

Cibarsi di radici


Anch'io volevo scrivere su di lui, sul grande&grosso professore che tutti avremmo voluto avere, ma dopo questo tuo post così emozionante mi ritiro in silenzio, che è meglio. E lasciare la parola a te che hai interpretato alla grande tutta una generazione, anzi, almeno due o tre, dato che anche i ragazzi più giovani ne hanno una conoscenza propria e ne affollano i concerti. Sai cosa? Forse lo abbiamo adottato in tanti perchè lo sentivamo “nostro”, con le sue poesie ma anche con le sue battute, forse perchè anche in concerto sembrava stesse all'osteria, quindi tra amici. A leggerla oggettivamente, non ha una gran voce, ma emoziona; non è un chitarrista stratosferico, ma le sue note sono calde; e ti dà l'idea di essere più pronto a darti una pacca sulla spalla che un pugno, con la sua aria da burbero benefico”: questo è un commento che avevo lasciato sul diario di Linda qualche giorno fa, dopo che lei aveva dedicato a Francesco Guccini un bellissimo ricordo. 

Ed oggi, che il professore compie gli anni, mi sono ripromesso di allargare il discorso, con quell’album che me lo ha fatto eleggere nel mio personale empireo (anche) musicale. Ed è strano come certi artisti entrino in una vita altrui per non uscirne: e Francesco, senza dubbio, è uno di questi.L’arrivo era stato un po’ casuale, una vecchia cassetta in cui l’amico che tentò con scarsa fortuna di insegnarmi a strimpellare la chitarra, aveva registrato due dischi bellissimi, “Due anni dopo” e “L’isola non trovata”. Srnza, peraltro, metterci i titoli, ed una qualità audio...beh, qualità mai come in quel caso era un termine sprecato.
Un po' di canzoni più o meno le conoscevo, dato che il buon Guccini era pur sempre quello che aveva scritto “Dio è morto”, “Auschwitz” e tante altre canzoni per Nomadi ed Equipe84. E in quella torrida estate del ’72, tra un libro di greco, uno di latino e la maledetta matematica da riparare a settembre, l’estate era lunghissima e caldissima: occorreva un qualcosa che aiutasse la mente a restare sveglia.
“Ma solo questi due, ha fatto?”
“No, ce ne sarebbe anche uno prima, ma è pressocchè introvabile”
“Ma neanche a Bologna? E tu vuoi che Nannucci non ce l’abbia?”
[nota: Nannucci era, per noi provincialotti, una specie di Lourdes laica, per quanto riguardava i dischi. E le sue commesse vere e proprie vestali: bastava canticchiare qualcosa e te le vedevi apparire col magico LP tra le mani.]
Così, nel corso di un pellegrinaggio  -ed è incredibile pensare come ogni spostamento Ferrara/Bologna somigliasse ad un vero e proprio viaggio della speranza all’andata, un ritorno degli Argonauti al ritorno carichi di quelle magiche sporte bianche-  oltre al “famigerato” Folk Beat n.1  -pagato “ ‘na cifra”, ma soldi ben spesi, c’era questo disco nuovo. 
“Radici”: scherzando, dissi che il titolo alludeva alla mia dieta alimentare delle settimane successive, dopo essermi dissanguato nel Tempio.

Invece la cosa era maledettamente seria.
La copertina, una foto ingiallita, lo sfondo del cortile di una vecchia casa, immortalati quelli che poi scopriremo essere almeno tre generazioni di Guccini, tra nonni, zii (tra i quali impareremo anni dopo lo zio “Amerigo”) e nipoti; sul retro lo stesso Guccini con la moglie, ad indicare la continuità della discendenza familiare.
Canzoni unite da un filo conduttore, l'identificarsi nella gente, in una comunità, perfino nelle pietre di una casa sul confine della sera, attraverso la ricerca e la riscoperta delle proprie radici, come recita la prima canzone omonima.  Non una poesia, Guccini non è un poeta:  è un, forse "il" narratore, tanto più che la sua inesauribile vena ha trovato ampio respiro in veri e propri romanzi. 
Casa che non è solo un luogo come gli altri, presso Pàvana, sull'Appennino Tosco-Emiliano, ma al tempo stesso un mondo, un teatro di vicende che poi troveranno spazio nel libro “Croniche Epafaniche”. 
“La locomotiva”, tributo alla canzone popolare, nello stile imparato da Dylan & dintorni,  racconta una storia vera: il 20 luglio 1893, alla stazione di Poggio Renatico, il ventottenne fuochista bolognese Pietro Rigosi, approfittando dell'assenza del macchinista, sgancia la locomotiva del treno diretto a Bologna dal resto del convoglio e percorre con essa un tratto della linea a velocità folle, finendo poi con lo schiantarsi contro una vettura in sosta; il buon Pietro si salva, nonostante l’amputazione di una gamba, ed il fatto ottiene grande risonanza sulla stampa nazionale, dato anche quel triplice urlo in sintonia coi tempi: “trionfi la giustizia proletaria!”. L’epica della protesta politica, ma anche del coraggio non fine a se stesso, ma per una causa. Ad avercene…….

