Non parlo più di Politica, né sono
in grado di fare una analisi politica accurata perché in realtà la Politica è
morta.
C’è, al suo posto, un qualcosa che chiamano politica ma è altro: come confrontare la marmellata di amarene che si faceva in casa con quelle orride scatolotte tonde che trovi nella colazione degli alberghi.
E questo da quando la politica si è “calcizzata”, diventando un affare di tifosi anzichè di cittadini.
Il civis sta morendo, come la classe operaia e tanti altri luoghi comuni sociali del 900; l’astensionismo nelle ultime tornate elettorali (comprese le Europee dell’anno passato, se analizziamo a fondo i dati, al di là delle coppe alzate al cielo…) dimostra che solo un numero esiguo di appassionati vi partecipa con passione ed entusiasmo; del resto, basta leggere quelle gazzette dello sport che sono diventatati i giornali quando parlano di politica...ma parlano poi di politica, o di liturgia politica?
Chi va a votare nutre l'opinione che il voto dei cittadini conti malgrado l'esperienza di tutte le promesse tradite e referendum gabbati. Astenersi non è ignavia, è una scelta consapevole che può pesare più di un voto per governare. Già, non ci si appassiona: e sospetto che in fondo, a chi governa, alla fine vada bene sia la disaffezione che la disattenzione.
Scontiamo attraverso l'astensionismo il frutto dell'antipolitica, che dalla celebre “discesa in campo” in poi ha prodotto un nuovo modus pensandi ampiamente banalizzato, scordando che comunque qualcuno deve pur governare la gestione degli asili nido, della sanità regionale, dei trasporti et alia: e sarebbe buona cosa almeno tentare di scegliere il meno peggio.
I “tifosi” poi, come i fondamentalisti, non sono la maggioranza, ma ci sono; è invece quella massa amorfa facilmente illudibile e facilmente deludibile che si disaffeziona e non vota. Si, c’è chi ripone speranze sui ragazzi del Cinquestelle, politicamente “acqua e sapone”: anche se non credo sarebbero in grado di governare, mi accontento del loro essere, soprattutto in Parlamento, abili nel “dog watching.”
In questo quadro, due cose risultano palesemente ridicole: che i rappresentanti delle passate stagioni ancora in attività (vedi alla voce “la Ditta”) siano quelli che alzano i lamenti più alti sul dato astensionistico, invece di fare mea culpa e riconoscere le proprie gravissime responsabilità nell'aver creato questa frattura con gli elettori; e che si ignori l'astensionismo quando fa comodo - tipo esaltare Podemos senza dire che in Spagna ha votato il 49% degli aventi diritto - e lo si agiti come spettro di una crisi della democrazia, quando invece si tratta di coprire le proprie responsabilità nell'averlo creato. Anche da questi espedienti di piccolissimo cabotaggio passa il giudizio di una classe politica fallimentare da cui i cittadini, non votandola, prendono le distanze.
C’è, al suo posto, un qualcosa che chiamano politica ma è altro: come confrontare la marmellata di amarene che si faceva in casa con quelle orride scatolotte tonde che trovi nella colazione degli alberghi.
E questo da quando la politica si è “calcizzata”, diventando un affare di tifosi anzichè di cittadini.
Il civis sta morendo, come la classe operaia e tanti altri luoghi comuni sociali del 900; l’astensionismo nelle ultime tornate elettorali (comprese le Europee dell’anno passato, se analizziamo a fondo i dati, al di là delle coppe alzate al cielo…) dimostra che solo un numero esiguo di appassionati vi partecipa con passione ed entusiasmo; del resto, basta leggere quelle gazzette dello sport che sono diventatati i giornali quando parlano di politica...ma parlano poi di politica, o di liturgia politica?
Chi va a votare nutre l'opinione che il voto dei cittadini conti malgrado l'esperienza di tutte le promesse tradite e referendum gabbati. Astenersi non è ignavia, è una scelta consapevole che può pesare più di un voto per governare. Già, non ci si appassiona: e sospetto che in fondo, a chi governa, alla fine vada bene sia la disaffezione che la disattenzione.
Scontiamo attraverso l'astensionismo il frutto dell'antipolitica, che dalla celebre “discesa in campo” in poi ha prodotto un nuovo modus pensandi ampiamente banalizzato, scordando che comunque qualcuno deve pur governare la gestione degli asili nido, della sanità regionale, dei trasporti et alia: e sarebbe buona cosa almeno tentare di scegliere il meno peggio.
I “tifosi” poi, come i fondamentalisti, non sono la maggioranza, ma ci sono; è invece quella massa amorfa facilmente illudibile e facilmente deludibile che si disaffeziona e non vota. Si, c’è chi ripone speranze sui ragazzi del Cinquestelle, politicamente “acqua e sapone”: anche se non credo sarebbero in grado di governare, mi accontento del loro essere, soprattutto in Parlamento, abili nel “dog watching.”
In questo quadro, due cose risultano palesemente ridicole: che i rappresentanti delle passate stagioni ancora in attività (vedi alla voce “la Ditta”) siano quelli che alzano i lamenti più alti sul dato astensionistico, invece di fare mea culpa e riconoscere le proprie gravissime responsabilità nell'aver creato questa frattura con gli elettori; e che si ignori l'astensionismo quando fa comodo - tipo esaltare Podemos senza dire che in Spagna ha votato il 49% degli aventi diritto - e lo si agiti come spettro di una crisi della democrazia, quando invece si tratta di coprire le proprie responsabilità nell'averlo creato. Anche da questi espedienti di piccolissimo cabotaggio passa il giudizio di una classe politica fallimentare da cui i cittadini, non votandola, prendono le distanze.