Ma le radici esistono anche in città, nella città dove si è cresciuti, specie se è una “Piccola Città” come Modena, “bastardo posto” e “nemica strana”, ma anche magico scenario dell'adolescenza, e che adesso appare “già nostra e ora incredibile e fredda”.
Come racconta Guccini stesso, “Piccola città”  “è il mio secondo romanzo, Vacca di un cane, riassunto in una canzone (…) è la mia nemica strana, la mia adolescenza, il periodo forse più tragico della mia vita perchè nell’immediato dopoguerra le aspettative e le speranze erano tante e le possibilità di realizzarle quasi nulle”. 
Ad arricchire musicalmente il disco, arriva la suggestione di “Incontro”, una sceneggiatura incisiva, quasi cinematografica, una meditazione sugli intrecci della vita raccontata al limitare della linea d’ombra dell’età che avanza, quando si comincia a sentirsi più vecchi e malinconici. Una delle canzoni più intimiste di Guccini, dove il triste incontro con un'amica, che narra le vicende tragiche di dieci anni di vita vissuta, si svolge in un'atmosfera che un verso come “stoviglie color nostalgia” basta da solo a raccontarci completamente. 
Spesso in Guccini c’è un tema: quello dei ritmi “dell’uomo e delle stagioni”: lo ritroviamo anche in quel gioiellino che è la “Canzone Dei Dodici Mesi”, ricca di riferimenti a poeti che in vario modo hanno celebrato le stagioni, e ricca soprattutto di immagini che solo chi cerca di vivere ancora legato ai cicli della natura può riuscire a creare. E lui è senz'altro uno di questi: anche un saggio culturale, ricco di citazioni varie e nascoste, dalla poesia del Duecento a TS Eliot, da John Donne a Cecco Angiolieri.
Poi, scusate, ma cantare "Giugno, che sei maturità dell'anno, di te ringrazio Dio: in un tuo giorno, sotto al sole caldo, ci sono nato io, ci sono nato io..." è una soddisfazione in più......
Al centro della toccante “Canzone della bambina portoghese” c'è invece lo smarrimento, il non sapere che “la vera ambiguità è la vita che viviamo, il qualcosa che chiamiamo esser uomini...”; la perdita, sia pure momentanea, dei propri riferimenti, complice l'immensità dell'Atlantico. Una metafora della generazione che esce dal '68, che sa quello che ha lasciato ma non sa a cosa va incontro. Così la bambina portoghese che sulla spiaggia guarda l'Oceano che le sta di fronte, e non immagina cosa vi potrebbe trovare al di là. Bellissima la variazione musicale che cambia ritmo al brano.

Radici sono, nell’opera, anche i “miti del passato” a cui si abbandona un vecchio nel descrivere ad un bambino com'era ai suoi tempi la pianura che i due osservano: coperta di grano, con frutti, colori, alberi verdi, con “il ritmo dell'uomo e delle stagioni” non ancora cancellato dallo “sviluppo”: è “Il vecchio e il bambino”, nata in realtà come canzone contro l'olocausto nucleare, ma in sostanza un racconto che mantiene al centro la straziante nostalgia per un mondo perduto, che il vecchio ricorda piangendo.
E, in tutta sincerità, per quanto mi riguarda, un po’ anch’io con lui.

Auguri, quindi, Professor Francesco: anche se  notoriamente nella tua (nostra?)isola non trovata tu sei riservato e un po’ orso, i critici musicali, anche se non più “militanti severi”, sono impegnati ad avvistare meteore, facendole passare per stelle luminose, e non a parlare di cari, vecchi, solidi e consolidati pianeti viventi, e noi “seguaci” non teniamo conto del calendario. E neppure dell'anagrafe, se contiamo le emozioni in profondità. 

PS: da domani un noto gruppo editoriale diffonderà nelle edicole nove album (cominciando proprio da “Radici”: sarei curioso di sapere quali sono i sei esclusi, e con quale criterio) ed il dvd di “Anfiteatro Live”. Quale migliore occasione per….?